FELICE PERSIO

Quella che vi racconto è una storia davvero bizzarra che riguarda Felice Persio, nostro concittadino, internato nel manicomio di Aversa il 24 dicembre del 1858, quando gli Abruzzi erano ancora sotto il dominio borbonico.
Che un Pennese potesse distinguersi anche in manicomio è un fatto strano, ma vero: del caso in questione, trattò, addirittura, il celebre Alexandre Dumas, nel 1863, nel resoconto di uno spettacolo teatrale, al quale aveva assistito in quel di Napoli, il cui protagonista era appunto “il folle” Felice Persio da Penne.
Della vena poetica del Persio ne parla il prof. Francesco Cascella nel libro “Il Reale Manicomio di Aversa”, scritto nel 1913 in occasione della ricorrenza del centenario dell'Istituto.


IL REAL MANICOMIO DI AVERSA NEL 1° CENTENARIO DALLA FONDAZIONE

Prof. FRANCESCO CASCELLA PRIMARIO NEL R. MANICOMIO DI AVERSA

Il folle Felice Persio
(il Poeta del Manicomio).

La visita fatta dai Congressisti al nostro Manicomio, alla quale parteciparono anche i Professori Amabile, Borrelli, Cantani, Capozzi, Di Martino, Gallozzi, Patamia, Schròn, Semmola, Tommasi ed altri della R. Università di Napoli, riuscì oltremodo affettuosa e lusinghiera pel nostro Istituto, come dalla relazione scritta dal Professor Tamburini, ed inserita nel volume degli Atti del Congresso.

Durante quella visita una ben gradita sorpresa attendeva gli ospiti illustri. In una grande sala, riccamente addobbata, si assistette ad un'accademia musicale, in cui gli esecutori (fatte le debite eccezioni, s'intende) erano alienati: nessuno avrebbe creduto di trovarsi davanti a tal sorta di artisti, tanta era la regolarità, l'accentuazione opportuna della musica. Appena il maestro dava segno di principiare, ciascuno raccoglievasi, mentre poi all'occhio dell'osservatore lasciava trasparire sul volto le varie emozioni ridestate dalle note. Chiuse questo simpatico divertimento un coro, in cui i malati cantavano l'immenso dolore del loro stato, e la loro speranza di vedere albeggiare la luce; e la musica n'era sì mesta, sì piena di lamento, ed era sì solenne e sì fervente l'accordo di tutte quelle voci, che ne sembrava udire la preghiera di un popolo, che aneli alla sua redenzione, e versi nei suoi canti l'entusiasmo della sua fede.
Ma ne attendeva una seconda sorpresa, che lasciò nell'animo dei presenti un'impronta incancellabile.

Il Poeta del Manicomio, il ricoverato Felice Persio, sul tema "il folle", dato dal Senatore Berti, improvvisava parecchie sestine, che vennero raccolte stenograficamente, di cui riportiamo le seguenti:

Il Folle (1)

«Possa questo Consesso augusto e illustre
Far del demente abbandonato e chino
Un operoso braccio, alacre, industre,
Pel proprio ben, pel bene cittadino.
Possa a Voi dar l’Archetipo sovrano
Della seconda vita il talismano.

Voi ben sapete quanto è triste soma
L’uomo dal lume di ragion diviso,
Re della terra, reso inerte automa
Su cui scroscia discorde e l’ira e il riso,
A irridir, maledir l’empia natura,
Alle impromesse di sua fè spergiura.

Egli ha una mente, ma pensier no’l scuote,
Egli ha il suo sguardo, e il bello, il ben, non vede,
Egli ha il suo labbro, e ragionar non puote,
Egli ha il suo core, ma non ama o crede;
Egli è morto, ma è vivo al suo dolore,
Egli è vivo, ma è morto ad ogni onore».

(1) Poesia improvvisata da Felice Persio innanzi agli illustri membri della  Società Freniatica Italiana, riuniti al manicomio “Santa Maria Maddalena” di Aversa nel 1877, dove si tenne il loro secondo Congresso Nazionale.


Il Persio, che dimorò nel Manicomio di Aversa parecchi anni, e che fu conosciuto da quanti visitarono l'Istituto, così vien descritto dal Prof. Arrigo Tamassia (*), che onorò di sua presenza il Manicomio nel 1870.

«Immaginatevi un uomo già innanzi nell'età, dai tratti marcatissimi, ricordanti il profilo di Shakespeare e del Tasso: fronte alta, corrugata, occhio infossato, raddolcito da una tinta di melanconia; un profilo insomma che si stacca dal comune e che porta ampie le tracce di mille passioni sofferte. Egli era un artista drammatico valente; ma, dopo scosse gravi morali, sentì vacillarsi la mente; sognò nemici, congiure, sconfitte, confuse il mondo fantastico dell'arte colla povera realtà della sua vita, onde chiese alla pace di quest'asilo la tregua alle sue angosce. E qui l'ha trovata, e qui, vivendo nelle sue memorie, nelle reminiscenze dei suoi studi, sente riaccendersi la sua vena poetica ed improvvisa versi. Noi gli demmo per tema della sua poesia: La morte di Napoleone. Si concentrò per un quarto d'ora al più, senza muover occhio, né palpebra; sembravaci assorto in una visione celeste; quindi si scosse bruscamente, sgranchì agilmente le membra e coll'aria serena ci venne a dire: son pronto, ascoltatemi. E qui davvero non ebbe limite la nostra meraviglia e la nostra ammirazione. Le ottave si succedevano alle ottave con rapidità sì prodigiosa, che anche la più veloce scrittura sarebbe stata impotente a raccoglierle. Intanto, come si narra dell'antica Sibilla, il volto del poeta si era fatto acceso, lampeggiante l'occhio, anelante il respiro; il pensiero scattava da quell'eccesso di vita come la scintilla dal fuoco. Dalla semplice eccitazione era giunto per gradi ad una specie di estasi, durante cui sgorgavano più che mai abbondanti e mirabili le rime. La vita avventuriera, il genio superbo, la fine infelice del grande Guerriero furono cantati in versi toccanti, inspirati. Nessuno avrebbe potuto credere che questi versi erano creati all'istante, tanto celeramente le rime davano luogo alle rime, e con esse svolgevasi riccamente il disegno del poemetto».

(*) Tamassia A. — Una visita al Manicomio di Aversa (Gazz. del Frenocomio di Reggio Emilia — Anno IV. 1879).


 

Il paragrafo che segue è quanto riportato dal dottor Crescenzo De Chiara, ex medico dell'ospedale psichiatrico "Maddalena" di Aversa (Ce), in servizio dal 1962 al 1988. Il dottor De Chiara ha riportato alla luce alcuni aneddoti che ripropongo per la loro particolarità.

  MANIFESTO  

Il teatro dei Matti – il 6 marzo del 1863, presso il Real Teatro del Fondo, di Napoli, oggi Teatro Mercadante in Piazza Municipio, si tenne l’opera teatrale “Il cittadino di Gand”, si trattava di una serata a beneficio dei “danneggiati dal brigantaggio”, problematica molto sentita all’epoca nel Regno. Attori dell’opera gli alienati del R. Morotrofio di Aversa, quattro atti, ai quali era presente nientemeno che Alessandro Dumas. Direttore della compagnia il direttore del manicomio l’indimenticato professor Miraglia. Il Dumas così esordiva in una lettera inviata al suo amico dottor Castle “Permettetevi d’informarvi, d’uno spettacolo, fra i più straordinari ch’io m’abbia visti, anzi, posso dire, che siensi mai visti: una rappresentazione drammatica eseguita da pazzi!”. Un momento particolare lo merita uno degli attori, quel Felice Persio (nativo di Penne N.d.R.), che interpreta don Giovanni, Conte di Vargas e segretario del Duca. Il Persio deve svolgere due ruoli, prima recitare ne “Il cittadino di Gand”, dove cadeva morto per un colpo di spada infertogli come da copione. Doveva quindi, subito dopo, esibirsi nella scena delle “Ultime ore del Tasso”, dove con un soliloquio anche qui doveva interpretare la morte, stavolta di Torquato Tasso. Qui il Dumas sembra divertirsi un mondo, allorquando scrive all’amico di quanto proprio il Persio rispose al direttore di scena, che dopo la prima parte del lavoro teatrale, ad alta voce invitava l’attore entro cinque minuti a salire nuovamente sul palco. “Ma come volete che torni in scena in cinque minuti, se cinque minuti fa sono morto da dieci!”. E continuò “…solo a Gesù Cristo fu possibile risuscitare dopo tre giorni…”. Toccò all’amico folle Cagliozzi, annunciare agli spettatori che il Persio era indisposto per morte “teatrale” e non poteva continuare la “recitazione”. Ne venne fuori un applauso che il Dumas, poi recatosi in visita per diverse volte al Manicomio di Aversa, non dimenticherà mai.

Atto di nascita di Felice Persio

Atto di nascita di Felice Persio


Stefano Persio ed Antonia Florio si sposarono in giovanissima età. Felice era il quarto figlio e nacque il 3 febbraio 1819 quando il padre e la madre avevano rispettivamente 22 e 20 anni. Il primo figlio, Tommaso, morì giovane. La secondogenita, Maddalena, andata in sposa a Daniele Allera, fu la madre di Vincenza, prima moglie dello scultore pennese Francesco Paolo Evangelista (alias Sanzunotte), morì nel 1886 (vedi documento *ASP* Atto di Morte di Maddalena Persio Atto di Morte - Comune di Penne). Il terzo figlio Alessandro di professione avvocato (svolse a Penne anche le mansioni da Pretore. Fu lui, il 29 agosto 1864, a firmare il verbale per il primo assassinio commesso dal brigante Cuculetto), morì nel 1887 (vedi documento *ASP* Atto di Morte di Alessandro Persio Atto di Morte - Comune di Penne).

Felice Persio morì nel Manicomio di Aversa, il 30 agosto del 1897, all'età di 78 anni.

L'atto di morte di Felice Persio

La facoltosa famiglia Persio abitava a Penne nella zona alta di Santa Croce. Possedeva diverse proprietà: terreni con case coloniche ed un "trappeto".


 

Viene qui trascritta, nella sua stesura originale, la parziale traduzione dell’articolo di Dumas comparsa nella rivista “Annali Frenopatici Italiani” del 1863.

 

I FOLLI DEL DOTTOR MIRAGLIA (1863)

 

Alexandre Dumas

 

Al mio buon amico dott. Castle

Permettetemi d'informarvi d'uno spettacolo fra i più straordinarii ch'io m'abbia visti, anzi, posso dire, che siensi mai visti:
   Una rappresentazione drammatica eseguita da pazzi!
   E notate bene, è la terza volta che i medesimi pazzi, sotto la direzione del dottor Miraglia dànno a Napoli rappresentazioni con tal successo che mentre in quel paese i comici, anche quelli che hanno merito, non guadagnano un soldo, essi, tutte le volte che recitano, fanno zeppo il teatro.
   La prima fiata hanno rappresentato il Bruto d'Alfieri: le altre due, il Cittadino di Gand.
   Il Cittadino di Gand! capite, caro Romand, amico mio cui forse da 25 anni non vedo, il vostro Cittadino di Gand obliato a Parigi da attori che si credono savii è rappresentato qui da folli che lo fanno applaudire con frenesia.
   E in verità non consiglierei ad attori veri di lottare con essi.
   Ma come raccontarvi tale rappresentazione?
   Mi piace di cominciar dalla fine, cioè di parlarvi prima di Miraglia, poi del suo ammirevole stabilimento, in ultimo della rappresentazione del Cittadino di Gand.
   Sono stato a veder questo senza conoscere né il signor Miraglia, né i suoi folli.
  Dopo la rappresentazione, meravigliato di ciò che avevo veduto, sono corso a Miraglia: ma mi fu detto che non potevo parlargli, perché egli era inteso a calmare l'esaltazione de' suoi artisti, coi quali la mattina appresso partiva per Aversa: che, se voleva recarmi colà, il domani mi avrebbe aspettato per tutta la giornata, ed avrei potuto così fare con tutto comodo le mie congratulazioni agli artisti che avevo sentito la sera precedente, ed al loro abile direttore.
   Infatti il sig. Miraglia mi attese, mi espose il suo sistema con la massima bontà. Non è possibile farvi conoscere nelle colonne della Presse tutte le osservazioni del sig. Miraglia. Però mi stringerò a dirvi ch'egli, dopo aver dubitato sul sistema di Gall e di Spurzheim, lo studiò: e dopo averlo studiato, ne divenne entusiasta. Da quel tempo, sentendosi da una irresistibile vocazione trascinato al trattamento de' folli, capì che la frenologia doveva essere principalmente applicata alla follia. Perocché dallo sviluppamento degli organi dipende lo sviluppamento delle facoltà dello spirito, dalla eccitazione di questi stessi organi nascono l'esaltazione e il disordine delle anzidette facoltà, e dalla loro depressione nasce, per l'opposto, l'abolizione di esse. La mania, la follia e la demenza sono i tre gradi dello spostamento della ragione. Si passa dalla mania alla follia, da queste alla demenza; e poi nulla più: poiché la demenza, che rappresenta l’abolizione delle facoltà, è l’atrofia del cervello, ed in questo caso le cavità del cerebro sono diminuite a profitto della parte ossea ch’è insensibile e inintelligente.
   La maggior parte de’ pazzi che son rinchiusi nello stabilimento del sig. Miraglia han perduto la ragione per religiosità.

   ………......................

Abbiamo finito con la parte drammatica e sanguinosa del nostro racconto. Passiamo, se volete, allo spettacolo che mi ha molto maravigliato di vedere, un dramma in 5 atti, rappresentato da pazzi.
   Dico da pazzi e non da pazze perché il signor Miraglia sopprime la donna nelle sue rappresentazioni drammatiche per tre ragioni: prima, perché non ha nel suo stabilimento, separate dagli uomini, che donne di condizione inferiore; secondo, perché crede cosa più delicata far salire sul teatro donne che farvi salire uomini; terzo, perché non ha la stessa potenza per incatenare l’insensato ciarlar delle donne che ha per gli uomini, quasi sempre silenziosi, mentre le donne si abbandonano ad un’eterna loquacità.
   Come vi ho detto nella mia prima lettera, non volli esaminare la rappresentazione de' matti di Aversa dal solo lato della curiosità e dello stupore che produsse sull'universale, e risolsi di sapere dallo stesso Miraglia le ragioni che lo aveano indotto a far tragici e comici alcuni de' pazzi affidatigli, e domandargli con qual procedimento aveva ottenuto sì pieno successo.
   Miraglia mi rispose:
   Da prima ho voluto provare che i matti non debbono esser trattati come bestie feroci, e cacciati interamente dall'umano consorzio, attesoché l'osservatore abbastanza paziente per riconoscere le forze mentali che sono state lese, può da ciò riconoscere anche le sane, e ricava da queste gran lume, mettendole in esercizio, dimodoché la follia sarà solamente una macchia nera sullo spirito, un punto nero sulla luce. Ora, nulla più naturale di questo fatto che da principio pare maraviglioso. Conosciute una volta le facoltà rimaste nel loro stato normale, bisogna eccitarle, togliendo alle facoltà inferme ogni motivo d'entrare esse stesse in eccitamento. Pazienza, perseveranza, benevolenza e volontà, tali sono i mezzi di ottenere la fiducia di quei disgraziati, e di condurli all'esercizio delle parti sane del loro cervello, addormentando le parti ammalate, e di mettere un folle in relazione con uno o molti altri folli: al che si venne, dirigendo verso uno stesso fine le qualità sane di molti cervelli parzialmente infermi.
   Questa spiegazione sarà più facilmente capita studiando gl'individui che presero parte alla rappresentazione e facendo conoscere ai lettori la monomania di ciascuno di essi.
   Non posso parlare che del Cittadino di Gand, non avendo veduto che questo: ciò che dirò della rappresentazione del Bruto sarà accidentale.
   I principali personaggi del dramma erano così distribuiti.

Il Cittadino di Gand   Sig. Felice Persio
Il marchese di Las Navas   Luigi Cagliozzi
Il duca d'Alba     Antonio Rossi
Il principe d'Orange   Giuseppe Folcignanò
Cidolfo    Vincenzo Liuzzi
II corriere di Spagna    Michele Pentrella

   Le parti del conte di Lowendeghen e del servo del duca furono eseguite da due impiegati dello stabilimento, perché i due folli che dovevano disimpegnarle durante le prove erano stati colpiti da delirio acuto. Procediamo per ordine e studiamo con ordine ciascuno di questi artisti.

FELICE PERSIO – Il Cittadino di Gand

Felice Persio è di Penne, nel 1° Abruzzo ulteriore: ha quarantacinque anni, ed è figlio di padre morto pazzo: giovane, fu comico girovago, recitò la commedia, cantò e ballo. Entrò nello stabilimento il 24 dicembre 1858: è affetto da mania, cioè di disordine permanente negl'istinti, ma con integrità di alcune facoltà superiori. Infatti il senso della mimica, dell'astuzia, dell’idealità di alcune altre forze intellettuali si mostrano in lui perfettamente sane. Eccitate e dominate queste facoltà sane e farete tacere le inferme. Ecco quel che fece Miraglia: ma si accorse che, dacchè sospendeva l’azione esercitata da queste facoltà, quelle che erano pervertite riprendevano subito il disopra. Perciò, finché Persio è in scena, è tutto dedito alla sua parte: calata la tela, ricade tosto nella follia. Inoltre egli è poeta, improvvisa con facilità versi pieni di sentimenti generosi e di pensieri sublimi. Ma nelle sue ore di allucinazione non può ligare insieme due frasi, e non dice assolutamente nulla che rassomigli ad un discorso sennato.

ANTONIO ROSSI – Il duca d’Alba

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LUIGI CAGLIOZZI – Il marchese di Las Navas

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GIUSEPPE FORCIGNANO’ – Il principe d’Orange

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VINCENZO LIUZZI – Gidolfo

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MICHELE PENTRELLA – Il corriere spagnuolo

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   Tali erano, caro dottore, gli artisti che rappresentavano il Cittadino di Gand la sera nella quale, come ho detto, la sala del Fondo era zeppa nell'aspettativa di questo curioso spettacolo.
   Ora che avete fatto conoscenza coi nostri attori, li vedrete entrare in scena, poi ve li mostrerò di ritorno al loro stabilimento: e dopo questo istante di apparente saggezza ridivenuti pazzi come prima.
   Il più difficile di tutti a trattare è Persio, perché è il più compiutamente folle: però il sig. Miraglia non lo lasciò, venne nella stessa vettura con lui, e lo condusse all'albergo dei Fiorentini, facendogli dare una camera separata.
   Prima di partire dall'ospizio, s'era fatto portare il pranzo alle due p.m. dicendo ch'era suo sistema pranzare di buon'ora ne' giorni in cui recitava.
   Giunto all'albergo de' Fiorentini si mise nudo, e s'insaponò dalla testa a' piedi; poi, coverto di sapone, accese il suo sigaro e poi passeggiò per la camera.
   Il signor Miraglia gli fece osservare che l'ora si avvicinava, e che sarebbe stato ammesso all'ammenda se non fosse entrato a tempo. Egli riconobbe la giustizia di questa osservazione, si vesti; e poi senza difficoltà montò in vettura, giunse in teatro, ed entrò nel suo camerino, dove era pronto il suo costume.
   Egli esaminò tutto, poi, trasportandosi: sapete, disse, che se non sono pagato prima, non entrerò in scena.
   È giusto, rispose Miraglia, quanto volete?
   Voglio 70 napoleoni in talleri di Prussia.
   Si discusse e sulla somma e sulla moneta richiesta: gli si fece intendere che non si troverebbero sufficienti talleri per tutti i cambia-valuta per pagargli 1.400 franchi; d'altra parte, pagato in talleri non avrebbe avuto più 70 napoleoni.
   Parve ch'egli comprendesse la ragionevolezza di questo ragionamento e si limitò ad esser pagato in napoleoni: le sue pretese si abbassarono anche da 70 a 25. Gli furono contali i 25 napoleoni, ch'egli ricontò con la più gran cura, e chiuse nel suo portamonete, che poi non perdè di vista vestendosi, e mise anzi sul petto pria di scendere in teatro.
   È vero che la prima cosa che il domani fece salendo nella sua cella fu di gettare il portamonete nel giardino, a traverso i cancelli della sua finestra. Così furono ripresi i 25 luigi che gli si eran dati. Quanto a lui non se ne curò più, e non li ha più ridomandati; neanche del portamonete ha preso più notizia.
    Gli altri non fecero tutte queste difficoltà; è vero che erano artisti inferiori in merito a Persio. Domandarono solamente alcuni sorbetti, altri limonee.
   Fino al momento d'entrare in scena Persio divagò, e Miraglia fu obbligato di tenerlo pel braccio: ma al momento in cui si batterono i tre colpi, si raddrizzò, tossì, accomodò i suoi capelli, fece infine tutto ciò che fa un comico prima di fare la sua entrata, e, quando si alzò la tela, parve riprendere tutta la sua ragione. Vargas entra, ed entrando trova Don Luigi addormentato sopra una poltrona. Qualcuno che non l'avesse saputo, non avrebbe certamente sospettato che avea dinanzi un pazzo senza altro di sano nel cervello che gli organi che esercitava in quel momento, ma al contrario avrebbe scommesso di avere a fare con un comico provetto. Persio fu eccellente in quel primo atto, e benissimo secondato del duca d'Alba, che in fatti non ricorse mai al rammentatore. Diciamo di passaggio che il rammentatore era il figlio di Miraglia, il quale a costo di divenir pazzo esso stesso, avea fatto fare alla compagnia dodici o quindici prove.
   La grande scena del primo atto fra Vargas e il duca d'Alba fu benissimo rappresentata e molto applaudita. Come artisti di professione, i pazzi parevano estremamente sensibili agli applausi, ed ogni volta che questi rimbombavano, essi salutavano gli spettatori con riconoscenza.
   Al principio del secondo atto, al momento in cui Vargas (Persio) apre la prigione del duca d'Orange (Forcignanó), costui che, come abbiam notato, è pazzo d’orgoglio e compiutamente pazzo, offeso dal tono con cui Vargas gli parlava, non sentendo le sue parole, e non vedendo che l’espressione del suo viso, giudicò senzadubbio che non si parlava con tal faccia ad uno stathouder di Olanda, di Zelanda e di Utrecht; guardo sdegnosamente il suo interlocutore, gli voltò le spalle ed uscì di scena. Persio non si smarrì, si avanzò fino al buco del rammentatore gridando: “Orgoglio inflessibile che non saprà mai sopportare le contraddizioni!”. Poi, sottovoce, al rammentatore: “Tagliate tutta la scena; disse: io lo conosco, non tornerà più”. Miraglia figlio saltò la scena e passò alla seguente. Luigi Cagliozzi entrò, e nessuno s'accorse dell'attacco d'orgoglio del principe d'Orange.
   Ma Persio s'era ingannato che quegli non sarebbe ritornato. Nel momento in cui stava per bassarsi la tela, alla fine del secondo atto, il principe d'Orange (Forcignanò) si lanciò sulla scena, e dominando il teatro: “Signore e signori, disse, permettete che io vi dica de' versi della mia gioventù”.
   E cominciò un sonetto che fu caldamente applaudito. Salutò, si ritirò a passi dietro, e la tela venne giù non su la morte di Lowendeghen, ma sul sonetto di Forcignanò.
   Persio era stato grandemente disturbato da questo incidente che gli faceva mancare il suo effetto alla fine del secondo atto: ma avea presa la cosa più filosoficamente di quel che speravasi, contentandosi di dire:
   “Ecco che vuol dire recitare con pazzi”. Dal terzo atto in poi tutto andò a maraviglia. Miraglia vedeva arrivare con una certa apprensione il momento in cui Liuzzi (Asmodeo) dovea uccidere il conte Vargas; ma, come avea preveduto, Asmodeo, demonio implacabile a proposito degli spiriti, era buon diavolo pe' corpi. Passò destramente la sua spada sotto il braccio del segretario del duca di Alba invece di piantargliela in petto, ed il conte di Vargas cadde morto.
   Non vi spaventate, caro dottore, vedrete che vogliamo dire con la spada cadde morto e non come se fosse morto.
   Il manifesto diceva! Il cittadino di Gand, dramma in 4 atti ed in prosa d'Ippolito Romand seguìto dalla morte del Tasso, scena lirica in un atto.
   Era Persio che, dopo aver fatto la parte principale nel dramma, dovea rappresentare il Tasso nel secondo lavoro, che non è che un monologo.
Ma Persio avea preso tanto sul serio la sua parte, che credendosi ucciso e bene ucciso da Liuzzi-Asmodeo, rispose al direttore di scena che l'avvertiva non osservi che altri cinque minuti per riuscire sul proscenio:
   "Come volete che torni in scena in cinque minuti se sono morto da dieci”.
   E per quanto gli si fosse detto, per quante promesse gli si fossero fatte, rispose che solo a Gesù Cristo era stato dato il privilegio di risuscitare, ma dopo tre giorni.
   Il folle Cagliozzi annunziò non che Persio era indisposto, non che Persio stava male, non che Persio essendosi urtato non poteva rappresentare i1 Tasso: ma che Persio, essendo morto, non voleva dare al buon senso la mentita di comparire in un'altra parte; e l'udienza, compiaciuta di trovar tanta ragione in un pazzo, se ne andò furiosamente battendo le mani.
   Ho detto il tentativo che io avea fatto la sera stessa per penetrare sul teatro, salutare gli artisti, ed interrogare Miraglia, e come mi fu risposto che Miraglia, dovendo calmar l'esaltazione de' suoi artisti, mi avrebbe ricevuto il domani nell'ospizio stesso di Aversa.
   Vi è un'ora e mezzo per andar da Napoli ad Aversa. Il domani, alle 10, montai in vettura, e prima di mezzogiorno era in casa Miraglia.
   Egli mi aspettava per farmi gli onori di casa. Il primo de' nostri attori che incontrammo fu Luigi Cagliozzi, che aveva rappresentato la sera innanzi Don Luigi, marchese di Las Navas. Si scaldava al sole, assiso nel primo cortile; vedendomi avvicinare a lui, si alzò; volli interrogarlo; fargli qualche elogio: egli non ricordava più nulla! Mi rispose con voce dolce e malinconica parole senza nesso.
    Mentre discorrevamo con lui, il pazzo che crede avere il diavolo Asmodeo in corpo si avvicinò a noi: era Vincenzo Liuzzi, che aveva fatto la parte di Gidolfo, e che, durante la sommossa, uccide il conte Vargas, Volli anche fargli le mie lodi pel modo com'egli avea concorso al buon andamento dello spettacolo: ma m’interruppe: Signore, sapete che ogni uomo ha un diavolo nel cervello. E mi espose il suo sistema, al quale contro il mio uso, nemico come sono di ogni sistema, parmi associarmi interamente.
   Ma Persio era colui che mi premea vedere, e ne domandai. Malauguratamente lo avevano avvertito del mio arrivo: più malauguratamente ancora, egli mi conosceva di nome. Pretese che il signor Dumas, essendo a Parigi, non poteva essere a Napoli: che, in conseguenza, voleano beffarsi di lui tacendogli fare elogi da un pseudo Dumas. E così si chiuse nella sua stanza, e dal finestrino fu visto spogliarsi e mettersi a letto per non ricevere alcuno.
   Volli scontrarmi col principe d'Orange: sciaguratamente anch'egli era avvisato del mio arrivo. Aveva allora domandato i suo abiti da principe: ma siccome erano rimasti a Napoli, e non si potea contentarlo, avea al par di Persio ricusato ostinatamente di ricevermi col modesto abito che indossava.
   Restava il duca d'Alba, Antonio Rossi, che fu gentile e cortesissimo. Mi parlò, come avrebbe fatto un vero vice re, delle mie opere che conosceva, tanto più che conoscendo il francese le avea lette nell’originale. La conversazione durò 10 minuti: avrebbe potuto durare una mezz'ora, senzaché m'accorgessi, se non fossi stato prevenuto, di trattare con un pazzo.
   Quanto al corriere spagnuolo, era una specie d'idiota, dal quale non vi era assolutamente nulla a cavare.
   Ecco, caro dottore, la relazione che ho voluto farvi. La credo curiosa per voi soprattutto che attendete con tanto successo a questa grande scienza frenologica, che è, ne ho gran paura, la scienza della vita, ma anche la scienza della morte!

FINE

SOTTO: Estratto della versione in lingua originale de "LES FOUS DU DOCTEUR MIRAGLIA" pubblicato a Parigi nel 1867.