CUCULETTO, LA VERA STORIA DEL BRIGANTE DI PENNE E DELLA SUA FAMIGLIA

di Luciano Gelsumino

Elenco delle fonti documentali:
Archivio di Stato di Teramo
Archivio Storico Comune di Penne

Tutta la documentazione originale  conservata presso lArchivio di Stato di Teramo  
con riferimento a: Corte Assise busta 151 fascicolo 1086 e busta 29 fascicolo 214; 
Elenco III/7 pacco 174 progressivo 6472 e pacco 33 progressivo 1105; 
Istruzione Penale busta 714 fascicolo 34, N. P. 2532. 

Direzione Archivio di Stato di Teramo 
Concessione autorizzazione a pubblicare n. 1 prot. n. 3/2 del 07/02/2011


PREMESSA

Ci sono briganti e briganti e per questo motivo  opportuno distinguere quelli mitici, in qualche 
modo politicizzati, da quelli che furono dei veri delinquenti, spinti non da ideologie.
Definir Cuculetto brigante, ma solo per collocarlo fra le persone la cui attivit avvenne fuori 
dalla legge: user il termine brigante quale sinonimo di bandito. 
Tratter gli eventi che hanno caratterizzato la storia criminale di Emidio DAngelo, il brigante 
di Penne, forzatamente chiamato Sparacannone, e della sua famiglia attraverso la loro 
ricostruzione storica. 
Quello di Sparacannone risulta essere il soprannome venuto fuori dalla fantasia di un cantastorie, 
il quale, una volta anonimizzato il personaggio, trov il modo pi semplice di poterne narrare le 
vicende in gran parte inventate o frutto della fantasia popolare e, nel contempo, di sfuggire anche 
alle ire dei discendenti. In questo libro su Cuculetto, citer solo i fatti realmente accaduti e 
chiamer le persone col proprio nome, cognome e soprannome, come riportati negli atti ufficiali. 
Tutto questo per ristabilire la verit storica circa gli accadimenti che influenzarono, se non 
addirittura sconvolsero, la vita degli abitanti di Penne e delle zone limitrofe, nel corso della 
seconda met del 1800.
Animato sin da piccolo da una grande curiosit nei confronti dei fatti crudeli compiuti dal brigante 
di Penne, ho sempre mantenuto vivo il desiderio di approfondirne la conoscenza, per poter 
distinguere la realt da quella che fu la credenza popolare giunta fino a noi.
Attraverso una meticolosa raccolta, prima, e lo studio, poi, di una documentazione piuttosto 
corposa, la cui reperibilit non  stata semplice, ho riportato nelle pagine che seguono i 
risultati della mia ricerca per condividerli con quanti, pennesi e non, siano mossi dalla mia 
stessa voglia di sapere.
Non privo di difficolt  risultato il lavoro dinterpretazione dei documenti, costituiti da atti 
processuali manoscritti che contengono anche corrispondenze autografe.
Il risultato ottenuto  stato reso possibile grazie alla personale tenacia e alle fonti messe a 
disposizione dallArchivio di Stato di Teramo e da quello Storico del Comune di Penne.

PRESENTAZIONE

Le malefatte commesse da Emidio DAngelo, detto Cuculetto, tramandateci sotto forma di 
leggenda, sono sfuggite alla storia per circa 150 anni. 
La leggenda, com noto, non , per,  frutto soltanto della fantasia popolare, poich 
contiene sempre un nucleo di verit intorno al quale limmaginario collettivo elabora una 
narrazione ricca di elementi fantastici. 
Sulla vita burrascosa trascorsa da Emidio DAngelo esiste una rilevante documentazione mai 
consultata prima e risultata molto utile a  correggere quanto in un secolo e mezzo  stato 
prodotto dallinventiva popolare.
Nel periodo post-unitario, la situazione economica nella Citt di Penne era la medesima 
gravemente compromessa dellallora meridione italiano. In questo contesto, intrappolati nella 
rete della povert e dellignoranza, il padre Tommaso, detto Cuculo, e la madre Angela Rosa 
non tentarono di trasferire, n ad Emidio, n tantomeno agli altri cinque figli, un modello di vita 
che avesse alla base il presupposto dellonest. Ne danno conferma le schede del casellario 
giudiziario di tutti i componenti la famiglia che, una volta consultate, hanno rivelato dei 
retroscena a dir poco inquietanti. Emidio, ancora giovane, diede il via alla sua carriera delinquenziale 
perpetrando alcuni furti; attivit largamente praticata anche dagli altri membri della sua famiglia. 
Nellanno 1864, poco pi che ventenne, Cuculetto, lusingato dalle promesse fattegli da don 
Simone Perrotti, Canonico della Cattedrale di Penne e ricco possidente terriero, commise su 
commissione di costui lomicidio di tale Francesco Di Giovanni.
Arrestato e processato per il delitto, Cuculetto fu condannato a 20 anni di lavori forzati da scontare 
nel carcere di Gaeta. 
Durante le fasi del processo, per non menzion mai il mandante del delitto e sostenne sempre 
la tesi  che ad armare di pugnale la sua mano fu un vecchio rancore serbato nei confronti della 
vittima.
Nellanno 1873, quando oramai aveva gi scontato la met della sua pena, il detenuto riusc 
ad evadere dal bagno penale di Gaeta con un compagno di sventura, cos da poter raggiungere 
insieme la citt di  Penne.
A spingerlo verso il capoluogo vestino non fu certo lattaccamento per il suo luogo natio, ma 
il desiderio di rivalersi nei confronti del Canonico Perrotti. 
Infatti, una volta giunto a destinazione e dopo aver commesso alcune aggressioni per dotarsi 
di un armamento adeguato, Emidio DAngelo mise in atto una operazione intimidatoria nei 
confronti del prete, con la copertura dei propri familiari e spalleggiato dal compagno devasione, 
per ottenere lindennizzo dellomicidio a suo tempo commissionatogli.
Per essere pi incisivo nelle richieste, dopo poco meno di una settimana dal suo ritorno a 
Penne, sequestr il Perrotti, chiedendo al nipote una ingente somma di denaro per il suo rilascio. 
Del riscatto, per,  venne pagato soltanto un anticipo. 
Il prete promise di saldare il conto una volta lasciato libero.  Ma limpegno non fu onorato, 
indisponendo parecchio Cuculetto, tanto che matur la decisione  di ucciderlo. Lassassinio 
fu compiuto in presenza di tre testimoni che, intimiditi, una volta interrogati, negarono in un 
primo momento di aver assistito al delitto.
Durante il periodo in cui il DAngelo scorrazzava per lagro vestino, nellarco di tempo circoscritto 
al mese di novembre dellanno 1873, la popolazione visse in un clima di forte apprensione, 
tanto che molti evitarono di uscire di casa soprattutto nelle ore notturne.
Dopo circa quindici giorni dalluccisione del Perrotti, la latitanza di Cuculetto si concluse in 
seguito alla sua cattura da parte dei  Reali Carabinieri di Penne, che con un  conflitto a fuoco  
lo assicurarono alla giustizia, ferito ad una coscia.
Di fronte ai giudici, il brigante con molta scaltrezza cerc di negare tutte le accuse pendenti 
a suo carico.
Alla fine del processo, il Tribunale di Teramo lo condann ai lavori forzati a vita da scontare nel 
carcere di Civitavecchia.
Oramai vecchio e sofferente, avendo serbato buona condotta per circa quarant'anni ininterrotti di 
reclusione, Cuculetto ottenne la grazia sovrana e trascorse, cos,  gli ultimi anni della sua vita 
a Penne, dove mor allet di 82 anni, ospite della Congrega di Carit, presso lospedale annesso 
al convento di Santa Chiara.



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LA COMPOSIZIONE DELLA FAMIGLIA D'ANGELO

Emidio DAngelo nacque a Penne il 3 maggio del 1843, da Tommaso, detto Cuclo, figlio 
di Cipriano e Angela Di Silvestre e da Angela Rosa Barbacane di Massimantonio e Chiara Spinozzi.
La famiglia di Tumassin Chicul oltre che dal capostipite, dalla consorte e dal terzogenito Emidio, 
era composta da altri cinque figli:
Domenico nato nel rione San Panfilo di Penne l11 febbraio 1838;
Carlo nato nel 1842;
Luigi nato il 29 aprile 1847 nel rione San Nicola;
Margherita nata il 15 aprile 1849, andata in sposa a Gaetano Scarfagna di Tommaso;
Maria Arcangela nata il 6 aprile 1853, coniugata con Vincenzo Gaudenzio.

LA CONDOTTA DELLA FAMIGLIA D'ANGELO

Il giorno 10 dicembre 1873, il vicino di casa dei D'Angelo, Nicola Mariani fu Clemente di anni 54 
e vetturale in Penne, interrogato dal Pretore cos dichiar:
  una famiglia celebre in paese per molti delitti commessi. E una stirpe di gente 
facinorosa e ladra.

Circa la raccolta delle condanne penali passate in giudicato o dei procedimenti pendenti a 
carico della famiglia DAngelo ancor prima che Emidio-Cuculetto commettesse gli omicidi, il 
Pretore di Penne certificava quanto segue:   avendo riscontrato i registri penali dei medesimi, 
ho rilevato le frequenti imputazioni sul conto degli individui di seguito descritti.

Tommaso DAngelo fu Cipriano (capofamiglia):

Minacce con violenze pubbliche contro un magistrato dellordine amministrativo /Sotto Governatore 
 D. Domenico de Blasiis/ costringendolo a non fare atti dipendenti dal suo ufficio;
Involamento e distruzione di carte ed altri effetti tenuti in un pubblico archivio, commessi anche 
 con violenza pubblica;
Furto di oggetti mobili commesso non clandestinamente, qualificato per la violenza, tempo e luogo 
 sulla persona del Sotto Governatore.
Reati commessi a Penne nella sera dei giorni 1 e 2 dicembre 1860. Gli atti processuali furono 
trasmessi allabolita Gran Corte, lesito non si conosce.

Angela Rosa Barbacane fu Massimantonio (moglie):

furto semplice di legna del valore di lire 127,50 commesso in danno di Andrea DAngelo di 
 Loreto Aprutino, nel mese di Dicembre 1863. Il processo fu rimesso presso il Tribunale di 
 Teramo. Altro non si rileva.

Emidio DAngelo di Tommaso (figlio):

Furto semplice di due paia di caciocavallo del valore scudi 4, in danno di Nicola e Maria 
 Evangelista di Penne nel 14 Aprile 1860; non vi fu luogo a procedimento penale.
Minacce con violenze pubbliche contro un magistrato dellordine amministrativo /Sotto 
 Governatore/ costringendolo a non fare atti dipendenti dal suo ufficio;
Involamento e distruzione di carte ed altri effetti tenuti in un pubblico archivio, commessi anche con 
 violenza pubblica;
Furto di oggetti mobili commesso non clandestinamente, qualificato per la violenza, tempo e luogo 
 sulla persona di D. Domenico de Blasiis Sotto Governatore. Reati avvenuti nei d 1 e 2 Dicembre 
 1860. Labolita Gran Corte Criminale con deliberazione del d 24 Maggio 1861, ordin per questi 
 predetti carichi, di conservarsi gli atti in archivio sino a nuovi lumi, mettendosi in libert il DAngelo.
Grassazione mancata, in danno di Francescopaolo e Domenico Liberatore, commessi in giugno 
 1862. Il Giudice Istruttore con ordinanza del d 16 Giugno 1863 dispose pel carico anzidetto 
 non darsi luogo a procedimento penale.
Furto semplice di legna del valore di lire 127:50 commesso il 31 dicembre 1863 in danno di Andrea 
 DAngelo di Loreto Aprutino. Per questo reato pende il giudizio innanzi al Tribunale.
Minacce verbali fatte con ordine, sotto condizione e con arma, in persona di Emidio Chiarella 
 di Penne il d 24 Gennaio 1864. 
 Con sentenza del 16 Maggio detto anno fu condannato a due giorni di arresto da scontarsi 
 nel carcere gi sofferto.

Domenico DAngelo di Tommaso (figlio):

Furto qualificato pel tempo, in danno di Antonio Tammaro di Napoli, avvenuta a d 3 e 4 Febbraio 
 1856. Compilati gli atti furono rimessi allabolita Gran Corte lesito signora.
Furto semplice di legna del valore di lire 127,50 commesso il 31 dicembre 1863 in danno di 
 Andrea DAngelo di Loreto.

Luigi DAngelo di Tommaso (figlio):

Furto semplice di legna del valore di lire 127:50 commesso il 31 dicembre 1863 in danno di 
 Andrea DAngelo di Loreto.

Carlo DAngelo di Tommaso (figlio):

1.Con decisione del 25 Gennaio 1859, la Corte Criminale abolita, lo condannava a tre anni 
  di prigionia,
per furto qualificato per tempo e mezzo, a danno di Massimantonio Calvi, commesso la 
 notte del 20 Novembre 1858;
per detenzione darma vietata (Pistola) senza licenza per iscritto dalla Polizia; commessa 
 nel giorno 9 Dicembre detto anno.
2.Con altra decisione del 12 Settembre 1861, listessa corte lo condannava ad anni dodici di ferri, 
  alla malleveria di ducati 100 per tre anni, perch ritenuto colpevole:
di violenza e minacce contro un Magistrato dellOrdine Amministrativo/ Sotto Governatore di 
 Penne D. Domenico de Blasiis/, costringendolo a non fare atti dipendenti dal suo Ufficio;
dinvolamento e distruzione di carte ed altri effetti tenuti in pubblico Archivio / Ufficio di Polizia 
 di Penne /;
di furto qualificato per la violenza /numero di persone armate/ pel valore e pel tempo a danno 
 di D. Michele Baicolo, reati commessi nei giorni 1, 2 e 3 dicembre 1860.

Margherita e Arcangela DAngelo di Tommaso (figlie)

non risultano gravate da alcuna reit.

Gaetano Scarfagna di Tommaso (genero, marito di Margherita DAngelo):

Porto darma vietata/ coltello a molla fissa scoperto a Penne l 8 Settembre 1871. Gli atti 
 furono rimessi al Tribunale competente, non si conosce lesito.

Dagli atti si evince che il capofamiglia Tommaso e i due figli pi turbolenti, Carlo ed Emidio, 
presero parte a quella che fu definita la rivolta granaria di Penne del 1860.
La rivolta di Penne dei primi di dicembre del 1860 non avvenne per motivi politici, ma 
pittosto economici.
In seguito allaumento del prezzo del grano di vari carlini al tomolo, decretato in data 
1 dicembre, la popolazione pennese che viveva in un periodo di grandi ristrettezze, si 
oppose, adottando forme di proteste estreme che sconfinarono nella violenza contro le 
autorit costituite. Per i pi facinorosi fu quella anche loccasione propizia per mettere in 
atto azioni di veemenza gratuita.

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IL FURTO DI LEGNA

Il giorno 31 Dicembre 1863, il Maresciallo Alberto Allo, Comandante la Stazione dei Reali 
Carabinieri di Loreto Aprutino, invi al Giudice del Mandamento di Penne, la seguente 
informativa che aveva per oggetto: 
processo verbale di furto e denuncia dei ladri.

Pregiomi trasmettere alla S.V. Ill.ma un processo verbale di furto forestale a danno di 
DAngelo Andrea di Loreto avvenuto oggi in territorio di Penne, e denuncia dei ladri sorpresi 
in flagrante delitto tali DAngelo Emidio, Domenico, e Luigi fratelli e di loro sorella Maria Rosa, 
contadini nativi e domiciliati in Penne detti i figli di Cuculo, per quegli atti di Giustizia che Ella 
ne creder del caso; pregandola onde volesse compiacersi di farmi un cenno di ricevuta 
della presente per servire di pratica questo Ufficio.

Oggi trentuno Dicembre Milleottocentosessantatre verso alle ore due pom. nella regione 
Teto territorio di Penne, Noi sottoscritti Barsani Angelo vice Brig. e Carab. Moretti Giovanni, 
Sutgi Agostino, ed Inzania Giovanni tutti dellarma a piedi, della qui contra descritta Nazione,
vestiti del nostro uniforme dichiariamo che essendosi presentato alla nostra Caserma il 
nominato DAngelo Andrea, fu Antonio, danni 55, nativo e domiciliato in Loreto, possidente 
a porgere lagnanza che nella regione sopra indicata lui aveva comperato una quantit di piante 
di rovere e che in quel momento era stato avvisato che vi era della gente con delle scure che 
tagliavano e rubavano legna delle piante suddette, e che perci invitava lArma nostra a portarsi 
sul luogo per far rispettare quelle sue propriet e sorprendere in flagrante i ladri, quindi dietro 
ad ordine del nostro Comandante di Stazione partimmo immediatamente per quel luogo avente 
con noi per guida il Padrone della legna, e giunti a circa 300 metri di distanza dal luogo ove 
stavano quei malfattori a tagliare legna, abbiamo potuto scorgere ed osservare che vi erano 
col un N di quattro persone cio tre uomini e una donna, e che due uomini con scure 
continuavano a tagliare legna e la donna ed un uomo la portavano via; nella avanzarci noi 
a quella direzione essendosene loro accorti si diedero a precipitosa fuga dirigendosi verso 
Penne, due in manica di camicia, che velociamente da noi inseguiti alla corsa per longo 
tratta non abbiamo potuto riuscire di raggiungerli per la distanza che vi era e per la situazione 
montuosa e fangosa hanno potuto guadagnare terreno e scomparire dalla nostra vista.
Recatici subito dopo sul posto ove tagliavano legna e che si diedero alla fuga per essersi 
accorti del nostro arrivo, e col abbiamo rinvenuto due scure e due giacche di lana colore 
caff in buono stato una e laltra in cattivo stato, ed anche un paio di scarpe che probabilmente
sono di uno di quei ladri che stava su un albero a tagliare legna, che quando ci vide noi balz 
a terra e non fece pi in tempo di prendere e fugg scalzo. Giunti in quel luogo noi seguendo 
una traccia di schegge lungo ad un sentiero battuto, giunti alla distanza di quel luogo di 
circa 300 passi, alla aperta campagna, vicino ad un pagliaio ed una piccola casa di campagna 
trovammo una quantit di legna spaccata di fresco.
Chiamammo labitante di quella casa chiedendogli se sapesse di chi fosse quella legna, 
interrogandolo sulle sue generalit, e lui ci rispose chiamarsi De Luca Vincenzo, di Anastasio 
danni 20, contadino, nativo di Penne, e dimorante in tenimento di Penne, soccio di Palloni 
Giuseppe, dichiarandoci che quella legna lavevano trasportata col i fratelli DAngelo Emidio,
di anni 20, Domenico di anni 30 circa, Luigi, di anni 18, e di loro sorella Maria Rosa di anni 
16, tutti contadini nativi e domiciliati in Penne, detti i figli di Cuculo, che lavevano portata 
col poco prima, e continuavano ad apportarne dicendogli che era legna che loro avevano 
comperato che la deponevano l provvisoriamente per riprenderla poi allindomani e riportarla 
a Penne. In seguito a queste risultanze essendoci accertati chi erano i ladri e che quella 
legna era quella che le quattro suddette persone rubavano dal bosco premenzionato ed a 
danno del DAngelo Andrea, il quale essendo presente anche lui con noi riconobbe esso 
pure che quella legna era della sua, perch della stessa qualit, tagliata di fresco e la 
traccia di schegge pure tagliate di fresco, che dal suo bosco conduceva a quel luogo, 
quindi non essendo roba trasportabile per il volume e peso labbiamo sequestrata e data 
in consegna, mediante ricevuta per garanzia, al premenzionato De Luca Vincenzo a 
disposizione del potere giudiziario.
Di tutto quanto sopra abbiamo esteso il presente processo verbale di furto e denuncia 
dei ladri tre fratelli e sorella premenzionati, in duplice copia per essere presentato 
uno unitamente alle due giacche, due scure, il paia scarpe e il pezzo di corda stati 
abbandonati sul luogo del commesso reato dai delinquenti; ai quali oggetti abbiamo 
apposto sopra una soprascritta sigillata con cera lacca rossa aventi sui sigilli le iniziali 
A.V., colla dicitura oggetti sequestrati il d 31 Dicembre 1863, nella regione Teto a carico 
dei nominati DAngelo Emidio, Domenico, Luigi e Maria Rosa per furto di legna.
Uniamo pure al presente processo verbale la ricevuta della legna rilasciata alli operandi 
dal De Luca Vincenzo, che lha presa in consegna. Copia di questo processo verbale 
sar pure spedita al nostro Signor Comandante la Luogotenenza.
Fatto e chiuso a Loreto il 31 Dicembre 1863, e ci siamo sottoscritti.
 
In data 29 Febbraio 1864, cos Andrea DAngelo raccont al Pretore di Penne del furto subto:
 Sono Andrea DAngelo figlio del fu Antonio di anni 55, proprietario nato e domiciliato in Loreto.
In Settembre ultimo comprai sessantaquattro querce dal Barone Scorpione in contrada Teto 
a questo tenimento pel prezzo di lire mille e sessantadue e quarantasette centesimi. Emidio, 
Domenico, Luigi e Margherita fratelli DAngelo figli di Tommaso di Penne, ed altri individui 
ignoti andavano pi volte a recidervi porzioni di rami nellammontare di circa dieci canne di 
legna della valenza di lire centoventisette e centesimi cinquanta. Ed inverso i suddetti 
DAngelo furono sorpresi dalla forza dei Reali Carabinieri nel trentuno dicembre ultimo 
quando tagliavano la legna e la trasportavano presso la casa rurale di Vincenzo De Luca 
il quale se ne prese quindi la consegna.
A comprova di quanto ho narrato assegno pi testimoni Antonio de Bonis, Michele di 
Pietrantonio, e Domenico Labricciosa di Penne. 

Una volta interrogati costoro, il Giudice mise a verbale quanto segue:

Domenico Labricciosa, figlio del fu Giacomo, di anni 58 contadino nato e domiciliato 
in tenimento di Penne contrada Teto. Ha dichiarato che nel mese di Dicembre ultimo 
vide quando i DAngelo tagliavano le querce e trasportavano altrove la legna;

Vincenzo De Luca, figlio di Anastasio, di anni 21 contadino domiciliato in tenimento 
di Penne contrada Teto. Ha dichiarato che nel giorno dellavvenimento vide solo quando
Luigi e Margherita DAngelo trasportavano della legna sul di lui fondo, ed anche in mezzo 
la vicina strada. Che venivano dal fondo del Barone Scorpione  e che egli  quindi seppe 
subito da Andrea DAngelo che la legna  suddetta era stata a lui rubata;

Antonio de Bonis, figlio del fu Emidio, di anni 40, fattore  di campagna nato e domiciliato  in 
Penne. Ha dichiarato che egli non sa il fatto se non per racconto di Michele Di Pietrantonio, 
il quale vide quando i prevenuti rubavano la legna;

Michele Di Pietrantonio, figlio del fu Luigi, di anni 42, contadino e guardiano nato e 
domiciliato in Penne.
Ha dichiarato che nel giorno dellavvenimento vide quando i prevenuti sul fondo del suo 
Padrone Barone Scorpione, tagliavano la legna sulle querce comprate da Andrea DAngelo 
e la trasportavano altrove.

Il Presidente del Tribunale di Teramo, alla fine del dibattimento, emise la seguente sentenza 
di colpevolezza condannando:

Domenico a lire venti di ammenda che nel caso di non effettuato il pagamento  a giorni 
dieci di arresti;

Emidio a lire quindici di ammenda che nel caso di non pagamento a sette giorni di arresto;

Luigi, in considerazione della sua et, maggiore degli anni 14 e minore di anni 18, a 
lire cinque di ammenda che nel caso di non pagamento a due giorni di arresto.

I fratelli DAngelo vengono altres condannati alle spese del procedimento a favore 
dellErario dello Stato e al rimborso del danno a pr della parte danneggiata.

Margherita DAngelo viene dichiarata assolta dalle imputazioni ascrittale. 

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LOMICIDIO DI TENENTE

Emidio DAngelo, detto Cuculetto, commise il suo primo omicidio il giorno 29 agosto 1864 
alla giovane et di 21 anni.
Il fatto di sangue venne consumato in largo San Francesco a poca distanza dalla porta 
monumentale. 
La vittima fu Francesco Di Giovanni detto Tenente, di anni 37, contadino residente 
nel rione San Nicola di Penne. 
Il giorno del suo assassinio, Tenente, unitamente al figlio quattordicenne, percorreva la 
piana di San Francesco con un fascio derba sopra la testa; il foraggio era destinato alla 
vendita una volta arrivato in citt.
Attorno alle ore diciotto, Cuculetto che si era appostato dietro la siepe dellorto del Cavalier 
Antonini, al passaggio della vittima predestinata, la insegu e con un pugnale, da dietro, gli 
vibr un fendente al ventre, dandosi poi a precipitosa fuga. Al fatto assistettero parecchi testimoni. 
Il malcapitato non mor subito, ma alcune ore pi tardi presso lospedale di Penne in quel tempo 
ubicato nel rione di San Panfilo, facendo egli stesso il nome del suo aggressore. 
Le indagini, prontamente avviate dalle competenti autorit accertarono che la causa che aveva 
portato al compimento del delitto da parte di Cuculetto era da ricondursi a motivi di vendetta. 
Infatti, alcuni testimoni, durante il processo, raccontarono che i due fossero in astio perch 
avevano litigato un mese prima durante una passatella giocata dentro la cantina di Elisabetta 
Di Filippo detta "La Vozzese".

Sul posto in cui giaceva il ferito agonizzante, intervenne subito il responsabile della Pretura 
di Penne che mise a verbale quanto segue:
Lanno 1800sessantaquattro, il giorno ventinove Agosto, in Penne.
Noi Alessandro Persio Supplente alla Giudicatura Mandamentale di Penne, pel Giudice impedito, 
assistito dal Cancelliere.
Quando appresi dalla voce pubblica che poco lungi dalla porta di S. Francesco, in questo 
abitato, giace un uomo gravemente ferito, ci siamo quivi recati, e lo abbiamo rinvenuto giacente 
su di un pagliariccio.
Alla analoga interrogazione ha detto chiamarsi Francesco Di Giovanni, detto Tenente, danni 36, 
contadino nato e domiciliato in Penne.
Domandato sul fatto, a stenti ha dichiarato che senza alcun motivo  stato ferito da Emidio 
DAngelo detto Cuculo di Penne, nel mentre poco prima recava a vendere dellerba in questa 
citt.
Ad altra domanda non ha potuto rispondere avendo perduta la parola, e quindi abbiamo chiuso 
il presente atto firmato da Noi e dal Cancelliere.
 
Il giorno successivo, il delegato di Pubblica Sicurezza della Sotto-Prefettura del Circondario 
di Penne, rimise al Giudice il seguente rapporto:
Oggetto: Ferita grave con conseguita morte a danno di Francesco Di Giovanni detto Tenente 
danni 35 circa ad opera di Emidio DAngelo di Tommaso detto Cuculo di anni 22. Tutti e due 
di Penne.
Ieri verso le ore sei pomeridiane mentre il villico Francesco Di Giovanni detto Tenente, 
abitante in contorni di questo Paese, si recava in Penne in unione di un suo piccolo figlio portanti 
cadauno un fascio di erba per vendere, venne improvvisamente assalito, poco lungi dalla Porta 
S. Francesco, da tal Emidio DAngelo di Tommaso detto Cucullo pure di Penne danni 22, quale 
ci men un colpo di arma tagliente e perforante nel basso ventre, per cui dopo tre ore circa il 
Francesco cessava di vivere. Luccisore asportando seco larma qualunque essa fosse, si 
dette a precipitosa fuga e per quante ricerche fossero fatte sullistante e dalle Guardie di P.S. 
e dai Reali Carabinieri fu impossibile rinvenirlo stando anco in favore dellomicida loscurit 
della notte. Tuttavia non si cessa di fare accurate indagini onde possibilmente venire allarresto 
dellEmidio.
Non si conosce il motivo che dette luogo allEmidio dAngelo di compiere tale delitto.

Il giorno 31 agosto 1864, il Giudice Gennaro Muzii, dovendo procedere alla ricognizione 
cadaverica del Di Giovanni, incaric alluopo i medici di Penne Nemesio Falco e Nicola Di Tonno, 
i quali riferirono che il cadavere presentava allesterno una ferita esposta nella parte media 
inferiore dellipocondrio destro della lunghezza di un pollice e mezzo, larghezza di cinque 
linee penetranti in cavit con fuoriuscita dintestino tenue della lunghezza di due pollici e 
di colore livido. Nella cavit addominale vi era grande raccolta di sangue corrotto e pochi 
resti di sostanze alimentari digerite.

Cuculetto venne arrestato trentacinque giorni dopo aver commesso lomicidio, il 4 ottobre 1864, 
verso le ore 14, dai Reali Carabinieri, i quali stilarono per loccasione il verbale di seguito riportato.

Oggetto:Processo verbale darresto del nominato DAngelo Emidio reo di omicidio volontario.
Oggi quattro del mese di Ottobre milleottocentosessantaquattro dopo le ore due pomeridiane 
in Penne/Teramo.
Noi sottoscritti Priri Luigi, Brigadiere Comandante la Stazione, qui contro citato, unitamente ai 
carabinieri Barello Giuseppe, Bruno Filumeno, Miscia Luigi, appuntato i primi tre dellarma a 
piedi e il quarto dellarma a cavallo, che vestiti delle nostre uniformi ed in seguito a mandato 
di cattura rilasciato dal Signor Giudice di Penne in data del 12 Settembre 1864 contro il nominato 
DAngelo Emidio di anni 21, contadino di Penne imputato di ferita volontaria e che ha prodotto 
dolo per sua natura la morte delloffeso Francesco Di Giovanni anche di Penne, ci siamo per tale 
effetto recati in traccia del medesimo ed avendolo ritrovato in una cascina presso il camposanto 
di Penne, gli abbiamo dato subito conoscenza che avevamo lordine darrestarlo, e poscia 
assicuratoci della sua persona lo abbiamo tradotto in questa nostra caserma per essere quindi 
rimesso davanti lautorit richiedente unitamente allarma a lui assicurata nella perquisizione. 
In dosso gli abbiamo rinvenuto uno stile con fodero di latta della lunghezza di 173 millimetri, 
con manico di legno il quale venne sigillato con cera rossa.

Il brigante DAngelo fu sottoposto a un primo interrogatorio da parte del Giudice del Mandamento 
di Penne la stessa sera in cui venne arrestato. Dichiar quanto di seguito riportato: Sono Emidio 
DAngelo soprannominato Cuculo, figlio di Tommaso, di anni 21, contadino nato e domiciliato 
a Penne, senza beni, celibe, non militare, sono stato altre volte processato.
Nel giorno dellavvenimento fuori la porta di San Francesco di questo abitato, mi incontrai con 
Francesco Di Giovanni col quale ebbi precedentemente delle questioni per motivi di vino. 
Egli nel vedermi cominci a dire - fessitello non ti sei fatto pi rivedere - e quindi cavatosi 
dalla tasca un coltello fece atto di volermi assalire. Allora io con un piccolo coltello col manico 
bianco gli diedi un colpo e lo ferii alla pancia. Quando fui arrestato dai Reali Carabinieri questi 
non mi trovarono nessuno stile in dosso ma sebbene lo rinvennero per terra, e non saprei a chi 
vi appartenesse. Possono essere sentiti a mio discarico Bernardo Sardini, Giuseppangelo e 
Domenico Crocetta soprannominati Intornalopo; Nicola Crocetta, Mariarosa soprannominata 
La Cialone e Massimina Liberatore, tutti di Penne.

Cuculetto, oltre a negare con forza le colpe pi evidenti a suo carico, con laiuto dei familiari, 
fu anche molto abile a procurarsi false testimonianze in sua discolpa. Infatti, fece di tutto per 
far figurare che lui aveva commesso il delitto in seguito ad una provocazione del Di Giovanni.
Quindi, se da una parte i testimoni procurati da Cuculetto raccontarono che prima 
dellaccoltellamento sulla piana di San Francesco, Tenente avesse provocato la reazione
violenta dello stesso, dallaltra diversi testimoni affermarono il contrario e cio che Tenente 
non avesse proferito alcunch e che addirittura non avesse neppure visto il suo assassino 
in quanto lo stesso lo pugnal provenendogli da dietro, una volta uscito dalla siepe dove 
era nascosto.
Determinante ai fini della ricostruzione dellepisodio delittuoso, risult la deposizione 
fornita al Giudice da una testimone che sottoscrisse il seguente verbale:
 Nellanno milleottocentosessantaquattro, il giorno sei novembre, in Penne.
Innanzi a Noi Gennaro Muzii Giudice del Mandamento di Penne, assistito dal 
Cancelliere,  comparsa, precedentemente invitata, una donna che a richiesta a 
detto chiamarsi Santa Di Silvestro detta Cavaliera, fu Vincenzo, danni 31, nata e domiciliata 
a Penne, coniugata con prole, non possidente, e senza rapporti con le parti.
Dietro gli avvertimenti di rito, ed i ricordi sanciti dal Codice Penale, domandata analogamente 
ha dichiarato:
Nel giorno dellavvenimento io stavo nella finestra della mia casa esistente nel piano di San 
Francesco, quando vidi venire verso la Citt Francesco Di Giovanni con un fascio derba sulla 
testa e veniva preceduto dal figlio. In un bel mentre vidi uscire, dalla siepe dellorto del Cavaliere 
Antonini, Emidio DAngelo avventarsi in tutta fretta ed improvvisamente al Di Giovanni e colpirlo 
senza farglisi neppure innanzi, dalla parte di dietro nel fianco con unarma che mi sembr uno 
stile. Vibrato che ebbe il colpo, il figlio del Di Giovanni grid, ed egli il DAngelo precipitosamente 
si diede in fuga.
Vi ripeto che il colpo fu vibrato al Di Giovanni dal DAngelo improvvisamente, e percui non ci 
fu diverbio fra loro per nulla.
Vi assicuro, perch a me consta che Massimantonio Guaciara, Bernardo Sardini, e la famiglia 
di Crocetta alias Intornalupo sono in intima relazione ed amicizia con Emidio DAngelo.
Se Emidio DAngelo quando vibr il colpo usc, come ho detto, dalla siepe dellorto del Cavaliere 
Antonini, non si poteva certo trovare nel muretto cos detto di Scatozza ch un punto totalmente 
opposto.
Non mi sono accorta se nel momento della perpetrazione del reato i figli di Crocetta cio 
Donato e Giuseppangelo stavano nel detto muro di Scatozza. Qual che certo si  che 
la famiglia DAngelo, come ho inteso dire pubblicamente, va in cerca di testimoni per 
dimostrare che quando Emilio DAngelo vibr il colpo, ricevette prima uno schiaffo dal Di Giovanni.

La vittima, Francesco Di Giovanni alias Tenente, figlio di Domenico e Cristina Marini, lasci 
vedova la moglie Annantonia Stringaro e orfani i suoi tre piccoli figli: Stefano, Cristina e Domenico.
Il processo inizi presso il Tribunale Circondariale di Teramo il 2 marzo 1865 (avvocato difensore 
di Cuculetto fu tale Raffaele Sagaria) e si concluse il giorno 22 dello stesso mese.
Con laccusa di omicidio volontario Cuculetto fu condannato a 20 anni di lavori forzati. Prima 
della pronuncia della sentenza lavvocato difensore si rimise alla giustizia della corte. 
Una volta incarcerato, si provvide alla sua schedatura. 

I CONNOTATI PERSONALI DI EMIDIO DANGELO

Statura: metri 1,64
Capelli e ciglia: castani
Fronte: giusta
Occhi: castani
Naso: regolare
Bocca: media
Mento: tondo
Viso: ovale
Colorito: naturale
Segni particolari: un crocifisso marcato sul braccio destro e una madonna.

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IL FRATELLO DOMENICO

Mentre Emidio-Cuculetto scontava in carcere la condanna per lomicidio di 
Tenente commesso il 29 agosto 1864, il fratello maggiore Domenico, un 
anno dopo, esattamente il giorno 20 agosto del 1865, si rese anchesso 
protagonista di un fatto delittuoso che gli apr le porte delle regie galere.  

Ecco cosa scrisse il Pretore di Penne quando accolse la denuncia:
Lanno milleottocentosessantacinque, il giorno venti del mese di 
agosto in Penne.
Avanti a Noi Gennaro Muzi Giudice del Mandamento di Penne.
E comparso un uomo che dietro domanda ha risposto essere Domenico Bozzi, 
figlio del fu Giovanni, di anni 29, fornaio nato e domiciliato in Penne.
Domandato delloggetto della sua comparsa, ha dichiarato:
Poco fa nella cantina del Signor Camillo Vestini coi miei compagni Domenico 
Ridolfi, Francesco Cretara ed Antonio Patelli io giocava a vino, quando mi 
si son presentati Domenico DAngelo il figlio di Cuculo, ed Emidio Della Pelle.
Questi due han voluto quindi entrare al gioco, ed il DAngelo  risultato 
padrone del vino. In seguito il DAngelo mi ha richiesto due soldi di mia 
porzione, ed evendoglieli consegnati senza alcuna osservazione, egli pi volte 
mi ha detto fesso; ma io gli ho intimato di zittire. Egli ha voluto attaccare 
briga contro di me. Ha cavato prima fuori un coltello a molla ferma, vibrandomi 
un colpo che fortunatamente non mi ha colpito perch un tal Antonio Patelli 
lo ha impedito, e conseguentemente mi ha dato un morso sul naso producendomi 
il deturpamento che si osserva.
Domando quindi la punizione del DAngelo e mi riserbo costituirmi parte civile 
in giudizio, ed assegno per testimoni i sopra indicati individui.

Lo stesso giorno il Pretore di Penne fece effettuare una perizia giurata ai 
medici Nemesio Falco e Raffaele de Vico, i quali sottoscrissero il seguente verbale:
Dietro suo ordine ci siamo recati alla sua presenza, e dopo averci fatto 
prestare il giuramento nella piena forma di rito, ella ci ha ordinato riconoscere 
il nominato Domenico Bozzi: al che avendo noi adempito in presenza di lei e del 
Cancelliere Sostituto, le rapportiamo che il suddetto tiene una ferita lacero-contusa 
nel lobo del naso, con perdita ed esportazione di tutto il lobo del naso, con il 
setto sottostante al lobo: quale offesa giudichiamo avvenuta di fresco, per opera 
di corpi contundenti e laceranti, producesi impedimento al lavoro personale per 
venti giorni e deturpamento perenne nel viso.

Il giorno successivo al fatto, i Reali Carabinieri rimisero al Pretore il seguente 
rapporto: 
Oggetto  Morsicatura. Mi fo dovere dinformare la S.V. Ill.ma come ieri, circa 
le ore 5 pomeridiane, nella porta Napoli di questa Citt di Penne /Teramo/, li 
nominati DAngelo Domenico di Tommaso danni 28 contadino e Bozzi Domenico fu 
Giovanni danni 29 Fornaio, ambi nati e domiciliati nella su nominata Citt, i 
quali venuti a diverbio con parole, il primo pass a togliersi un coltello a molla 
fissa della lunghezza di 15 centimetri, col manico dosso nero rinforzato di ottone 
vibrando un colpo al Bozzi ma questo and fallito perch fu lesto loffeso ad 
afferrarlo colle braccia e non sapendo pi in che modo difendersi, gli diede una 
morsicata al naso di Bozzi causandogli una ferita lacera, con perdita di sostanza, 
con deturpamento permanente giudicata allimpedimento al lavoro oltre i 20 giorni.
In quel frattempo corsero due Militi della Guardia Nazionale nominati Cretara 
Francesco fu Giustino danni 30 e Patella Antonio fu Tommaso danni 32, il primo 
ferraio, e laltro sellaio, i quali gli tolsero il suddetto coltello e lo ruppero 
in due pezzi cio manico e lama; e non riuscirono o che non vollero operarne 
il fermo.
LArma di questa Brigata corse tosto sopra il luogo a verificare il fatto, e mal 
grado le pi accurate ricerche praticate per arrestare il colpevole non riuscirono 
inutili perch appena lo lasciarono li suddetti Militi se ne diede alla precipitosa 
fuga per le campagne senza sapere la direzione presasi.
Avvertendola che il suddetto morsicatore  un pessimo soggetto avverso allattuale 
ordine di cose, tenuto in cattivissima considerazione da tutto il paese perch ozioso 
dedito al gioco ed al vino e cimentatore alleccesso, sospetto ladro ed appartiene ad 
una famiglia cattivissima, siccome pure suo fratello Emidio trovasi in Galera 
condannato a 20 anni per omicidio.
Qui unito le fo avere il coltello rotto consegnato allArma dai suddetti Militi.
Firmato il Comandante la Stazione.

Nei giorni successivi il Pretore interrog alcuni testimoni i quali riferirono:
Sono Antonio Patelli, figlio di Tommaso, di anni 32, imbastaro nato e domiciliato 
in Penne, senza beni di fortuna, ed indifferente colle parti.
Il giorno dellavvenimento io mi portai nella cantina del Signor Vestini per bevermi 
un bicchiere di vino, quando vidi in colluttazione, non saprei per qual motivo, 
Domenico DAngelo con Domenico Bozzi. Il primo si cav dalla tasca un grosso coltello 
a molla, e stava per ferire il secondo, ma io fui sollecito ad impossessarmi dellarma.

Sono Domenico Ridolfi figlio di Gaetano, di anni 23, mugnaio nato in Penne e domiciliato 
in Castiglione.
Nel d dellavvenimento io ero presente quando innanzi la cantina del Sig. Vestini dopo 
aver Domenico Bozzi perduto mezza caraffa di vino, il suo compagno nel giuoco Domenico 
DAngelo incominci a dirgli senza alcuna ragione che era un fesso e lo afferr e con 
un coltello a molla lo avrebbe ferito se non fosse stato sollecito Antonio Patelli a 
torglielo dalle mani.
Ma il DAngelo di un morso sul naso del Bozzi e se ne inghiotti un pezzo.

 Sono Emidio del Poeta, figlio del fu Raffaele, di anni 51, bettoliere nato e domiciliato 
in Penne, senza beni di fortuna, ed indifferente colle parti.
Nel giorno dello avvenimento dinanzi la cantina del Sig. Vestini, dove io sono addetto 
alla vendita del vino, giuocavano Domenico Bozzi e Domenico DAngelo tra gli altri. 
Il Bozzi perdette una mezza caraffa di vino, e si port in un punto ad orinare. 
Disbrigato appena dalla sua faccenda il DAngelo dandogli lepiteto di fesso gli 
disse che doveva pagare, al che il Bozzi pag subito, e rispose al DAngelo che il 
fesso era lui. A questo il DAngelo si alz di di piglio al Bozzi, e si colluttarono. 
Il DAngelo si cav dalla tasca un coltello a molla ferma, e stava per vibrare il colpo 
al Bozzi quando Antonio Patelli fu sollecito, e gli tolse larma dalle mani, e fece tanta 
forza che la lama si schiod dal manico. Dopo il DAngelo diede un morso al naso del 
Bozzi e gliene stacc un pezzo, che inghiott. 

Il Pretore di Penne, sulla scorta delle dichiarazioni dei testimoni, spicc il seguente 
mandato di cattura:
Vittorio Emanuele II -  Per grazia di Dio e per volont della Nazione DItalia.
Noi Gennaro Muzi Giudice del Mandamento di Penne.
Visti gli atti a carico di Domenico DAngelo di Tommaso soprannominato Cuculo di Penne.
Imputato di ferita volontaria con deturpamento del viso, e con impedimento al lavoro per 
giorni venti in persona di di Domenico Bozzi di Penne, nonch di porto darma vietata 
(coltello a molla ferma).
Considerando che a peso dellimputato vi sono gravi indizi di reit.
Considerando che il medesimo  diffamato in materia di delitti e si  dato alla fuga 
per evitare la persecuzione della Giustizia punitrice.
Chiediamo
La forza dei Reali Carabinieri, onde proceda allo immediato arresto dellimputato predetto 
e lo traduca nel locale di questa Giudicatura.

Domenico DAngelo rest nascosto per pi di un mese, fino a quando i  Carabinieri 
interruppero la sua latitanza.
Oggetto - Processo verbale darresto di DAngelo Domenico, colpito da mandato di 
cattura per ferimento con deturpamento.
Oggi undici del mese di ottobre milleottocento sessantacinque, verso le ore otto 
antimeridiane, nella campagna di questa Citt di Penne /Teramo/.
Noi sottoscritti Zenoni Giacomo Brigadiere, unito alli Carabinieri Spada Giuseppe e 
Santoni Enrico, tutti e tre dellArma a piedi ed addetti alla qui contro citata Stazione, 
dichiariamo che vestiti della nostra divisa, trovandoci di perlustrazione nelle campagne 
dette la Contrada Teto, in pari tempo volendo mettere in esecuzione il mandato di cattura 
spiccato dal Signor Giudice Istruttore presso il Tribunale del Cicondario di Teramo sotto 
la data del 12 settembre scorso contro il nominato DAngelo Domenico di Tommaso danni 27, 
contadino nato e domiciliato nella preindicata Citt, imputato 
1 - di ferita volontaria con deturpamento permanente al naso e con impedimento al lavoro 
personale per giorni 20, in persona di Bozzi Domenico di detto luogo, avvenuto il giorno 
20 Agosto ultimo;
2 - portatore darma vietata /coltello a molla ferma/ per cui abbiamo interrogati alcuni 
contadini che lavoravano in quella campagna, se avevano veduto passare il DAngelo, con i 
modi voluti, senza far conoscere ai medesimi che noi volevamo arrestarlo ed avendo avuto 
dei fondati indizii che il medesimo si trovava nella suddetta contrada unito ad altri 
contadini a lavorare la terra, allora noi per mezzo duna persona di nostra confidenza, 
ci siamo accertati del posto positivo ove si trovava, quindi ci recammo divisi uno per 
parte ove stava a lavorare la terra in compagnia di altri suoi parenti, ed avendolo veduto 
alla distanza di 20 passi che cercava di nascondersi, allora gli abbiamo intimato 
larresto il quale si rese vinto, ed assicuratolo colle manette labbiamo tradotto 
in queste carceri Circondariali siccome la nostra Caserma  sprovvista di Camera di 
sicurezza.
Dalla perquisizione passatagli in dosso nulla si  rinvenuto di delittuoso.
Di quanto sopra abbiamo compilato il presente atto verbale in tre copie per essere 
trasmesse una collarrestato e laltre ai Signori nostri superiori.

I CONNOTATI PERSONALI DI DOMENICO DANGELO

Et danni 27
Statura metri 1,70
Capelli neri
Barba ciglie ed occhi castagni chiari
Mento spaccato
Viso alto, Bocca e Naso giusti
Colorito pallido.

 Il giorno successivo allarresto limputato venne interrogato. Si riporta 
di seguito il verbale stilato in quella occasione:
 Lanno milleottocentosessantacinque, il giorno dodici del mese do ottobre, 
alle ore 10 a. m. in Penne.
Avanti a Noi Gennaro Muzi Giudice del Mandamento di Penne, assistiti dal 
Segretario Sostituito.
E comparso il sottonotato arrestato libero e sciolto da legami, e solo 
accompagnato dai Reali Carabinieri, il quale interrogato sulle generali, 
sul motivo del suo arresto e a dichiarare se e quali prove abbia esso a 
proprio discarico; Risponde: sono Domenico DAngelo, figlio del vivente Tommaso, 
di anni 27, contadino nato e domiciliato in Penne, senza beni di fortuna, celibe, 
non militare, analfabeta, altra volta processato, ma non detenuto.
Sono stato arrestato perch incolpato di aver dato un morso al naso di Domenico 
Bozzi, e di aver asportato un coltello a molla, mentre ci non  proprio vero, 
e non ho testimoni ad assegnare in mia discolpa.

Espletata tutta la parte istruttoria, il Tribunale di Teramo, il giorno 27 
aprile 1866, dichiar colpevole Domenico DAngelo condannandolo a 10 anni 
di carcere.

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LEVASIONE DA GAETA

Cuculetto, una volta condannato, dal carcere Giudiziario di Teramo venne tradotto al 
Bagno Penale di Gaeta, luogo in cui avrebbe dovuto espiare la pena inflittagli.
Rinchiuso col numero di designazione 567, non si rassegn allidea di restare ai 
lavori forzati per un ventennio.
Loccasione favorevole per evadere gli si present il 20 ottobre 1873, quando oramai 
aveva gi pagato circa la met del suo pegno con la giustizia.
Quel giorno, privo dei ferri di contenimento e sotto scorta, Cuculetto stava svolgendo, 
come previsto dal tipo di condanna, dei lavori sulla strada che conduceva al cimitero, 
in localit Montesecco di Gaeta, allorch, approfittando di una momentanea distrazione 
dei due secondini che lo avevano in custodia, insieme a un suo compagno di pena, 
riusc a darsela a gambe.
Oramai uccel di bosco, si diresse verso il natio paese di Penne. Come lui stesso 
racconter successivamente in un interrogatorio:
Sono fuggito dal bagno di Gaeta il giorno 20 Ottobre insieme al compagno di pena 
Andrea Ursi di San Gregorio Magno, eludendo la sorveglianza dei guardiani.
Attraversammo Terra di lavoro, la provincia di Campobasso, i paesi di Vasto, 
Ortona a mare, Pescara, Montesilvano, Collecorvino. Siamo giunti a Penne dopo dieci 
giorni di viaggio.

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ANDREA URSI, IL COMPAGNO DEVASIONE

Il galeotto evaso con Emidio DAngelo era Andrea Ursi, di Pietro e Anna Maria 
Iansola, nato a San Gregorio Magno (Salerno) il 5 Giugno 1837.

Qui di seguito riportiamo alcune informazioni sul suo conto. 

Certificato penale:

Mancato omicidio volontario come conseguenza del reato di ribellione in 
 persona del Maresciallo dei Reali Carabinieri Giuseppe Benso;
Grassazione di uno schioppo in danno di Luigi Robertazzi;
Altra grassazione di lire 20 in danno di Onofrio Pacelli;
Estorsione di lire 10 in danno di Antonio Pignataro;
Altro mancato omicidio volontario, anche come conseguenza del reato 
 di ribellione, in persona di Nicola Alfano agente della forza pubblica 
 nellesercizio delle sue funzioni;
Di appropriazione di legname in pregiudizio del Comune di San Gregorio;
Di resistenza per vie di fatto commessa contro un agente della forza pubblica 
 (Guardia Nazionale) nellatto che agiva per esecuzione dordine della pubblica 
 Autorit nel 3 Agosto 1860;
Di omicidio premeditato, accompagnato da furto qualificato in danno di Matteo 
 Pignataro nel 2 Agosto 1860. Venne condannato alla pena di 25 anni di ferri.  
 

CONNOTATI PERSONALI DI ANDREA URSI

Statura: metri 1,60
Capelli e ciglia: castani
Fronte: giusta
Occhi: cerulei
Naso: grossetto
Bocca: grande
Mento: regolare
Viso: tondo
Colorito: naturale
Segni particolari: cicatrice sul ciglio sinistro

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LAGGRESSIONE AL GUARDIABOSCHI

Dopo una decina di giorni di cammino, i due evasi misero piede nel territorio vestino e 
subito si resero operativi. Infatti, il loro arrivo venne annunciato al Pretore di Catignano 
che raccolse la seguente denuncia:

Lanno milleottocento settantatre il giorno 30 del mese di Ottobre in Catignano. 
Avanti a Noi Avvocato Ernesto Cavalli Pretore del Mandamento di Catignano assistito 
dal Cancelliere Achille Aquilio,  comparso un individuo che ha detto essere Errico Frattaroli 
figlio di Achille di anni 30, Guardiaboschi nato in Farindola e domiciliato in Celiera.
Domandato del motivo della sua comparsa ha risposto:
Ieri verso le ore venti ritornando a Celiera, giunto a Collefreddo tenimento di Civitaquana 
fui avvicinato da due individui di statura media, vestiti con giacca e pantaloni di tela bianca 
con un cappellaccio di paglia in testa, uno con un po di barba rossa, laltro non lavvertii 
bene, e con una mazza in mano. Mi si accostarono prendendomi in mezzo con aria buona, 
ed ingannevole discorrendomi del caldo della giornata. Ad un tratto uno di loro mi afferr il 
fucile dietro le spalle, laltro col bastone mi picchi nella mano destra colla quale cercavo 
di difendermi, tanto che riuscirono a pigliarmi il fucile col quale minacciandomi, e dicendo 
che a loro era stato fatto lo stesso gioco mi spogliarono della giacca, e del sacco a pane; 
quindi mi lasciarono dirigendosi verso il Tarallo. Ignoro chi fossero quei due, e neppure dal 
linguaggio ho potuto capire a che paese appartengano. Poco dopo questo fatto incontrai 
un prete che seppi essere di Pescosansonesco, andava a cavallo ed aveva il vetturino. 
Veniva dalla strada del Tarallo. Gli narrai quello che mi era successo, ed egli si congratul 
di essersela scampata bella.
Rivedendo i suddetti individui probabilmente li riconoscerei ma non posso assicurarlo.
Il fucile di cui sono stato disarmato era una cosiddetta carabina alla militare senza 
fascia, ma di sotto era munito di una ciappa che manteneva ferma la canna, e mi 
costava lire 17:00.
La giacca era di colore bronzino, usata, di lana e poteva valere lire 06:00.
Il sacco a pane era di tela a quadriglia, di cotone e mi costava lire 03:00.
Faccio istanza per la punizione dei colpevoli qualora venissero scoperti.

Nello stesso giorno, Michele DAmico del fu Pasquale di anni 53, medico di Catignano, 
certific quanto segue:
Avendo osservato Errico Frattaroli guardaboschi di Celiera, ho trovato che lo stesso  
riportato una contusione con ecchimosi sul dorso della mano sinistra ed una piccola 
escoriazione sulla parte anteriore del ginocchio destro. Tali offese sono state prodotte 
da poche ore a questa parte e da corpo contundente, come bastone di legno o simili, 
e giudico che le lesioni portino impedimento al lavoro oltre i cinque giorni, ma meno 
di trenta.

Sulla scorta dei primi elementi raccolti, il Pretore di Catignano invi il seguente rapporto 
al collega del Mandamento di Penne.

Ieri (29 corrente) verso le ore 20 italiane Errico Frattaroli Guardaboschi residente in Celiera, 
restituendosi da Catignano alla sua residenza, nella localit detta Collefreddo venne aggredito 
da due individui a lui ignoti, i quali lo spogliarono del fucile, della giacca e del sacco a pane 
causandogli contemporaneamente una lesione alla mano destra con colpi di bastone che 
portavano, e quindi si diressero verso il Tarallo.
Dalle indagini svolte si ha fondato motivo di ritenere che quegli individui siano due pennesi 
fratelli cugini di una certa Arcangela DAngelo maritata qui in Catignano col figlio del postino 
a nome Francesco Mucci. Ma che dei quali si ignora il cognome, ma pare che si chiami Emidio, 
condannato nove o dieci anni fa a 20 anni di lavori forzati per omicidio, e sono usciti recentemente 
dalle carceri di Gaeta per essere stati, a quanto si dice, graziati di undici anni. Sono di 
statura media, uno alquanto pi alto dellaltro, ma con un po di barba rossastra, ambedue 
vestiti di giacca e pantaloni di tela bianca con cappello di paglia in testa.
Ci posto prego la S.V. di far avviare sollecitamente le opportune indagini per assicurarsi 
che possano essere in effetti quei due individui, e autorizzare una perquisizione al loro 
domicilio, e se i sospetti sono per poco avvalorati da nuovi indizi, far provvedere al loro 
arresto, ed ordinarne la traduzione in questo carcere onde ci possa far procedere alla 
loro ricognizione tanto del grassato quanto dai testimoni che possano averli incontrati. 

Una volta raggiunta la Citt di Penne, Cuculetto continu a sostenere la tesi di essere 
tornato perch era stato graziato. Ma la frottola dur poco perch al Pretore arriv un 
telegramma col quale il direttore del carcere di Gaeta lo rese edotto dellavvenuta evasione. 
   

Mentre Cuculetto e Ursi compivano altri reati in quel di Penne, il Pretore di Catignano 
proseguiva il suo lavoro raccogliendo le testimonianze utili per individuare gli autori 
dellaggressione subita dal Frattaroli.

Interrogata come testimone il giorno 30 ottobre 1873, ecco cosa rispose Angelanicola 
DAgresta:

Sono Angelanicola DAgresta figlia di Domenico di anni 34. Contadina di Catignano.
Indifferente colle parti. Domandata appositamente ha risposto.
Ieri mattina appena passato mezzogiorno incontrai, mentre andavo alla fonte nella 
strada di fronte a quella che cala a San Vittore, due giovanotti di statura media, di 
barba crescente tendente al rosso, vestiti di una giacchetta di tela di filo bianco, ed 
uguali pantaloni con un cappellaccio di paglia in testa. Mi domandarono se conoscevo 
la persona di Penne che era venuta a marito in Catignano per nome di Arcangela, io 
dissi di si, ed  quella che trovasi maritata col figlio del postino; mincaricarono di dirle 
che erano usciti dal Carcere di Gaeta perch avevano avuto la grazia di undici anni, e 
che ci avevano fatto nove anni per un omicidio; che non si azzardavano di entrare in 
Catignano perch troppo mal vestiti; quindi mi lasciarono dirigendosi verso il fiume Nora, 
dicendomi di nuovo d ad Angeluccia che lo saluta Emidiuccio.
Credo che quei due giovani portavano un piccolo bastone  per ciascuno, ma non ci badai bene.

Nello stesso giorno il Pretore interrog Giacinto Monaco il quale disse:
Sono Giacinto Monaco figlio del fu Giovannantonio di anni 30. Contadino di Catignano. 
Indifferente colle parti.
Ieri ventinove di questo corrente mese, ritornando io dalla fiera di Atri, percorrendo la 
strada vecchia che conduce da Penne a Catignano, incontrai vicino ad una fontana, 
che credo essere in tenimento di Loreto Aprutino, due individui ambedue vestiti di tela 
bianca, giacca e pantaloni con un cappello di paglia in testa ciascuno. Uno di essi portava 
una mazza, laltro un fucile, che non osservai bene, ed un sacco a pane a tracolla di tela rigata 
celeste, come quella dei militari. Non avendoli osservati bene non saprei dire quali connotati 
avessero, e se portavano qualche giacca di pi. Quando mincontrarono, quello che portava il fucile 
mi domand se abitavano ancora in quei dintorni i cos detti Baronetti, gli risposi che non ne sapevo 
niente, e seguitai la mia strada senza punto fermarmi dirigendomi a Catignano, mentre essi continuarono 
nella direzione verso Penne. Fatto qualche miglio di strada incontrai un carabiniere appuntato che 
si trovava di stazione in Catignano, il quale mi disse che era stato chiamato  a Penne. Giunto a 
Catignano seppi della grassazione commessa al guardaboschi di Celiera, ma non sono di altro 
informato. Neppure sarei in grado di riconoscere quei due se dovessi rivederli.

Altro testimone, Don Ferdinando Fantani, una volta rintracciato, in data venti novembre 1873, interrogato 
cos rispose:
Sono Fantani Ferdinando figlio del fu Giuseppe di anni 46. Arciprete nato e domiciliato a Pescosansonesco.
Indifferente colle parti.
Non ricordo precisamente se nel giorno ventotto o ventinove ottobre ultimo, io venivo da Penne unitamente 
al mio vetturino Barnabeo Giovanni pure di Pescosansonesco, percorrendo la strada interna. Per la strada 
mi si accompagn un ragazzo di Catignano dellet di circa dieci anni, di cui ignoro il nome, ma che so 
essere figlio di un soccio della padronale Flamminiis. Giunti tutti e tre nella contrada Collefreddo al versante 
di Penne, abbiamo lincontro di due individui ambedue vestiti di una giacca di tela con un cappello di 
paglia in testa, di statura piuttosto alta. Uno di essi portava in ispalla un fucile ad una canna sola
e che mi parve una carabina, e laltro sotto il braccio portava una specie di fagotto, ed un grosso 
bastone in mano. Non ricordo precisamente come fossero calzati, e gli altri connotati. Appena ci 
videro, quello che portava il fucile lo prese in mano. A questo atto io mi allarmai temendo una 
aggressione, ma non mi fecero nulla, e mi passarono da vicino, salutandomi, uno di essi, 
quello cio che non teneva il fucile. Giunto nel versante di Collefreddo che guarda Catignano 
vidi sulla strada una giacca di panno stracciata, ed un bastone. Pi avanti poi incontrai un 
Carabiniere con due contadini. Arrivato infine alla Nora incontrai il Guardaboschi di Celiera 
spogliato che mi narr la grassazione sofferta da lui pochi momenti prima per opera di due 
individui che dai connotati riconobbi essere gli stessi che io avevo incontrato. Se dovessi 
rivederli probabilmente li riconoscerei, molto pi facilmente quello che portava il fucile.

Il giorno 29 novembre 1873 venne chiamato a testimoniare anche il vetturino del prete, il
quale dichiar:
Sono Bernabeo Giovanni figlio del fu Nunzio di anni 50. Vetturale nato e domiciliato in 
Pescosansonesco.
Indifferente colle parti.
In un giorno che non ricordo accompagnai lArciprete di Pescosansonesco che da Penne ritornava 
al paese. Percorrevamo la strada interna. Giunti a Collefreddo nel versante che guarda Penne 
incontrammo due individui vestiti con abiti di tela laceri, con un cappello di paglia in testa, uno 
di essi portava il fucile, e laltro una mazza con un fagotto sotto al braccio. Erano due giovani 
di mezza et e mi pare che avessero qualche poco di barba. Quando furono vicini a noi quello 
che portava il fucile lo afferr in mano, ma poi ci passarono vicini, quello che portava la mazza 
ci salut. Appena oltrepassati quei due si associ a noi per venire a Catignano un ragazzo 
che non conosco, ma credo che sia figlio di un soccio di una signora di Catignano. Giunti 
allaltro versante di Collefreddo trovammo prima in terra una giacca usata. Poi incontrammo 
un Carabiniere con due contadini, e giunti infine al fiume Nora trovammo un individuo che 
disse essere Guardaboschi di Celiera, il quale narr della grassazione poco prima sofferta 
per opera di due individui che dai connotati riconoscevamo quei due incontrati da noi sullaltro 
versante di Collefreddo. Se dovessi rivederli li riconoscerei pure se non stessero vestiti nel 
modo in cui li ho veduti.


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IL SEQUESTRO DEL CANONICO PERROTTI

Il giorno sette Novembre 1873, si present davanti al Pretore Mandamentale di Penne Carlo
Quadrio, Massimo Perrotti, fu Raffaele di anni 30, proprietario di Penne, per denunciare
quanto segue:
Nel pomeriggio del quattro andante mese, mio zio sacerdote Perrotti, meco convivente and
in campagna a vedere una sua propriet detta la Torre poco lungi da questa citt. 
La sera non vedendolo ritirarsi, come al solito non pi tardi di unora di notte mi posi in
agitazione, e lo andai a cercare in casa di mia madre verso le tre ore senza rinvenirlo. 
Ritornato nella mia abitazione mi posi sul letto vestito sempre in attesa ritornasse. 
Venuta lalba sentii bussare alla porta. Era il nostro soccio del piano di S. Francesco Domenico 
Toppeta il quale mi consegn un biglietto di mio zio con indirizzo ad Antonio Perrotti, mio secondo 
nome di battesimo, e colla chiave della casa e dello scrigno di mio zio. Il tutto gli era stato 
consegnato da Emidio DAngelo. Egli il Toppeta era ignaro dellaccaduto. 
Lo appresi dal biglietto che era piegato ma aperto.
Lo zio mi chiedeva di mandare subito diecimila scudi perch si trovava nelle mani di otto persone. 
Io sulle prime dubitai di qualche tranello, e voleva informarne la P. S., ma avendo poi riflesso 
che lo zio poteva trovarsi realmente in pericolo, presi dal cassetto mille e duecento lire in tante 
carte di Banca, e ne consegnai quattrocento al Toppeta mettendomi le altre in tasca. Il mio 
progetto era questo di tener docchio il soccio e di mettermi in un luogo dove egli potesse 
intervenire prontamente a trovarmi per avere altro denaro se i malfattori non si accontentavano 
delle lire quattrocento. Presi lombrello perch pioveva e seguii il soccio.
Sul viale di S. Francesco a due tiri di fucile dalla porta della citt attendeva un uomo vestito 
con una giacca nera di panno ordinario, con un sacco per uso di raccoglitore di olive sulla testa. 
Era lEmidio DAngelo, che io non avevo mai prima veduto, uomo sui trenta anni, colla barba 
rasa da qualche giorno, e con una fisionomia che mi richiam subito quella dei suoi fratelli 
da me conosciuti.
Io mi tenevo sicuro per lora e pel luogo frequentato, ed avevo in animo di spingermi anche 
pi oltre  finch non avessi trovato delle masserie, e poi arrestarmi. Il DAngelo si rivolse a 
noi, e pacatamente chiese se avevo portato quella poca miseria, e se volevo dare il denaro 
a lui od al soccio. Io non risposi altro che, andiamo. Dalla via rotabile devi a sinistra verso 
la contrada Casa Valignani. Le mie speranze furono deluse perch fuori le masserie lungo 
la strada non si vedeva alcuno, ed io non potevo fermarmi essendo capitato innanzi al DAngelo. 
Egli ci ordin ad un dato punto di prendere per i fossi, ed avendo io fatto qualche difficolt, 
estrasse un pugnale ed un revolver minacciandomi se non andavo innanzi, indi perquis negli 
abiti tanto me che il soccio, levando alluno ed allaltro la moneta, del valore di mille e 
duecento lire. Percorsa tutta la contrada del Teto, e parte del Marzengo, si giunse ad una 
capanna entro una valle, in luogo deserto, fra le masserie di De Sanctis, la vedova Francia, 
e di certo Beducci di Loreto. Ne sort un uomo col fucile spianato verso di noi e DAngelo 
gli disse  fermati -; poi luno e laltro, questi codardi, mi spinsero dentro il pagliaio dove 
stava mio zio legato, senza le calze rosse da canonico, che il secondo malandrino si 
era indossato. Entr poi anche il Toppeta perch fuori si bagnava. DAngelo diede allaltro 
quattrocento lire e si trattenne il resto. Quindi ci disse  ora parlate voi, e vedete ci che 
volete fare, perch qui ci vuole altra moneta. O andate a prenderla subito, o promettete 
di farcela avere -. Essi volevano dieci mila scudi, poi man mano discesero fino a mille 
franchi, e noi dovemmo promettere di farglieli consegnare sul largo di S. Francesco dal 
Toppeta la domenica prossima ventura unitamente a due abiti e quattro camicie, sotto 
minaccia di essere assassinati anche in casa giacch essi in citt tenevano corrispondenze, 
e di devastarci i fondi. Fummo lasciati liberi due ore prima mezzogiorno. Noi col soccio 
salimmo al paese, e quelli rimasero ad osservarci poco discosti dal pagliaio, indi li 
perdemmo di vista.
Io riconoscerei indubbiamente i grassatori. Il secondo mostrava let di 45 anni, 
aveva la barba sfatta lunga un dito di colore biondo, viso lungo pallido. Era di giusta 
statura; vestiva una giacca cenerina, e calzoni lunghi dello stesso colore.
Quando andavamo io ed il soccio col DAngelo abbiamo incontrato sulla strada rotabile 
due contadini cognominati Orlando che mio zio sa meglio indicare. Non abbiamo fatto 
altri incontri.
Lo zio mi ha raccontato che la sera del quattro mentre si ritirava dalla masseria della 
Torre con Domenico Antonioli e con un di costui ragazzo, i due malfattori che venivano 
dal colle ove  situata la masseria di Giuseppe Laguardia gli si avvicinarono fingendo di 
dover discorrere e dissero agli altri due di andare innanzi, come quelli fecero senza sospetto. 
Come furono soli lobbligarono a seguirli gi per le contrade Casa Valignani, e con sevizie 
lo condussero fino alla capanna, dove la mattina gli fecero scrivere una lettera, quella 
stessa che mi fu recapitata dal Toppeta. Strada facendo sono stati veduti da Rossi detto 
Camilluccio che stava seminando insieme con tre altri, ed il DAngelo entrato in una 
masseria a prendere del pane ed un fucile. Credo che loccorrente per scrivere lo portasse 
mio zio. Un lume per vederci se lo procurarono i malfattori.
Per due giorni abbiamo taciuto sotto limpressione delle minacce avute, ma questa mattina 
ho fatto coraggio ed ho palesato la cosa ai Reali Carabinieri.

Il giorno successivo, lotto novembre 1873, davanti al Pretore di Penne comparve Simone 
Perrotti di Massimantonio, di anni 69, Canonico, proprietario di Penne, vittima del sequestro, 
il quale rappresent quanto segue:
Il giorno 4 novembre, nel pomeriggio, mi sono recato nel mio podere della Torre nella 
contrada Costacomacchio per assistere ai lavori di raccoglitura delle olive, e l, per la 
prima volta, ho saputo dal soccio Zaccaria Sangiorgio che si aggiravano nei dintorni degli 
evasi dal carcere, tra cui Emidio DAngelo di Penne. Io non mi allarmai di questa notizia. 
Verso le ore 17 facevo ritorno a Penne, dapprima solo, poi con Domenico Antonioli e un 
suo ragazzo che partendo sulla strada nuova da una vicina loro campagnola, mi si associarono. 
Avevo fatto con loro una trentina di passi, ed eravamo giunti ad un risvolto della strada quando 
dal Colle ove  la masseria di Giuseppe Laguardia, distante da Penne circa un chilometro, 
calavano a corsa due contadini i quali fattimisi attorno dissero allAntonioli di allontanarsi, 
come fece.
Un dessi mi domand se non lo riconoscevo, ed io guardatolo bene risposi: tu sei 
Cuculetto. Cos si soprannoma lEmilio DAngelo. Ci detto mi presero le braccia e 
mi spinsero gi per la campagna scoscesa alla nostra destra nella contrada Valignani, 
ove mi appuntarono i pugnali al petto intimandomi di tacere e di seguirli. Io vidi tre persone 
che rincalzavano il grano seminato in un fondo di Giovanni Assergio a distanza di una 
trentina di passi, e cercai di dirigermi verso per chiedere un soccorso, ma i due malfattori 
mi fecero andare alla parte opposta. Ritengo per per certo che i tre contadini si siano 
accorti di noi. 
Si cammin gi per fossi evitando le masserie, e percorse le contrade di Valignani e 
Teto si giunse a Fonte dAnt sul fondo di D. Gennaro Pompei.
Qui si fece sosta sotto una quercia. Il compagno del DAngelo rimase a custodirmi, 
e quegli si diresse verso la contrada Marzengo, donde torn in meno di una mezzora, 
e diede un fischio per segnale. Noi ci incamminammo verso il punto dove egli ci attendeva 
sotto la strada di Picciano quasi in linea retta, per lo sconosciuto malandrino mi fece fermare 
perch in quel momento passava sulla strada una persona che io vidi al chiarore della luna 
camminare in direzione di Picciano. Raggiunto il DAngelo lo vidi armato di fucile e provvisto d
i una posta di pane di granone che divise col compagno.
Attraversammo la strada e scendemmo pel Marzengo lungo un fosso finch si giunse ad un 
ponticello al di l del quale sta una piccola capanna ove ci siamo ricoverati. 
Qui il D'Angelo mi leg le mani sul dorso e con minacce replicate di morte ambedue mi 
chiesero del denaro. Volevano nientemeno che diecimila scudi.
Verso la mezzanotte, dopo un breve sonno il DAngelo si svegli e part dalla capanna 
dicendo che andava a prendere un lume per farmi scrivere una lettera a mio nipote onde 
mandasse il denaro. Vidi che appena uscito pieg a sinistra della strada che porta a Loreto, 
ma lo perdei subito docchio, perch io stavo in fondo alla capanna. Stette fuori per pi di 
un quarto dora e venne con un lume ad olio cosidetto a mano costrutto di ferro con 
catenella pure di ferro, e coverchio dello stesso metallo, tutto nero pel lungo uso, e lordo.
Lo stesso DAngelo prese quel lume che conteneva poco olio, e che dava luce a stento. 
Per meglio vederci aveva alzato il coperchio, il quale rientrava ad ogni tratto per qualche 
vizio della cerniera od altro che lo teneva saldo al manico.
Mi fu dato dal DAngelo un calamaio di osso nero contenente la penna nel coverchio, ed un 
foglio di carta, sul quale sotto sua dettatura scrissi a mio nipote Massimantonio Perrotti, 
che mi trovavo in potere di otto persone, e che se non mi voleva loro vittima mandasse subito 
diecimila scudi; al quale uopo gli mandavo le chiavi.
Queste stavano gi in potere dei due malfattori che me le avevano tolte fin dai primi momenti. 
Circa due ore prima giorno il DAngelo part prendendo ancora a mano manca onde recare 
la lettera.
Io rimasi col forestiero, il quale non fidandosi di me che ero stato sciolto dal suo compagno, 
mi leg nuovamente le mani sul petto con una cinta di pelle.
La capanna era aperta. Al far del giorno il mio custode prese alcune canne colla paglia dei 
pomidoro che stavano a terra sullentrata, e le appoggi in guisa allapertura da chiuderla, 
lasciando tuttavia tra canna e canna degli spazi larghi quattro dita e pi, per i quali entrava 
la luce. Si mise poi immediatamente dietro le canne dentro la capanna col fucile alla mano 
come se si tenesse pronto a farne uso.
Impaurito come ero dalle minacce non posi attenzione alle qualit di questarma. Certo 
per era un fucile non da guerra, ma alla paesana piuttosto rozzo di lavoro, e non molto lungo.
Da una mezzora e pi di giorno una donna che vidi soltanto a tergo pass sul ponticello 
avanti la capanna, e fece ritorno circa unora dopo frettolosa perch pioveva, senza guardare 
la capanna. Ho veduto altres che alla donna era associato un giovane contadino senza 
barba dal viso ovale e colorito, che riconoscerei, il quale si ferm sotto il ponticello nel 
fosso a tagliare un mazzo di vimini dai salici. Non era pi distante da noi che cinque 
o sei passi, e ci deve aver veduti perch pi volte il suo occhio si volgeva alla capanna; 
per potrei anche ingannarmi, perch a dir vero il suo contegno era naturale e non sospetto.
Finch egli rimase, cio per oltre un quarto dora, il malandrino stette quieto, n mi 
permise che io facessi movimenti o rumori. 
Verso le 9 e mezza a. m., giunsero finalmente sotto lacqua che cadeva abbondante, 
il DAngelo, il mio nipote Massimantonio, ed il mio soccio Domenico Toppeta. Il mio 
custode atterrate le canne sort col fucile puntato, e con il calcio spinse mio nipote 
nella capanna, e ne entr anche il DAngelo. Costui diceva di non essere persuaso 
che la somma di cui per strada aveva spogliato mio nipote e il soccio fosse di lire mille 
e duecento. Numer il pacchetto delle quattrocento lire levate al soccio, e laltro pacchetto 
lo ripass senza contare direttamente la moneta. Le quattrocento lire le diede al 
compagno, e si trattenne il resto. Ma non erano contenti n luno n laltro, e 
reclamarono altro denaro. Dai diecimila scudi calarono le pretese fino a lire 
quattromila che dovemmo promettere di pagare parte pel giorno nove e parte nel 
giorno sedici andante mese, facendoglieli consegnare dal soccio Domenico Toppeta, 
unitamente a due paia di calzoni, due paia di camicie, scarpe ed altro. Non ricorre il dire 
che pel caso di inadempienza fummo minacciati di morte. Dietro questi accordi fummo posti 
in libert verso le dieci e mezzo. Infatti dalla pagliaia tutti insieme, piegando a sinistra ci 
portammo sulla strada di Loreto. Qui ci siamo divisi. Io, il nipote ed il soccio andammo a 
raggiungere la strada che porta da Picciano a Penne per le contrade fonte dAnt e S. Vittoria, 
quegli mi parve piegassero verso Loreto. Non mi ricordo se per istrada abbiamo incontrato 
qualcheduno. Per timore di qualche vendetta ho taciuto per due giorni. Poi fatto animo 
abbiamo rivelato la cosa la mattina di ieri ai Reali Carabinieri.
Non ebbi percosse da quei due malfattori, ma insulti e minacce continue a mano armata. 
Il cappello da prete me lo fecero in mille pezzi e le calze rosse da canonico, e la camiciola 
di lana bianca mi furono tolte dal forestiero per vestirsene esso. 
Lo sconosciuto malfattore non pales il suo essere. Parlava un linguaggio forestiero, ma 
della bassa Italia. Era di media et di giusta statura e corporatura, di viso piuttosto rosso 
pallido, con poca barba castagna.
Io mi fiderei benissimo di riconoscere il lume di cui vi ho parlato, sul quale ho specialmente 
fermata la mia attenzione, come se di un elemento di prova; non cos del fucile.
Io non ho sospetti di connivenza a carico del soccio della Torre Zaccaria Sangiorgio, n 
del Domenico Antonioli, e tanto meno del Domenico Toppeta, il quale obbed senza sapere 
il contenuto della lettera recata a mio nipote, e senza conoscere il DAngelo e le sue intenzioni. 
Il poveretto corse anzi pericolo. Il D'Angelo quando fummo lasciati in libert, gli diede pel 
suo incomodo due lire, che il Toppeta lungo la strada mi restitu. Ho invece qualche dubbio 
su Pasquale Miseri, che io per dir vero non riconobbi, ma che credo fosse uno fra tre persone 
che lavoravano in un fondo del suo padre adottivo Nicola Rossi detto Camilluccio, e che non 
mi si rivolsero, bench con molto strepito io e i due malfattori siamo passati vicino a loro una 
ventina di passi, quando dalla strada nuova fui spinto gi per la contrada Valignani. Il Miseri  
un assai cattivo soggetto.
Al ritorno verso Penne mio nipote ed il Toppeta giunti sulla strada nuova proseguirono soli. Io 
che ero senza calze e senza cappello sono entrato nella masseria del mio soccio Giovanni 
Tontodimamma ad aspettare che mi rimandassero da casa cappello e calze. Al Tontodimamma 
ho detto nulla di quanto mi era accaduto. Il cappello me lo avevano fatto a pezzi. 
La somma da me data constava di due biglietti da lire cento, due da venticinque, quindici da 
dieci tutti nuovi della Banca Nazionale. Il resto era in biglietti da dieci lire della Banca di Napoli, 
e di lire cinque e lire due parte del Banco di Napoli e parte della Banca Nazionale. Non faccia 
meraviglia che io posseggasi quella somma, che  anzi piccola scorta pel mio andamento di 
famiglia, ricavo della vendita dei miei prodotti, ed interessi di capitali. 
Questo  il biglietto che scrissi di mio pugno sotto dettatura del DAngelo a mio nipote 
Massimantonio Perrotti.


Mio nipote
mandatemi dieci mila scudi per-
ch mi trovo nelle mani di otto per-
sone per cui appena che ricevete il pi
possibile perch altrimenti dopo
il mio vittimo ne ricevete  anche
voi lo stesso e vi prego di non perdere
tanto tempo e di badare di non fare
osservazione perch ne correte
il peggio anche voi e vi prego con se-
gretezza di adempire sullistante.
Per segnale ecco le chiavi, e per lamore
di Dio consegnate tutto  sullistante
Sono il vostro zio Simone Perrotti.

 

Lo stesso giorno della denuncia, il Pretore di Penne volle effettuare un sopralluogo nelle 
localit attraversate dallarciprete durante il sequestro. In quella occasione venne redatto 
il seguente verbale:
Lanno 1800settantatre il giorno otto Novembre in tenimento di Penne alle Contrade Casavalignani, 
Fonte dAnd, e Marzengo.
Noi Carlo Quadrio Pretore del Mandamento di Penne assistiti dal sottoscritto Vicecancelliere.
Ci siamo recati nelle suddette contrade insieme ai querelanti Simone e Massimantonio Perrotti, 
ed al testimonio Domenico Toppeta per avere dai medesimi quelle indicazioni di localit che 
possono essere utili allaccertamento della prova generica e specifica.
Percorrendo dapprima la strada rotabile che da Penne guida a Montesilvano, siamo giunti ad 
un risvolto della strada medesima sotto il colle ove  la masseria di Giuseppe Laguardia, 
distante dalla citt circa un chilometro; ed ivi il Signor Simone Perrotti ci ha dichiarato essere 
quello il punto ove fu avvicinato dai due malfattori, i quali calarono dal colle. Poco pi in l ci 
fece vedere su altro colle la sua masseria della Torre, ed il viottolo dal quale sortiva col figlio 
il testimonio Domenico Antonioli unitosi con lui fino al punto dincontro coi suddetti due malfattori. 
Dalla strada che corre sullaltipiano ci ha indicato una parte del cammino che fu costretto di fare 
dai ripetuti malandrini nelle sottostanti contrade Valignani e Teto, attraverso campi e valloni, 
tenendosi possibilmente discosti da case abitate.
Essendo quel cammino troppo disastroso a seguirsi, abbiamo presa la strada per Picciano, 
la quale guida pi comodamente alle altre contrade oltre il Teto percorsa dal ricattato, cio 
Fonte dAnt e Marzengo.
Alla contrada Fonte dAnt lungi centocinquanta passi circa dalla masseria del signor 
Gennaro Pompei, ci ha il Simone Perrotti, indicato il punto di fermata sotto una ripa 
piantata di querce, ove Emidio DAngelo si stacc da lui e dal suo compagno dirigendosi 
verso il Marzengo, donde fece ritorno con un pane di grano turco, e con un fucile. Ci ha ancora 
indicato il punto della vicina strada di Picciano, dove vide fra lombra passare una persona diretta 
verso quel paese. Di poi attraversata la ripetuta via, ripetendo il cammino fatto coi malfattori, ci 
ha guidati nel Marzengo, lungo il fosso che lo percorre, fino ad un ponticello del piano, al di l del 
quale, nellorto di Vincenzo Ruscitti esserci una piccola capanna con apertura verso il declivio 
del fosso. E quella la capanna ove fu consumato il ricatto. 
Appesa al pagliaio esternamente si trov una vecchia saccuta delloliva. Per terra, sul davanti, 
abbiamo rinvenuto un pezzo di pelle nera che il Simone Perrotti disse esser parte della fodera
del suo cappello da prete, fattogli a pezzi dal compagno del DAngelo.
Davanti lapertura scorgesi atterrato un mazzo di canne vecchie coverto colla paglia di pomodoro 
cui han fornito di sostegno.
Sotto il ponte dentro il fosso, a distanza dallapertura della capanna di non pi che cinque o sei 
passi, sorgono diverse piante di salici, i cui ramoscelli sono stati tagliati evidentemente da pochi 
giorni. Sono quelli gli alberi da cui il Perrotti, stando nella capanna, vide un contadino raccogliere 
un mazzo di vimini.
Partendo dalla capanna, e piegando a sinistra, si raggiunge la strada che da quella di Picciano 
guida a Loreto sotto il Colle della Stella.
Il piano del Marzengo  circondato, o meglio fiancheggiato da colli. Su quello denominato della 
Stella sorge la masseria di Antonio, Pietro, Salvatore e Pasquale padre e figli Zicola, che confina 
colla strada di Picciano per una viottola, e per altro sentiero con quella di Loreto.
Sul colle di fronte stanno le altre masserie di Vincenzo Ruscitti e di Giovanni ed Antonio padre 
e figlio DAddazio.
Tutte e tre queste masserie sono distanti dalla capanna circa sette, dieci minuti di cammino, e 
dominano cos il piano da vedere la capanna distintamente invecech posta in campagna sola.
Unaltra masseria  situata nel piano fra un oliveto. Sta abitata da Raffaele Mancini e sua moglie, 
e dista dalla capanna non pi che cento cinquanta metri, per non la tiene in vista come le prime.
Si  praticato in tutte una perquisizione come dai relativi verbali.
Del che si  redatto il presente verbale sottoscritto da Noi, dal Vicecancelliere, e dai Perrotti, 
e non dal Toppeta perch analfabeta.

Al fine di scoprire eventuali complici, furono effettuate le perquisizioni delle masserie della zona 
con la scorta dei Reali Carabinieri e del Delegato di Pubblica Sicurezza. In presenza del Canonico 
Perrotti, il Pretore di Penne visit le case ubicate in quellambito e vennero, in concomitanza, 
redatti i seguenti verbali:

Nella masseria di Raffaele Marini  risultato che in casa non vi sono armi n denari, n pane 
di granone. In cucina si trova un lume di ferro a mano senza coverchio.
Osservato il lume anzidetto dal querelante Perrotti, ha detto non essere quello adoperato dai 
malandrini.

Nella masseria di Vincenzo Ruscitti  risultato che in casa non ci sono n armi, n denaro. 
Larcone contiene del pane di granturco. Nella cucina vi  un lume di ferro a mano senza coverchio. 
Il querelante dopo di avere osservato quel lume ha detto non essere il lume adoperato dai malfattori. 

Nella masseria di Giovanni ed Antonio padre e figlio DAddazio  risultato che i DAddazio non tenevano 
armi n denaro; che nellarcone vi era del pane e della pizza di granturco, ed in cucina si trovavano un 
lume ad olio di latta con coverchio, ed altro di ferro senza coverchio.
Il querelante dopo di aver osservato quei lumi ha detto di non riconoscere quello usato dai malfattori.

Nella masseria di Antonio e figli Zicola  risultato che ciascuno dei figli Zicola ed il loro padre 
hanno abitazione separata. In quella di Pietro si  rinvenuto un fucile da caccia ad una canna 
carico, un lume senza coverchio, e senza provvista di generi alimentari.
In quella del padre, e del figlio Salvatore nulla di rimarchevole.
In quella di Pasquale, il Canonico Perrotti appena vide il lume di ferro con coverchio appeso in cucina, 
ci dichiar che quello era il lume adoperato dai malfattori, e ci fece osservare come il coverchio legato 
al manico con un pezzo di spago non si reggeva quando era alzato.
Abbiamo quivi rinvenuto in un cassone una salma e mezzo di grano vecchio ed in altro due tomoli di 
farina di grano. Nellarea vi era un grosso catino di pasta di frumento con lievito. Si  pure rinvenuta 
una baionetta militare.
Fatto subito arrestare il Pasquale Zicola, costui che durante la perquisizione aveva tenuto un contegno 
serio ma sconcertato, si lasci legare, senza neppure chiedere il perch dellordinato arresto. Egual 
contegno tennero il padre ed i fratelli. Nelle tasche gli si  rinvenuto un portafogli contenente una 
piastra e ventuno lire e cinquanta centesimi in carta.
Il Perrotti disse che il fucile sequestrato a Pietro Zicola non era quello di cui erano armati i malfattori.

I Reali Carabinieri di Penne redassero il seguente verbale darresto che rimisero al Pretore 
del Mandamento:
Mi onoro di trasmettere alla S.V. un atto verbale darresto dei nominati Zicola Pasquale e 
DAddazio Antonio sospetti complici del fatto a carico del Sacerdote Sig. Simone Perrotti 
di qui, avvenuto la sera del 4 andante con estorsione al medesimo di Lire 1.200.

Una volta arrestato, Pasquale Zicola venne prontamente interrogato dal Pretore, al quale rispose:
Sono Pasquale Zicola, di Antonio, di anni 30, contadino ammogliato con Grazia Orsini, di 
Penne, domiciliato alla contrada Marzengo, proprietario di circa un mezzetto di terra, ho fatto 
il militare, e non sono stato mai carcerato n processato.
Venni arrestato dai Reali Carabinieri in casa mia immediatamente dopo la perquisizione da 
lei praticatami, e non so, n immagino il motivo.
Non conosco il nominatomi Emidio DAngelo detto Cuculo, n la sua famiglia, ad eccezione 
del padre di nome Tommaso; e di questi giorni nessuno  venuto a casa mia nella contrada 
del Marzengo, n ho visto aggirarsi in luogo persone sconosciute o sospette con armi o senza. 
Lultimo giorno che pioveva, vale a dire marted mi sono alzato da letto a mezzora di giorno 
e sono rimasto in casa a rimettere la paglia ad una sedia, sortendone un pel momento circa 
unora prima di mezzogiorno a prendere un poco di foraggio per le bestie. Se pertanto nel 
Marzengo ci fosse stato un andare e venire di gente io non potevo vederla. La sera innanzi 
mi ero coricato alle ventiquattro ore, dopo aver lavorato nelle terre di Vincenzo Ruscitti lungo
il fosso ove tiene un piccolo orto. Lo si scorge benissimo dalla mia abitazione posta sul colle, 
da perch il pagliaio sta in una campagna rasa, distante dalla detta casa quattro o cinquecento 
passi. Anche l non ho visto alcuno nei giorni quattro e cinque.
Mostratogli il lume a mano sequestrato in sua casa e domandato risponde.
Questo lume  mio e lo possiedo da tanto tempo. Non lho prestato mai ad alcuno
Mostratogli il fucile e domandato, risponde.
Questo fucile appartiene alla mia famiglia paterna, ed  di uso comune mio e dei miei fratelli 
da me separati di economia. E carico, ma  un pezzo che non ladoperiamo.
Mostratogli la saccuta delloliva rinvenuta appesa alla pagliaia di Vincenzo Ruscitti, e 
domandato risponde.
Non  mia, n so a chi appartenga
Domandato risponde.
Il grano che tengo in casa, circa una salma e mezza  dellanno passato prodotto sui miei fondi. 
I due tomoli di farina di grano sono dello stesso frumento dellanno scorso e lho fatto macinare 
al molino Delle Monache il giorno di Luned tre andante. Il tutto  produzione dei miei fondi. In 
casa poco conservo perch tengo soltanto la moglie e due bambini. Il campo non lho ancora 
seminato. Granone non ne produco e non ne consumo. Il denaro che mi fu sequestrato nella 
somma di lire ventisei e cent. 60 , quanto a lire dieci, il frutto dei miei risparmi, ed il resto lo 
ricavai dalla vendita fatta di un maiale sul mercato di Penne il primo di questo mese. Lo comper 
un tal Francuccio legnaiolo di Loreto, che sta vicino al macello di Catracchia, e me lo pag 
cinque ducati in carta di cui ho speso due lire e quaranta centesimi per la macinazione del grano.
Dettogli che viene imputato di aver prestato aiuto ad Emidio DAngelo ed altro malfattore in un 
ricatto commesso nella contrada Marzengo alla capanna di Vincenzo Ruscitti il giorno quattro 
e cinque andante mese a danno del Sacerdote Simone Perrotti, cos risponde.
Io sto dentro la mia casa e non so far male a nessuno. Non ho dato alcun aiuto a malfattori 
e mi riesce nuovo laccaduto.
Non ho prove da assegnare a discolpa.

Dopo Pasquale Zicola, il Pretore interrog laltro arrestato il quale rispose:
Sono Antonio DAddazio di Giovanni, di anni 25, contadino di Penne domiciliato alla contrada 
Marzengo, impossidente, illetterato e non mai processato n incarcerato. Sono sordo.
Sono stato arrestato senza aver fatto alcun male. Ho gi detto nel mio esame che la mattina 
del giorno cinque di questo mese sono andato a tagliare un mazzo di vimini gi al fosso presso 
la capanna di Vincenzo Ruscitti, ma assicuro la giustizia che non vi ho visto alcuno, e che io non 
ho mai tenuto mano a malfattori. Mi riesce nuovo il fatto di cui mi parlate. Se anche ne fosse corsa 
la voce, la mia sordit mi impediva di apprenderlo. In casa mia non  venuto alcuno n per pane, 
n per lume.
Non ho testimoni a discarico ma protesto la mia assoluta innocenza.
Non conosco Emidio DAngelo.

Lattivit del Pretore di Penne prese ritmi incessanti. Infatti vennero sentite tutte le persone 
potenzialmente informate sui fatti.
Nellordine si ascoltarono i seguenti testimoni, i quali dissero:
Sono Vincenzo Ruscitti di Zopito, di anni 40, di Loreto Aprutino, qui dimorante, ammogliato con 
Rosaria Zicola.
La capanna che voi mi indicate qui abbasso nel piano, e che scopresi distintamente, sorge sul fondo 
che io coltivo. E da luned che io non ci vado. Il giorno quattro di questo mese, cio marted sono stato 
qui sul colle ad arare, e non ho visto alcun forestiero aggirarsi nel Marzengo.
La mattina del cinque pioveva, e dovetti tralasciare il fondo verso le tredici ore per ritirarmi in casa.
Mia moglie si rec allorto presso la capanna passando davanti la stessa, per piantarci le rape, e 
cacciata dallacqua ripar alla casa quasi contemporaneamente a me.
Prima di ritirarci, Antonio DAddazio mio vicino che mi aveva promesso di farmi un cesto di canne, 
passando sotto il terreno dove io lavoravo, mi chiese il permesso, che diedi, di andare gi al fosso 
a fare un mazzo di vimini per lorlo del cesto, quello stesso che il DAddazio mi port il giorno dopo, 
e che qui vi presento.
N mia moglie, n il DAddazio mi han detto di aver visto persone alla capanna.
In quel giorno essendo rimasto in casa non ho avuto occasione di vedere chi si aggirasse per le 
campagne. Non conosco Emidio DAngelo.

Sono Rosaria Zicola, di Antonio, di anni 40, contadina di Penne, moglie di Vincenzo Ruscitti.
La mattina del cinque andante son calata qui nel piano a piantare delle rape nellorto. Io ho dovuto 
passare avanti la capanna situata lungo il fosso. Pioveva e tenevo un panno in testa per coprirmi. 
Avevo premura sia nellandare che nel ritorno ed era per questo che non ho badato alla capanna, 
la quale stava come al solito chiusa. Vicino alla detta capanna cera Antonio DAddazio che 
coglieva vimini dai salici dentro il fosso per un canestro che doveva fare per casa mia. Non ho 
visto alcuna altro, e nellorto non son tornata pi da quel giorno. Ignoro che nel Marzengo si 
aggirassero persone conosciute sospette.

Sono Francesca di Matteo di Antonio, di anni 43, moglie di Giovanni DAddazio contadina 
di Penne.
Di questi giorni io non son mai sortita di casa perch soffro mal di petto, e cos non ho avuto 
occasione di vedere chi si aggirasse nel Marzengo, n da altri ho saputo. In casa mia non 
 venuto alcuno. 

Sono Antonio DAddazio di Giovanni, danni 25, celibe convivente col padre / E sordo, e 
dietro domanda direttagli a mezzo dei suoi familiari, risponde/.
La mattina del cinque andante mese col permesso di Vincenzo Ruscitti sono andato al fosso 
sulle sue terre vicino alla capanna a tagliare alcuni vimini per orlare un cesto che fabbricavo 
per lui, e che gli consegnai allindomani. La capanna era chiusa colle canne ed io non ci ho 
visto persone.

Sono Domenico Ionnicchi di Salvatore danni 30, contadino di Loreto domiciliato in questa 
masseria di Pasquale del Bono.
Per la vicina strada di Picciano passano persone continuamente. Quelle che voi mi descrivete 
non parmi daverle vedute. Emidio DAngelo non lo conosco.

Sono Massimonicola Nardicchia fu Beradino di Penne, danni 60, contadino.
Emidio DAngelo detto Cuculo lo conosco, e sento dire che va fuggiasco per queste contrade, 
ma io non lho mai veduto.

Sono Sabatino Ricci fu Nicola, di anni 52, contadino di Penne dimorante alla masseria 
del Signor Gennaro Pompei.
Sono diversi giorni che Emidio DAngelo con uno sconosciuto si aggira nella contrada Fonte 
dAnt, ove tengo in affitto la masseria del Signor Pompei. Domenica, due andante mese, 
verso le ore diciassette, reduce io della messa, li incontrai che si allontanavano dalla detta 
mia casa. Il DAngelo mi si fece conoscere dicendo - io son quello che ha ucciso Tenente, 
e sono fuggito da Gaeta -. Si diressero verso Penne. Mia moglie mi disse che le avevano 
cercato del pane e si era negata.
Li rividi marted passate le venti ore. Venivano per la strada da Penne a Picciano, ed erano 
seguiti da un terzo che portava un fucile, ma che credo che non fosse della loro compagnia 
continu mentre essi due discesero a discorrere col Signor Pompei, col dicolui soccio 
Raffaele DAngelo e colle raccoglitrici delle olive, poi si diressero verso la Fonte dAnt.
Ignoro chi fosse quello del fucile, che io vidi da una certa distanza.
Poi non ricordo se fu nello stesso giorno o nel successivo che vennero di nuovo nella 
masseria circa la calata del sole. Io mi trovavo a lavorare sul fondo ma li vidi. Tornato in 
asa seppi dalla moglie che aveva fatto richiesta di pane, ed essa non aveva voluto darne. 
Unultima volta li vidi gioved circa le venti ore discorrere col Pompei, o meglio col 
Raffaele DAngelo e colle raccoglitrici.
Altre volte non mi risulta essere mai venuti alla masseria.

Sono Adelaide di Giacinto figlia di Angelo, di anni 35, moglie di Sabatino Ricci, 
contadino di Penne, Soccio di D. Gennaro Pompei.
So che Emidio DAngelo ed un suo compagno alli quattro di questo mese si son 
presentati nelloliveto del mio padrone, e trattenuti a discorrere con lui, con Raffaele 
DAngelo, e con le coglitrici. Io non li vidi che il giorno sei, perch passarono sullaia
della masseria circa le venti ore, e chiesero del pane, che fu loro dato da mia cognata 
Annantonia Ricci. Il sette si coglieva ancora loliva, ed il padrone non cera. Ricomparvero 
il DAngelo e laltro nelloliveto, e da lungi ho visto che uno era armato di fucile. Non so 
dire altro.

Sono Domenico Toppeta, fu Antonio, di anni 22, contadino di Penne, soccio del 
Canonico Perrotti alla masseria nel piano fuori la porta di S. Francesco.
La mattina del giorno cinque andante mese, a giorno fatto, e quando gi mi ero alzato, 
buss alla masseria un contadino che mi diede un foglietto e due chiavi premurandomi a 
consegnarli subito alla famiglia del mio padrone Simone Perrotti. Io non sapevo chi fosse, 
per non replicai e feci il richiestomi servizio. Quel contadino disse che mi aspettava colla 
risposta nel piano di S. Francesco. Siccome pioveva, tenevasi coperta la testa con una 
vecchia saccuta ad uso dei coglitori di olive.
Nella casa del padrone trovai prima la serva, poi venne D. Massimo Perrotti, ed a lui feci
lambasciata.
Quegli diede un poco a riflettere, poi venne meco a S. Francesco, ove si abbocc in disparte 
collo sconosciuto. Tornammo quindi alla casa, e mi fu dato dal Signor Massimo un pacchetto 
con ordine di consegnarlo a suo zio D. Simone, associandomi al contadino, il quale mi avrebbe 
condotto dove si trovava.
Ritornati ambedue sul piano S. Francesco, e rimasto io un poco indietro, D. Massimo e lo 
sconosciuto sincamminarono per la strada nuova discorrendo. Da quella strada si devi a 
sinistra per la contrada C Valignani. Ad un certo punto il contadino diede di mano a 
D. Massimo, e minacciandolo con un lungo stile gli tolse di tasca un pacchetto coverto 
di carta bianca, indi fece altrettanto con me levandomi il denaro affidatomi da D. Massimo. 
Noi avanti, ed egli indietro, dovevamo proseguire il viaggio fino a Marzengo, dove si giunse 
dopo due ore ad una capanna lungo un fosso cavalcato un ponticello. L un altro contadino 
che stava dentro accovacciato sort col fucile puntato verso di noi. La nostra guida gli disse 
di calmarsi, ed allora uno dopo laltro fummo fatti entrare nella capanna, dove trovammo il 
Canonico Simone Perrotti senza calze colla sola testiera del suo cappotto da prete, e colle 
mani legate con una cinta di pelle. Qui si tratt di altri denari che quei due malandrini 
esigevano ambedue collo stile alla mano, ed il primo armato anche di revolver. Mi pare 
che si accordassero per quattrocento lire da darsi oggi, e per altra somma che non intesi 
da pagarsi pi tardi. La nostra guida in presenza di tutti cont, o meglio verific il denaro, 
a me tolto, dichiarando allultimo che non trovava esatta la somma di lire quattrocento. Del 
pacchetto levato a D. Massimo si discorse per dire che doveva contenere lire settecento. 
Allultimo, minacciati che se parlavamo ci avrebbero uccisi, fummo posti in libert. Io ebbi a 
titolo di regalo  dai malandrini due lire, che presi e spontaneamente consegnai al padrone. 
Per strada i Perrotti mi dissero che il malfattore dai cui mi furono recate le chiavi e la lettera 
era Emidio DAngelo detto Cuculo. La nostra liberazione ebbe luogo circa le sedici ore. Sia 
nellandare che nel tornare dalla capanna non ho visto persone. Siccome pioveva i contadini 
stavano ritirati in casa.
Il malfattore che si trovava nella capanna era uomo di statura giusta, di media et, con barba 
sfolta e corta, cogli occhi di color chiaro. Credo che lo riconoscerei rivedendolo.
Il fucile che portava era una carabina con la canna arrugginita qua e l, senza baionetta. Non 
ho visto che nella capanna ci fosse un lume.
Il fucile che io vidi nella capanna era ben diverso da quello sequestrato in casa di Pietro Zicola.

Sono Gennaro Pompei fu Francesco, di anni 49, proprietario di Penne.
Il giorno quattro di questo mese tra le venti e le ventidue ore due persone vestite malamente 
da contadino, che venivano per la strada sopra il mio fondo in contrada Fonte dAnt, diretti 
in apparenza verso Picciano, calarono nel detto mio fondo armati ambedue di bastoni. Uno 
di essi mi salut, e mi si diede a conoscere per Emido DAngelo detto Cuculo, mio compaesano. 
Siccome sapevo che egli era stato condannato per omicidio feci le meraviglie di ricordarlo. Esso a 
mia domanda disse - siamo fuggiti - colla quale locuzione plurale accennava evidentemente al suo 
compagno. Costui stette sempre in silenzio. Era un uomo sui trentacinque anni, di statura giusta, 
con barba sfolta rasata da ben molti giorni. Dopo di me il DAngelo salut suo cugino Raffaele DAngelo, 
mio soccio, e scostatosi anche da lui col compagno disse qualche parola alle coglitrici delle olive, 
indi presero ambedue la direzione della Fonte dAnt, e n pi li vidi.
Con loro non andava alcun altro che io abbia veduto.

Sono Mariadomenica Scarfagna nata Sergiacomo, fu Massimantonio, di anni 67, contadina di Penne. 
Il giorno quattro di questo mese sono stata a cogliere le olive alla masseria di D. Gennaro Pompei, 
e verso le venti o le ventun ore ho visto attraversare il fondo e dirigersi verso la Fonte dAnt due 
contadini muniti di bastoni, i quali salutarono il Pompei, ed il suo soccio Raffaele DAngelo detto 
Cuculo, e scambiarono anche qualche parola colle mie compagne. Mi venne poi detto che uno 
di essi era Emidio DAngelo.

Sono Lucia Evangelista fu Sebastiano, di anni 73, contadina di Penne.
Luned e marted tre e quattro andante mese sono stata a cogliere le olive a Fonte dAnt 
nelloliveto di D. Gennaro Pompei. Il luned, passato mezzogiorno, si presentarono sul fondo 
Emidio DAngelo detto Cuculo, ed un altro che non conosco, e stettero pi di unora a discorrere 
col Signor Pompei, col suo soccio Raffaele DAngelo, e colle giornaliere. Il marted poi 
ritornarono passate le venti ore e di nuovo si trattennero col Pompei e gli altri a discorrere 
e ridere. Il DAngelo vestiva di semplice pi un calzone e di sotto la camicia una maglia 
od altro di color rosso, dichiarando che cos essi andavano vestiti, con che voleva dire 
che quello era labito dei condannati. Ciascun dessi portava un bastone.
Ignoro dove siansi recati partendo di l. Il secondo giorno presero la direzione della Fonte.
La soccia del Pompei Adelaide di Giacinto ieri si lagnava di aver dovuto in uno dei detti 
due giorni fornire al DAngelo una posta di pane di granone. 

Sono Carmela Cantagallo di Massimantonio, di anni 22, contadina di Penne.
Marted e gioved della scorsa settimana trovandomi a cogliere le olive nel fondo di 
D. Gennaro Pompei alla contrada Fonte dAnt vi ho visto nel pomeriggio trattenersi 
un quarto dora per volta a discorrere col padrone e col suo soccio Raffaele DAngelo 
due contadini a me sconosciuti, uno dei quali mi fu detto essere Emidio DAngelo fuggito 
dal carcere di Gaeta. Si diressero poi verso la Fonte dAnt. Con loro non andava alcun altro.

Sono Mariadomenica de Simone, fu Domenico, di anni 19, contadina di Penne.
D. Gennaro Pompei cominci a raccogliere le olive del suo fondo in contrada Fonte dAnt il 
giorno di marted quattro andante mese. Io fui una delle coglitrici, e prestai lopera mia fino a
ieri, nellintervallo del solo mercoled, nel qual giorno  piovuto.
Verso le venti ore e mezza del marted comparvero sul fondo due contadini che si fermarono 
a discorrere un quarto dora con D. Gennaro Pompei e col suo soccio Raffaele DAngelo, poi 
si avviarono verso la Fonte dAnt salutando nel passare le raccoglitrici. Io in uno di essi 
ravvisai Emidio DAngelo, che io conoscevo gi prima che andasse in carcere.
Il gioved li rividi di nuovo venir sul fondo dalla Fonte dAnt, e trattenersi a discorrere un 
quarto dora col padrone. Ritornarono per la stessa strada della fonte.
Non mi sono accorta che con loro andasse una terza persona, la quale sia rimasta in disparte.

Sono Carolina de Simone, fu Domenico, di anni 31, contadina di Penne.
Marted giorno quattro di questo mese passate le venti ore, stando a cogliere le olive sul 
fondo del Signor Pompei vi ho visto passare diretto alla fonte dAnt, Emilio DAngelo 
detto Cuculo con un altro che non conosco. Nei giorni successivi fino al venerd sono 
rimasta a casa.

Sono Raffaele Marini, fu Giuseppe di anni 40, contadino di Penne.
Io abito una casetta nel Marzengo fra un oliveto di propriet del Signore Domenico 
Penna di Montepagano, distante un centocinquanta passi dalla capanna di cui mi parlate, 
sita al ponticello del fosso nellorto di Vincenzo Ruscitti. Per nei giorni quattro e cinque di 
questo mese non ho visto presso quella capanna, o in altro luogo del Marzengo aggirarsi 
delle persone insolitamente; n contadini, n borghesi, e n preti. Conosco Tommaso 
DAngelo detto Cuculo che mi  lontano parente ma non cos i suoi figli.
Dato che il giorno cinque pioveva, e mi sentivo poco bene, sono rimasto a letto; e noto 
ancora che dalla casa mia per le piante che la circondano non si pu scorgere la capanna 
del Ruscitti.

Sono Pasquale Miseri, proietto allevato da Nicola Rossi detto Camilluccio, di anni 23, 
contadino di Penne.
Conosco Emidio DAngelo prima che fosse condannato. Domenica giorno due di questo 
mese nel passare per la strada S. Francesco trovai seduto al muretto fuori la porta di 
citt un contadino che domandatomi chi fossi chiese che gli pagassi una bottiglia di vino. 
Io alquanto ubriaco dapprima mi scusai, e poscia ho consentito. Giunti in citt alla Crocevia, 
dove era il porchettaro Ciaci, quelluomo che io non sapevo chi fosse, mi lusing a comperare 
un po di carne da accompagnarsi col vino. Io dissi allora - ma tu chi sei? - ed egli - sono Emidio 
DAngelo figlio di Cuculo - E come sei qui se ti hanno condannato a venti anni di 
galera?  rispose - fui aggraziato -. Ci sentito non ebbi difficolt di comperare la 
porchetta dal Ciaci ed un po di pane da Domenico Cristini.
Bevemmo quindi una bottiglia e mangiammo alla cantina di Raffaele de Fabritiis, 
dove eravamo soli. Allinfine di l il DAngelo si diede a conoscere il de Fabritiis, e 
disse che era fuggito da Gaeta. Ci inteso io lo lasciai per non compromettermi dopo 
aver fatto pochi passi con lui, e non gli ho pi parlato.
Il quattro di questo mese stavo a lavorare in campagna nella contrada Valignani con
Liberato Rossi e Giovanni Russo, ed eran circa le ventiquattro ore quando vedemmo 
passare a trenta passi circa da noi il Canonico Perrotti con due contadini, che non 
conobbi. Io non ci feci caso. Ho saputo giorni dopo che il detto Canonico era stato 
ricattato da quei due contadini, e che uno dessi era Emidio DAngelo. Il Canonico 
era senza cappello, e taceva, e camminava senza opporre resistenza. Per la cosa 
mi parve strana si per lora e si perch il prete ed i contadini camminavano fuori strada.
Io ho negato quanto sopra al Delegato di P.S. per timore di qualche vendetta del 
DAngelo.

Sono Raffaele de Fabritiis, fu Antonio, di anni 50 proprietario e venditore di vino al 
minuto di Penne.
Il giorno due di questo mese a mezzora di notte nel sortire dal trappeto vidi Pasquale 
Miseri detto Camilluccio, allevato da Nicola Rossi, che entrava nella mia cantina con 
pane e carne di porchetta. Me ne offerse, ma io ringraziai e tirai dritto. Poco dopo 
ritornando al trappeto ho visto sortire dalla cantina, dove non erano altri avventori, il 
Miseri, ed un contadino di mezza et, il quale mi chiese se non lo conoscevo, e dettomi 
che era Emidio DAngelo, mi abbracci. Alla meraviglia che io feci di ricordarlo disse che 
era fuggito dal carcere di Gaeta; ed avendogli io osservato che troppo ordiva di girare pel 
paese, rispose che si era pure incontrato coi Reali Carabinieri e li aveva salutati. Detto 
questo si allontan entrando in paese. Il Miseri taceva.

Sono Domenico Antonioli, fu Nicola, di anni 34, contadino di Penne.
Il giorno quattro di questo mese fui a lavorare in mia vigna posta nel piano tra le masserie 
di D. Simone Perrotti alla Torre, e di Giuseppe Laguardia. Circa le ventiquattro ore, 
quando stavo per lasciare il lavoro vidi passarmi vicino sulle maggesi preparate per la 
semina due contadini sconosciuti. Quando io loro osservato che non era conveniente 
calpestare le maggesi mi si fecero presso quegli in atto minaccioso talch mi posi in 
guardia. Allora uno di essi mi disse che non avevano nessuna intenzione di fare del 
male, e tornandosene ambedue si portarono sopra la strada nuova ove  un gruppo 
di piccole querce.
Io col ragazzo che portava un fascio di frumento, mi posi subito dopo in cammino 
verso Penne, ed allo sbocco della campagna sulla strada nuova mincontrai con 
D. Simone Perrotti, che cammin facendo mi parlava di cose indifferenti, e mi offriva 
una presa di tabacco, allorch calarono dal gruppo delle querce i due sconosciuti, 
i quali attorniato il Canonico dissero a me di andarmene perch dovevano fargli 
una preghiera. Infatti io mi allontanai per convenienza. Intesi il prete che esclam 
- chi sei tu Emidiuccio? -. Ma non mi rivolsi, n li vidi pi perch sulla strada mi 
trovai di mezzo a molta gente che tornava dal raccogliere le olive da tutte le parti 
della campagna.
Io non ho conosciuto che uno di quei due potesse essere il mio compaesano 
Emidio DAngelo, persona che mai ho avuto in pratica.

Sono Tommaso Pilone fu Domenicantonio, di anni 57, rivenditore di generi diversi 
di Penne.
Non so dire se Emidio DAngelo sia prima presentato nella mia bottega perch non 
lo conosco. Ci venne un giorno suo cugino Raffaele a comperare dei sigari, uno per 
se, ed uno pel compagno che aveva seco, altro contadino di media et che meglio 
non so descrivere.

Sono Vincenza dOnofrio, fu Giustino, di anni 48, venditrice di vino al minuto nella 
cantina di Raffaele de Fabritiis.
La sera del due andante mese, a mezzora di notte, quando la cantina era aperta, 
venire Pasquale Miseri con un contadino che io non conosco, e che non so descrivere, 
e fece portare una bottiglia di vino. Il Miseri aveva seco del pane e della porchetta. 
Mangiarono e bevvero restando pochi minuti. Nellandarsene il Miseri disse di 
mettere il vino a suo conto. Sino ad oggi non mi ha pagato.

Sono Raffaele dAristotile, fu Antonio, di anni 29, mugnaio di Penne, residente nel 
molino Delle Monache.
Uno dei miei avventori al molino  certo Pasquale di Vituccio, contadino dallocchio 
sinistro, senza barba, che abita alla strada tra Penne e Picciano.
Credo che sia abbastanza comodo, perch fa abbastanza spesso macinato di 
granone, ed in occasione di feste anche di grano. Lultima volta che venne al molino 
fu circa dieci giorni dietro, non so bene se prima o dopo tutti i Santi, port circa 
un tomolo e mezzo di grano vecchio ed un mezzetto di cicerchia ed un mezzetto 
di granone, pagandomi in denaro la molitura con circa lire due. Era solo, n io lo 
vidi mai accompagnato con Emidio DAngelo che bene conosco.

Sono Errico Frattaroli di Achille, danni 30, guardaboschi comunale, nato a 
Farindola e domiciliato a Celiera.
Il ventinove dello scorso Ottobre tornando da Catignano fui assalito da due grassatori, 
e derubato del fucile, di una giacca e del sacco a pane. Erano allapparenza contadini 
mal vestiti di media et, armati di bastone. Del fatto ho dato querela al Pretore di 
Catignano.
Il fucile era di ferro bianco, con incassatura rozza senza fascetta. Il fucile che mi 
mostrate, repertato il giorno otto in casa dei fratelli Zicola, non  il mio.

Sono Tobia Ricci, fu Nicola, di anni 40, contadino di Penne, domiciliato come 
soccio nella masseria di Gennaro Pompei, tenimento di Penne.
Mercoled mattina nel recarmi a Penne dal padrone a prendere il grano per la 
semina, verso lalba ho incontrato della gente che non conosco, la quale raccontava 
che si era sparito il Canonico Perrotti e che suo nipote D. Massimo landava cercando. 
Facendo poi ritorno alla masseria verso le diciassette ore ho incontrato solo il Canonico 
Perrotti sotto il suo podere della Torre diretto verso Penne. Tal cosa raccontai a mio 
fratello Sabatino il quale avr forse frainteso se afferma che io gli abbia detto di aver 
veduto il D. Massimo Perrotti in cerca dello zio.
Il giorno innanzi Emidio DAngelo ed un altro che non conosco, erano comparsi 
nelloliveto del padrone a discorrere con lui, col soccio Raffaele DAngelo e colle 
coglitrici, prendendo poi la direzione di Fonte dAnt. Li rividi col nel pomeriggio 
del gioved e del venerd. Con essi non andava alcun altro. In apparenza non portavano 
che un bastone. Ignoro che si siano parlati anche nella masseria. 

Sono Giovanni Russo, fu Silvestre, di anni 40, contadino di Penne.
Io non ho veduto nella sera del quattro andante le tre persone di cui mi parlate, 
sebbene fino a notte sia stato a lavorare con Pasquale Miseri e Liberato Rossi 
alla contrada C Valignani. Non ho visto mai Emidio DAngelo detto Cuculo nella 
casa dei detti miei padroni, n so che vi sia stato, e solo o con altri. La notte sto 
fuori a guardare loliva.

Sono Liberato Rossi di Nicola, di anni 17, contadino di Penne.
La sera del quattro di questo mese ho lavorato con Pasquale Miseri e Giovanni 
Russi una mia terra in contrada Valignani. Io non li ho veduti, ma il Miseri mi ha 
detto che verso le ventiquattro ore erano passate vicino a noi tre persone 
attraversando i campi, e non le aveva riconosciute.

Sono Emidio Pilone, fu Armidoro, di anni 45, industriante di Penne.
Ricordo bene che il giorno due di questo mese non pi tardi delle ventitre ore, 
Pasquale Miseri venne da me a comprare in credenza quindici soldi di porchetta. 
Era solo. Fino ad oggi non sono stato pagato.

Sono Domenico Ridolfi cognominato Cristini fu Salvatore, di anni 57, panettiere 
di Penne.
Non ricordo di aver veduto mai Pasquale Miseri comprare del pane nella mia bottega, 
solo od in compagnia di Emidio DAngelo detto Cuculo.

Sono Filodoro DAngelo, comunemente chiamato Raffaele, fu Fedele Antonio, 
di anni 30, contadino di Penne.
Marted giorno quattro di questo mese mi trovavo a cogliere le olive a Fonte dAnt 
col padrone Signore Gennaro Pompei, quando verso le venti ore mi si presentarono 
due persone malvestite, una delle quali mi salut, e dandomi la mano mi si fece 
conoscere per mio cugino Emidio DAngelo. Feci le meraviglie di vederlo perch 
lo sapevo in carcere, ed egli mi disse che era fuggito da Gaeta con quel suo 
compagno.
Siccome io non sono in buoni rapporti con lui per una rissa che avemmo insieme 
per la quale fin condannato, non mi trattenni a discorrere e continuai a battere 
loliva. Parlarono invece col padrone e colle raccoglitrici, indi si diressero verso 
la Fonte dAnt. Due giorni dopo, quasi allistessa ora li vidi attraversare il fondo 
senza fermarsi. Quella volta il compagno del DAngelo portava un fucile corto ad 
una canna, ed una borsa a tracolla. Il primo giorno aveva affermato che il DAngelo 
aveva una pistola dentro una borsa di pelle legata sul fianco. Presero la direzione 
della masseria detta dei Colli, e da lungi ce li scorsi quasi sulla porta. Non so dire 
se vi siano entrati. Ignoro il nome degli abitanti di quella masseria.
Una delle coglitrici, e non so quale, mi ha detto che il compagno del DAngelo le 
narrava di essere stato condannato per aver ucciso un Tenente dellArmata a 
causa di gelosia.
Il DAngelo  di media statura, piuttosto sottile, quando io lo vidi aveva la barba 
rasata. Teneva un dente guasto sul davanti della dentiera di sotto. Laltro  quasi 
della stessa statura, ma pi complesso; mostra circa trentasei anni.
Ho riveduto il DAngelo questa mattina nella contrada Teto, nel punto chiamato 
Ponticelli dove stavo lavorando con Francesco e Tobia Ricci sopra un fondo mio. 
Ci era anche a faticare mio zio Antonio DAngelo. Io ero a capo del fondo. Ed 
ho visto che si ferm a discorrere collAntonio, e poi tir dritto gi pel fosso. 
Veniva dal colle ove  la masseria del Barone Scorpione. Vestiva buoni panni 
da contadino di un colore olivastro, e portava un bel fucile a due canne, una 
valigia di pelle per caccia a tracolla, e due pistole sui fianchi oltre una daga.
Non mi consta dove si ricovera la notte. 

Sono Annantonia di Giacinto figlia di Angelo, maritata Ricci, danni 26, nata 
a Bacucco, domiciliata a Penne.
Non fu il giorno sei come dice mia cognata Adelaide di Giacinto, sebbene 
il giorno due che si presentarono alla masseria due contadini malvestiti a 
chiedere un tozzo di pane di granone, che io diedi a titolo di carit; e senza 
conoscere chi fossero. Il giorno dopo gli stessi contadini si trattennero 
nelloliveto a discorrere col padrone e colle coglitrici, ed ho poi saputo che 
eran fuggiti dal carcere ed uno era certo Emidio di Cuculo. Non so altro.

Sono Elisabetta Ferrante vedova di Marzio, fu Pasquale, di anni 35, filatrice, 
nata e domiciliata in Penne.
Il giorno diciotto di questo mese Vincenza alias la Misolla mi domand se 
volevo comprare del vino. Ne contrattai un barile per lire dieci e centesimi 
cinquanta compreso il dazio, e mandai subito un facchino a caricarlo. 
Con la Misolla cera Carlo DAngelo che seppi allora essere il padrone del vino.

Sono Zopito Evangelista, fu Massimantonio, di anni 57, contadino di Penne.
Il giorno due di questo mese, che ricordo bene perch la Domenica dei morti, 
tornando a casa nel Marzengo, dalla citt, insieme ai miei figli circa le venti ore, 
trovai in casa colle donne due contadini di media et, in uno dei quali ravvisai 
Emidio DAngelo. Non mostravano di avere armi. Alle nostre interrogazioni il 
DAngelo disse che aveva ultimato la pena cui era stato condannato, e che 
ambedue venivano molto da lontano, ed erano stanchi ed affamati, per cui 
domandavano del pane. Dopo qualche difficolt io lo diedi. Il DAngelo nel 
partirsene savvi verso Penne, e mi fece promettere di non parlare che io 
lavessi veduto, confidandomi in pari tempo che esso ed il suo compagno 
erano fuggiti dal carcere.
Dopo quella volta non ebbi pi occasione di vederli. Non mi consta in alcun 
modo che avessero relazioni con Vincenzo Ruscitti, Pasquale Zicola e 
Vincenzo DAddazio. Questultimo  un povero infelice, sordo, e giovane di 
buona condotta. Il Zicola  un po elastico e prepotente.

Sono Zopito di Benedetto, fu Donato, di anni 37, contadino di Penne.
Ho preso in affitto dal Signor Penna di Atri una masseria al Colle della Stella, 
sopra laltra abitata da Antonio Zicola e figli, e sto ora occupato a portarmi le masserizie. 
Ho cominciato ad abitarvi non prima di venerd ventuno andante mese. La casa era 
prima disabitata perch in costruzione. I Zicola appena li conosco. Non ho visto 
mai Emidio DAngelo dopo che egli evase dal carcere.
E inutile che sentiate mio fratello Antonio il quale non ancora lascia la masseria 
vecchia e non conosce alcuno in questa contrada.

Sono Gaetano di Marcoberardino, fu Giuseppe, di anni 29, contadino di Penne.
Una notte che non so indicare, sul principio di Novembre, fu bussato alla mia 
abitazione presso il Camposanto, e ribussato ripetutamente, perch io mi 
attardai a non voler aprire. Voci da fuori dicevano - siamo amici -. Fattomi a 
guardare dal buco della chiave, vidi Carlo DAngelo che gi avevo riconosciuto 
dalla voce, ed altri due che non riconobbi. Uno di questi portava un fucile: a 
Carlo non ho visto armi. Non so altro.

Sono Camillo Giusti, di Armando, di anni 47, ammogliato con figli, nato e 
domiciliato a Picciano.
Al di l del Colle della Stella, vicino alla masseria di Filippo di Giovanni, incontrai 
un individuo armato di baionetta che seppi essere Emidio DAngelo 
soprannominato Cuculetto.
Egli mi si ferm e mi domand dove andavo, che cosa portavo e se avevo 
veduto carabinieri od altra gente. Io gli risposi che andavo a Penne a portare 
delle lettere, e che non avevo veduto carabinieri, n altre persone.
Ebbi molta paura, e dubito che per quella sia caduto malato, ora per sono 
guarito quasi perfettamente.
Quando incontrai il Cuculetto, come ho detto di sopra, fu lundici di Novembre, 
e non so altro.

Sono Enrico Fornarola, fu Emidio, di anni 46, calzolaio di Penne.
Da tre mesi ho cessato di essere vicino di casa di Carlo DAngelo e famiglia. 
Costui era in allora appena sortito dal carcere.
Nulla so dire della sua condotta e delle relazioni in cui possa essersi trovato 
col suo fratello Emidio.

Sono Ludovico Pizzi, fu Carlo, di anni 36, sarto di Penne.
Sono almeno due mesi che la famiglia DAngelo avendo cambiata casa ha 
cessato di essermi vicina. E notorio che la detta famiglia ha fiancheggiato 
con grandissimo impegno il figlio Emidio, fuggito dal Bagno di Gaeta, e credo 
bene che laltro figlio Carlo non abbia fatto meno degli altri perch  un triste 
soggetto come lo sono tutti della famiglia. La madre fu persona di pena per furto; 
due altri figli stanno in carcere quale per furto e quale per ferimento. Non mi consta 
che il compagno di fuga dellEmidio sia stato ospitato in casa loro. Non so pi di 
questo.

Sono Giovanni Russo fu Silvestre, di anni 40, contadino di Penne.
Confermo che la notte del due Novembre vennero a casa mia Emidio e 
Carlo DAngelo con uno sconosciuto compagno di Emidio. Questi tre dopo aver 
mangiato e bevuto se ne andarono insieme. Al Carlo DAngelo non ho veduto armi.

Il giorno 9 Novembre 1873, il Comandante Provinciale dei Reali Carabinieri rimise al 
Procuratore del Re presso il Tribunale Correzionale di Teramo, il seguente rapporto:
Oggetto: Ricatto del Canonico Perrotti, per opera di DAngelo Emilio ed Ursi Andrea.
Ho lonore di riferire alla S.V. Ill.ma che da un rapporto del Sig. Comandante il 
Circondario di Penne in data 7 andante N 3126, traggo che nella sera del 4 detto 
alle ore 5, al luogo denominato Comarchia a due chilometri da Penne, due evasi 
dal Bagno di Gaeta, DAngelo Emidio ed Ursi Andrea, ricattavano il Canonico Perrotti 
Don Simone, fu Massimantonio, danni 70, mentre faceva ritorno da una sua Villa, al 
suo domicilio in Penne, e condotto in un Pagliaio detto Marzengo, in tenimento del 
Comune di Loreto Aprutino, ove giunti fecero scrivere al ricattato un biglietto al Nipote 
Perrotti Massimo fu Raffaele, danni 30, pure domiciliato in Penne, che il DAngelo, 
lasciato il Canonico in custodia dellUrsi, portava quel biglietto ad una vicina Masseria 
del ricattato stesso e consegnato al contadino, Toppeta Domenico, questo lo port a 
destinazione; il destinatario prese seco Lire 800, ed altre Lire 400 le consegnava al 
contadino Toppeta e si diresse verso il luogo indicato, che era il viale di S. Francesco 
in prossimit di Penne, ed ivi trovato il DAngelo Emidio, li condusse al luogo ove stava
il ricattato, ed ivi consegnata la somma lo lasciavano in libert, con ingiunzione per 
di mandargli col mezzo del contadino Toppeta qualche altra somma, perch le Lire 
1200 erano poche.
Tale fatto fu taciuto e dal ricattato e dal Nipote fino al giorno 7 andante, giorno in 
cui fu poi da questultimo denunciato allArma locale, per cui il Sig. Comandante 
il Circondario si port in luogo a verificarlo e per prendere indagini nella direzione 
presa dai due malfattori, per le ulteriori disposizioni.
Siccome poi lArma era avvertita che qu due evasi furono visti nei dintorni di Penne, 
cos era disposta una pattuglia anche in direzione ove avvenne il ricatto ma che
nulla subdor.

Il giorno 11 Novembre 1873, Massimantonio Perrotti, nipote del Canonico, torn 
nuovamente al cospetto del Pretore di Penne, per aggiungere nuove dichiarazioni 
al suo precedente verbale di denuncia. E tanto disse:
Nelle precedenti querele ho taciuto un fatto, che vengo ora a rivelare.
Quando seguivo lEmidio DAngelo alla capanna del Marzengo mi ero armato di 
un revolver per difendermi alloccorrenza dai malfattori, e lo tenevo nella tasca 
dei calzoni entro una busta di pelle lucida nera. Il DAngelo se ne accorse, ed 
alla sua domanda dissi  che portavo il revolver, non per offendere ma per mia difesa. 
Anchio lo porto soggiunse egli, e mi fece vedere sotto labito qualche cosa che 
somigliava allimpugnatura di uno stile. Come fummo nel piano di Casa Valignani, 
quel malfattore dimprovviso mi appunt al petto un lungo stile, e prima di levarmi il 
denaro mi tolse larma. Il Domenico Toppeta ne pu far fede.
Era un revolver che comperai in Ancona in Agosto, o Settembre ultimi dallarmaiuolo 
Alfieri colle cariche adatte, del calibro da dodici, a moto continuo, liscio nel metallo, 
granellato nel manico di noce.
Lo saprei riconoscere rivedendolo.
Non ho parlato prima di questo fatto perch temevo di incorrere in qualche penalit 
come portatore darma senza licenza. La circostanza per la quale uscii di casa 
col revolver mi sia di scusa.

Il Pretore di Penne, in data 11 Novembre 1873, rimise al Procuratore del Re presso 
il Tribunale Correzionale di Teramo il seguente dettagliato rapporto:

Oggetto:

1.Emidio DAngelo di Tommaso, detto Cuculo;
2.Andrea Ursi;
3.Pasquale Zicola di Antonio;
4.Antonio dAddazio.

Imputati:
I primi due di estorsione della somma di Lire 1200:00, con sequestro di persona, in 
danno del Canonico Simone Perrotti.
Gli altri di complicit in detto reato.
Reati commessi a Penne nei giorni 4 e 5 Novembre 1873. Art. 601 e 602 Cod. Penale.
Di seguito al mio rapporto, Le riferisco quanto segue.
Questo Canonico Simone Perrotti, persona avara e facoltosa, nel tornare da una sua 
masseria sita ad un chilometro da Penne, fu avvicinato circa le 24 ore del giorno 4 
corrente mese da due contadini i quali, col pretesto di dargli una preghiera, fecero 
allontanare Domenico Antonioli che andava con lui; e datogli uno di essi a conoscere 
pel suo compagno Emidio DAngelo detto Cuculo, evaso recentemente dalle carceri di 
Gaeta, lo spinsero fuori dalla strada rotabile gi pel colle nella contrada Ca-Valignani, ed 
attraverso i campi e gi per fossi, lontano dalle masserie, lo condussero in un Pagliaio 
in contrada Marzengo.
Dopo avergli fatto scrivere un biglietto, prima dellalba il DAngelo si mise in viaggio per 
Penne dove arriv a giorno fatto in una masseria del Perrotti situata nella piana di 
S. Francesco, quasi alle porte della citt, e senza annunciare chi fosse mand il soccio 
Domenico Toppeta a portare le chiavi e la lettera al Massimo Perrotti. Costui aveva passato 
la notte in inquietudini per lassenza ingiustificata dello zio. Letto che ebbe il foglio, part 
nel piano di S. Francesco a parlare col contadino, nel quale riconobbe il DAngelo, poi fece 
ritorno a casa per prendere denaro. Fece due pacchetti, luno di quattrocento lire, che 
consegn al Toppeta, con ordine di recarlo a D. Simone seguendo luomo che laspettava, 
laltro di lire ottocento, che si pose in tasca. Era sua intenzione di lasciare che il suo 
soccio andasse solo al DAngelo, e di mettersi in luogo dove alloccorrenza il soccio 
potesse venire a trovarlo se esigesse maggior moneta delle lire quattrocento. Ma fece 
male i suoi calcoli perch il DAngelo come ebbero superate le masserie di Ca-Valignani, 
dove per la giornata piovosa non si vedeva persona bench fossero gi passate le ore sette, 
gli diede di mano, minacciandolo collo stile, e gli tolse il pacco, la qual cosa fece anche col 
Toppeta, indi li cacci innanzi guidandoli per disastroso cammino fino alla capanna nel Marzengo.
Col stava lo zio legato nelle mani con una cinta di pelle.
Il compagno del DAngelo che stava in guardia col fucile lappunt contro il Massimo Perrotti, 
indi colla violenza lo spinse dentro il pagliaio. Fu intascato il denaro che non appagava le 
esigenze dei due malfattori. Dovettero perci promettere i due Perrotti di dare altre lire 
quattromila in due rate a scadenze fisse, e dopo questo furono lasciati liberi circa le ore 
10 a.m. con minaccia di morte ed altri danni se parlavano; del che impauriti tacquero fino 
al giorno sette.
Avutane io notizia dalla Pubblica Sicurezza alle ore 3 p.m. di detto giorno attivai subito le 
indagini, e la mattina seguente mi son portato colla forza e coi querelanti sopra luogo.
Il punto di fermata a fonte dAnt  vicino alla strada che da Penne guida a Picciano e Collecorvino. 
Attraversando quella strada si giunge subito nel Marzengo, contrada piana, percorsa da un fosso, 
e circondata da colli. La capanna ove fu ricoverato il canonico Perrotti sta quasi nel centro. 
La masseria pi vicina  quella abitata da Raffaele Marini. Dista duecento passi circa, per da 
quella non si scorge la capanna per lingombro delle piante. Ma le masserie sui colli abitate da 
Vincenzo Ruscitti, il padrone della capanna, da Antonio, Pasquale, Pietro e Salvatore Zicola, e 
da Giovanni ed Antonio padre e figlio DAddazio, dominano lalto, vedono sotto distintamente la 
capanna nella campagna rasa, a distanza pressocch eguale, di circa trecentocinquanta metri. 
Eppure nessuno di quegli abitanti ha ammesso di aver veduto i malviventi ed i due Perrotti, 
prendendo a scusa il tempo cattivo che li tenne dentro casa.
Ho perquisito tutte quattro quelle masserie senza utile. Solo nella abitazione di Pasquale Zicola 
il Canonico Perrotti ha riconosciuto il lume di ferro a mano con coverchio mal saldo, adoperato 
per illuminare la capanna quando fu scritta la lettera.
Questa circostanza mi ha determinato a fare immediatamente arrestare il detto Zicola, e vi 
fu rinvenuto anche buona provvista di grano vecchio e di farina di grano, superiore alla sua 
condizione, nonch la somma di lire 26:60.
Egli  indiziato anche dalle indicazioni del Perrotti sulla direzione presa quando il 
DAngelo part dalla capanna, e dalla posizione della sua masseria in rapporto al 
punto di fermata nella contrada dAnt.
Ho fatto arrestare anche Antonio DAddazio, riconosciuto dal Canonico Perrotti per 
un tale che la mattina del cinque si era portato a cinque o sei passi dallapertura 
della capanna a cogliere un mazzo di vimini dalle piante lungo il fosso.
La capanna era chiusa con un mazzo di canne in guisa per che dalle larghe 
fessure il Perrotti pot vedere che quelluomo guardava sotto occhi. 
E verosimile che costui avesse coi malfattori qualche intelligenza. 
La sua casa  la pi vicina al ripetuto punto di fermata in contrada dAnt.
Egli nega di aver veduto persone nella capanna.
Anche lo Zicola  negativo di aver prestato il lume, o dato aiuto altrimenti 
ai malfattori.
Quegli sono arditissimi e si tengono anche in giornata nelle vicinanze 
di Penne, mostrandosi a tutti liberamente. Nel giorno  del fatto e nei 
successivi frequentarono specialmente la contrada fonte dAnt.
Proseguono le indagini.

Infatti:

Lanno 1800settantatre, il giorno diciotto novembre. In tenimento 
di Penne, alla contrada Marzengo/Frazione/Incasale/.
Noi Carlo Quadrio Pretore del Mandamento di Penne, assistiti dal 
sottoscritto Vicecancelliere.
Volendo accertare quando tempo simpieghi a percorrere il tratto 
dalla masseria di Pasquale Zicola alla capanna di Vincenzo Ruscitti 
nel piano sottostante, abbiamo assunto a perito Giuseppe Ferri, di Emidio, 
di anni 28, bracciante, di Penne, il quale nelle forme di rito e previe le 
prescritte ammonizioni ha giurato di bene e fedelmente procedere nelle 
operazioni che gli saranno demandate, e di non aver altro scopo che 
quello di far conoscere ai giudici la semplice verit.
Dopo ci, sempre sotto i nostri occhi ha percorso il tratto suindicato, 
giungendo alla capanna in due minuti e mezzo, e facendo ritorno in 
cinque minuti col passo ordinario.
Lo stesso esperimento si  fatto a misurare il tempo necessario a 
percorrere la distanza dalla masseria Zicola al punto di fermata dei due 
malfattori e del ricattato alla contrada Fonte dAnt sul terreno di Gennaro
Pompei.
Il perito ha fatto quella strada impiegando fra andata e ritorno undici minuti.
Noi abbiamo tenuto presente lorologio.
Il perito ci ha detto che tenendo il passo ordinario ci vogliono sette minuti 
e mezzo per andare e venire dalla masseria di Pasquale Zicola alla capanna, 
ed undici minuti fra landata ed il ritorno dal fondo designatomi dalla S.V. nella 
vicina contrada fonte dAnt.
Del che si  redatto il presente verbale che dietro lettura e conferma  stato 
sottoscritto dallUfficio procedente.

Il giorno 20 Novembre 1873, il Pretore di Penne Carlo Quadrio mise a verbale le 
risposte fornitegli da Massimantonio Perrotti, nipote del Canonico.
Il Domenico Toppeta non conosceva, n poteva conoscere il DAngelo perch 
allepoca della di lui carcerazione non aveva che dodici o tredici anni. Tanto 
meno sapeva le sue intenzioni. Io sortii due volte a San Francesco, la prima 
per incontrarmi col DAngelo, la seconda per portagli il denaro. Appena lo vidi 
giudicai che fosse della famiglia troppo conosciuta dei Cuculo. Voleva darmi 
ad intendere che il biglietto glie lo aveva dato unindividuo per istrada mentre 
si dirigeva a cogliere le olive del suo padrone, poi con altre parole mi lasci 
capire che esso sapeva il contenuto della lettera. Dove era mio zio non me lo 
volle dire. Persuaso che egli correva pericolo retrocedetti a prendere il denaro, 
come ho gi dichiarato.
Non ricordo bene le monete che componevano la somma. Ci erano due o tre 
biglietti della Banca Nazionale da lire cento, tre o quattro da lire cinquanta 
del Banco di Napoli, molti da lire dieci e da lire cinque. I biglietti da cinquanta 
me li aveva dati un acquirente di grano, e portavano, fra le altre, la firma di 
un tal Vincenzo Monticelli di Pianella. Presi tutto quello che ci stava, ed il 
conto lho fatto senza verificare certi pacchetti di carte-monete sui quali stava 
scritto limporto. Lo zio pu ricordare i valori dei biglietti meglio di me.
Il fucile del compagno del DAngelo era ad una sola canna, corta e di rozza 
incassatura. Non ci feci molta attenzione e perci non sarei in grado di riconoscerlo 
se lo rivedessi. Non vidi alcun lume dentro la capanna del Marzengo.

Pasquale Zicola e Antonio DAddazio, arrestati per complicit nellestorsione
il giorno 8 novembre 1873, furono rinchiusi in carcere fino al 5 febbraio dellanno
successivo, quando la Camera di Consiglio presso il Tribunale correzionale di Teramo 
emise la seguente sentenza:
Poich la complicit nella estorsione in rubrica contro Zicola e DAddazio non trova 
riscontro negli indizi raccolti a loro carico. Letti gli articoli 248, 250 e 786 del rito penale; 
dichiara di non darsi luogo a provvedimento penale per insufficienza dindizi, per 
la complicit nella estorsione di lire 1200.00 in danno del Canonico Simone Perrotti; 
ed ordina che siano scarcerati.

Relativamente allevasione del brigante DAngelo, il Procuratore del Re di
Cassino (competente del Mandamento di Gaeta), comunic al suo omologo di
Teramo quanto segue:
Porgendo riscontro alla riservata contradistinta nota, Le manifesto che a carico
del condannato Emidio DAngelo di Penne non vi fu provvedimento per la sua fuga 
dal Bagno di Gaeta, poich evase senza rottura del luogo di pena e senza aver usato 
violenze. Vi fu solo procedimento contro i Guardiani Genga Giovanni e Bossetti Giovanni 
i quali con sentenza del 24 andante furono assoluti da questo Tribunale perch non 
ritenuti colpevoli della negligenza loro ascritta sulla fuga del suddetto detenuto.

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IL FRATELLO MAGGIORE CARLO

Tutto sommato, larresto avvenuto il 19 Novembre 1873, per il fratello Carlo fu un 
colpo di fortuna. Infatti, se il Delegato alla Pubblica Sicurezza di Penne non avesse 
trovato a suo carico le prove per metterlo in carcere, da libero, quale potenziale 
complice del fratello Emidio, sicuramente sarebbe stato coinvolto in ben pi gravi misfatti.
Ecco quanto si realizz:
Lanno 1873, in questo d 19 Novembre, alle ore 10 e un quarto, nel corridoio dellUfficio 
di P.S. in seguito delle deposizioni ed informazioni assunte dal sottoscritto Delegato dai 
quale emerge che DAngelo Carlo, di Tommaso, di anni 31, contadino fratello al bandito 
DAngelo Emidio, fece parte di una comitiva armata composta dai due DAngelo predetti 
e dallevaso Ursi Andrea, ho ordinato larresto del DAngelo Carlo che fu immediatamente 
eseguito dagli agenti in servizio. Indi ricondotto in ufficio e perquisito attentamente gli si 
rinveniva un piccolo coltello che non avrebbe dovuto portare essendo il DAngelo sottoposto 
alla speciale sorveglianza della P. S.; e dopo molte ricerche si rinvenne cucite nella fodera 
del gilet un gruppetto di carta che previa scucitura del gilet si scopr composto da 
N 10 biglietti da lire 5 ciascuno; nove della Banca Nazionale ed uno del Banco di Napoli.
Interpellato sulla provenienza di detto denaro disse che laveva portato dal Bagno ove aveva 
filato la stoppa e fatto il caffettiere per cinque anni mentre scontava la pena.
E qui a considerarsi che il DAngelo predetto ha espiato la pena di 13 anni di lavori forzati.
Non essendoci a dubitare che i denari predetti non siano di provenienza furtiva ma probabilmente 
il fruttato del ricatto del Perrotti.

Una volta arrestato, Carlo DAngelo venne sottoposto ad ulteriore interrogatorio, nel corso 
del quale modific la sua versione.
Lanno 1873 in questo d diciannove Novembre, fatto scortare  comparso larrestato 
DAngelo Carlo, di Tommaso, danni 31, nato e domiciliato a Penne, contadino alfabeta.
Essendosi al medesimo alla presenza del sottoscritto rinvenute nella fodera del gilet 
Lire 50-cinquanta, in tanti biglietti di lire 5, nove della Banca Nazionale ed uno del 
Banco di Napoli ed interpellato sulla provenienza di detto denaro rispose:
Questi denari sono il fruttato della vendita di una capretta, una pecora ed un porco 
alla fiera di Loreto. Io non so il nome degli individui ai quali furono venduti detti animali, 
ma li conosco soltanto di vista.
La pecora lho venduta sui quattro ducati e la teneva mio padre, la capra per ventotto 
carlini, ed il maiale per quarantacinque carlini, ed anche questi animali erano di mio padre, 
ed il resto sono undici lire per un barile di vino che ho venduto ieri.
I soldi li portavo cuciti dentro al gilet per timore che mia sorella me li avesse presi.
La capretta lho venduta sabato scorso, la pecora sono 28 giorni circa, ed il maiale alla 
fiera di Loreto che avvenne il 15 settembre.
Quando in precedenza ho detto che i soldi li avevo portati dal Bagno non  vero.
Uscito dal Bagno portai con me sei o sette lire.

CONNOTATI PERSONALI DI CARLO DANGELO

Statura: metri 1,65
Capelli e ciglia: rossi
Fronte: regolare
Occhi: marroni
Naso: aquilino
Bocca: regolare
Viso: ovale
Colorito: naturale
Marche particolari: una lentiggine sotto locchio destro

Il giorno 21 Novembre 1873, fu direttamente il Pretore di Penne ad interrogare 
Carlo DAngelo, che cos rispose:
Sono Carlo DAngelo detto Cuculo, di Tommaso, di anni 31, contadino di Penne, 
impossidente, so leggere e scrivere, non ho fatto il militare, e sono stato carcerato 
per circa tredici anni per i fatti del milleottocentosessanta.
Venni arrestato ieri laltro nellUfficio e per ordine del Delegato di Pubblica Sicurezza. 
Apprendo ora da lei il motivo.
Io nego di essermi associato al fuggiasco mio fratello Emidio DAngelo, che ho visto 
una sola volta di pieno giorno mentre stavo a pascere gli animali vicino a questo Camposanto. 
Distante da lui circa venti passi stava uno sconosciuto che sento dire possa essere un 
suo compagno di carcere, ma non gli parlai.
Non avevano armi sia luno che laltro. Io rimproverai al mio fratello la sua evasione, e ne 
ebbi in risposta che badassi ai fatti miei. Se non erro ci avvenne il giorno dei morti o nel 
successivo, perch ricordo che la sera fu illuminato il Camposanto. La notte non sono 
sortito mai specialmente dopo i precetti fattimi dalla Pub. Sicurezza, che mun di carta 
di permanenza il sedici di questo mese.
Ho sentito dire che il detto mio fratello abbia estorto al Canonico Perrotti una vistosa somma. 
A quel fatto io non presi parte alcuna n prima n dopo, ed  infondato il sospetto che le lire 
cinquanta rinvenutemi allatto dello arresto, inserite nel cinturino del gil, provengono da 
quel reato.
Sulle prime ho dichiarato di aver risparmiata detta somma quando stavo in carcere e 
facevo il caffettiere ai carcerati. Al momento essendo rimasto confuso non mi sovveniva 
la vera giustificazione, ma poi lho data ed  questa. Dal carcere non portai che sei o 
sette lire, il resto  un residuo del ricavo della vendita che ho fatto di un terreno al prete 
Massimo Mancini; per ducati dodici, di una capra che vendei sabato scorso in questo 
mercato per 28 carlini, di una pecora che vendei quattro o cinque settimane dietro a 
Salvatore Zicola detto Vituccio per quattro ducati, di un maiale che vendei a un forestiero 
per quattro ducati e mezzo alla fiera, se non erro, del quindici Settembre in Loreto Aprutino, 
ed infine sulla vendita di un barile di mosto alla moglie dello Sbirrotto al prezzo di lire undici. 
Sortito dal carcere mi son messo io a capo della famiglia, e per ci il denaro lo conservo 
io stesso, e da quattro o cinque giorni per maggiore sicurezza, ed onde sottrarlo alle infedelt 
di quelli di casa lavevo cucito nel gil. Erano, ripeto, cinquanta lire, perch il resto fu 
consumato per i bisogni di famiglia, ed in estinzione di un debito di otto ducati verso il 
prete Mancini. Le monete sono tutte da lire cinque della Banca Nazionale ed una del 
Banco di Napoli. Me le sono procurate dando in cambio monete di rame, da persone 
che non so indicare, tra cui un merciaio ambulante che volle tre soldi di aumento per 
venti lire.
Mi fu pure trovato indosso un piccolo coltello di forma non vietata che poco prima avevo 
adoperato per tagliare i peperoni dentro casa. Per labitudine me lo sono dimenticato 
nelle tasche senza intenzione di violare il precetto fattomi di non portare armi.
Presente alla vendita della pecora era Vincenzo DAddazio.
Quelli che mi mostrate mi sembrano i biglietti di cui ho discorso. Riconosco il coltello 
per quello stesso che mi fu trovato nella tasca.
Sulla mia condotta prego di sentire i miei vicini di casa.

Per verificare la veridicit di quanto dichiarato, il Pretore di Penne convoc alcuni 
testimoni nel suo ufficio, i quali cos risposero:

Sono Domenicantonio de Fabritiis, fu Antonio di anni 52, contadino di Penne. Indifferito.
Tommaso DAngelo, detto Cuculo, teneva un appezzamento di terreno di Don 
Massimo Mancini a colonia parziaria; e non potendo avere la semenza dal padrone, 
per non aver a costui estinto il suo debito di ducati otto pari a lire 34:00, collaccordo 
del Mancini mi presi io e pattuii col DAngelo per lire 51 le maggesi da lui fatte. 
Con questa somma estinse il debito di lire 34:00 al Mancini, e le rimanenti lire 
diciassette le consegnai a Carlo DAngelo figlio di Tommaso. Tutto ci avvenne nei 
principi di novembre.

Sono Antonio Musa alias Tontarelli, di Liberato, di anni 28, contadino di Penne. 
Indifferito.
Ricordo benissimo che un giorno verso i principi di Novembre nel mercato che ricorreva 
qui a Penne, acquistai una capra da Carlo DAngelo di Tommaso, per la somma di carlini 
ventotto pari a lire 11:90.

Sono Salvatore Zicola di Antonio, di anni 32, contadino domiciliato in tenimento 
di Penne. Indifferito.
Nel pubblico mercato di questa citt comprai da Tommaso DAngelo, padre di Carlo 
DAngelo, una pecora con lana bianca per il prezzo di quattro ducati pari a lire 17:00.
Nellatto della compra non si trov presente Carlo DAngelo. Non so se costui 
conviveva col padre. Ci rimanda ai primi di Novembre.

Sono Massimo Mancini fu Francescopaolo, di anni 34, Sacerdote di Penne. 
Indifferito.
Tommaso DAngelo ha tenuto per diversi anni un mio fondo a colonia parziaria; 
e siccome dopo il raccolto dellanno scorso rimase a pagarmi la somma di lire 
trentaquattro, cos in Novembre non volli accredenzargli la semenza. Egli aveva 
gi fatto le maggesi, e per non perdere tutto il lavoro, rilasci il terreno a 
Domenicantonio, e costui pag a me le lire trentaquattro, di cui ero creditore 
verso il DAngelo. Non so poi per quale somma fosse stata valutata le maggesi. 

Carlo DAngelo, scontata la pena di tredici anni di lavori forzati, in buona parte 
trascorsi nel carcere borbonico a ferro di cavallo dellisola di Santo Stefano, 
nel gruppo delle isole ponziane, fu sottoposto, una volta in libert, alle prescrizioni 
speciali di Pubblica sicurezza. Per dovere di cronaca si allega la trascrizione 
del documento che avrebbe dovuto portare sempre con s.

Carlo DAngelo, figlio di Tommaso, nativo di Penne, Circondario di Penne, di 
professione contadino, il quale in forza della sentenza della Gran Corte Criminale 
in data 12 mese Settembre 1861 rimane sottoposto alla sorveglianza speciale 
della polizia sino al 12 del mese Settembre 1874 lo si munisce della presente 
carta di permanenza, che secondo il prescritto dagli articoli 112 e 113 della 
legge del 13 novembre 1859, egli dovr sempre avere presso di s e rendere 
ostensiva a semplice richiesta ai Carabinieri Reali ed a qualunque Ufficiale 
od Agente di pubblica sicurezza.
Colla presente sono imposte al DAngelo Carlo le seguenti prescrizioni alle 
quali egli dovr strettamente uniformarsi a pena di essere arrestato.

Prescrizioni speciali:

1.Di presentarsi a questo Ufficio di P.S. tutte le domeniche ed ogni volta che 
   sar chiamato per rendere conto del suo operato;
2.Di ritirarsi la sera alle ore ventiquattro italiane, e non uscire che la mattina 
   a giorno chiaro;
3.Di non frequentare la compagnia di persone sospette e pregiudicate, 
   n bazzicare nelle bettole od altri luoghi di pubblico ritrovo;
4.Di non portare armi, n bastoni, n altro oggetto qualunque atto 
   ad offendere;
5.Di darsi a stabile lavoro e farlo risultare a questo ufficio entro 
   giorni cinque;
6.Non dovr assentarsi da Penne senza il preventivo avviso o speciale 
   permesso di questo ufficio;
7.Non potr variare casa di abitazione senza prima annunciarlo a 
   questo ufficio. Attualmente labitazione resta in contrada San Panfilo, 
   casa Mincarelli.
 
Carlo DAngelo rimase rinchiuso in carcere in attesa di giudizio per parecchio 
tempo, fino a quando spazientito scrisse la seguente lettera al Presidente della 
Corte di Appello dellAquila.
Ill.mo Sig. Presidente della Corte di Appello  Aquila.
DAngelo Carlo detenuto in Aquila, dovendo essere giudicato dalla Corte per 
sorveglianza e porto darma, per la quale imputazione trovasi in carcere da circa 
nove mesi, implora dalla giustizia di Vostra Signoria Illustrissima provvegga per la 
pubblica discussione dellanzidetta imputazione al pi presto che si potr.

La sentenza non tard ad arrivare. Il 14 agosto del 1874, la Corte si pronunci: 
La Corte
dichiara Carlo DAngelo, detto Cuculo, di Tommaso, di anni 32, contadino, celibe, 
di Penne, contravventore alla sorveglianza speciale della pubblica sicurezza.
Lo condanna alla pena del caso per la durata di mesi tre compreso quello sofferto 
precedentemente per detta imputazione, ferma rimanendo la ulteriore sorveglianza 
nel tempo previsto secondo legge.
Condanna DAngelo alle spese del procedimento a favore dellErario.

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LAGGRESSIONE AL FATTORE DEL DUCA GAUDIOSI 

Da parte delle forze dellordine, le indagini si fecero sempre pi serrate per catturare gli evasi. 
Dopo il sequestro del Canonico, pare che Andrea Ursi, dopo essere stato afflitto per alcuni 
giorni da un forte malessere, attorno al 10 novembre, abbandon il compagno di 
malversazione Cuculetto, per indirizzarsi verso il suo paese natio in provincia di Salerno. 
Emidio DAngelo, frattanto continu da solo ad arricchire il suo curriculum criminale. 
Il Delegato di Pubblica Sicurezza della Sotto-Prefettura del Circondario di Penne, 
si trov a registrare un altro grave atto delinquenziale commesso da Cuculetto, e 
cos scrisse:
Pasquale Beati, fattore del Duca Gaudiosi di Penne, residente a Montebello, il giorno 
sedici Novembre, per incarico del suo padrone, recavasi a Penne a portare un fucile a 
due canne a questo Signore Sottoprefetto che gliene fece richiesta per armare le 
guardie di Pubblica Sicurezza.
Giunto sotto il Camposanto di questa citt, circa il mezzogiorno, al punto della strada 
rotabile ove esistono diversi pini, fece lincontro di cinque persone, di cui riconobbe soltanto 
Angelomassimo Buccella detto Sciabolone, contadino di Penne, e gli offr una presa di tabacco. 
Dopo scambiata qualche parola, si separano subito proseguendo ognuno la propria strada, 
eccettuato uno degli sconosciuti retrocedette col Beati, il quale via facendo lo interrogava di 
dove fosse, e questi disse che era di Bisenti.
Quando furono giunti sotto lOrto agrario, lo sconosciuto si guard attorno, e dato di mano al 
fucile del Beati, gli intim di consegnarglielo, minacciandolo con uno stile alla mano. Il Beati s
enza opporre resistenza consegn il fucile, e dopo anche una borsa di pelle da caccia 
contenente una fiaschetta di legno con poca munizione di polvere e pallini. Dopo ci il grassatore 
glintim di non parlare, altrimenti lo avrebbe scannato se lo incontrava, e quindi si allontan 
fuggiasco per i campi.
Dalle descrizioni che il Beati fece dello sconosciuto malfattore risult essere il Cuculetto, cio 
Emidio DAngelo, quello stesso che pochi giorni innanzi commise il ricatto in persona del 
Canonico Simone Perrotti. Per tal fatto, venuto subito a conoscenza della P.S., si procedette 
allo arresto di questi contadini, ai quali era associato il Cuculo.
Costoro, liquidati per Fabiano Solaro, Donatoantonio DAddazio, Luigi Costantini di Antonio, 
Angelomassimo Buccella alias Sciabolone, unanimemente deposero nei loro interrogatori, 
che il giorno sedici scorso Novembre, dopo ascoltata lultima messa, assieme ritornavano 
in campagna, e quando furono alla croce fuori il boschetto del Barone Forcella, un contadino 
sconosciuto che fumava un sigaro, dopo aver diretto al Buccella le seguenti 
parole  addio sciampagnone  li precedette camminando a lesti passi, e li aspett gi 
verso la voltata della via nuova. Quindi lo sconosciuto disse al Buccella che doveva dagli 
una cosa, e cacciato di tasca un pezzo di carta vi scrisse col lapis diverse parole e lo 
consegn al Buccella dicendogli questo lo devi dare allo scrivano del tuo 
padrone / Arnoldo Guglielmi / e gli dirai che glielo manda  Emidio Cuculo. 
Quindi si un con loro proseguendo la strada verso il Ponte S. Antonio.
Pi in gi avvenne lincontro di Pasquale Beati, ed il Cuculo senza profferir 
parola di addio  ai quattro contadini se ne torn col Beati al quale poco dopo 
depred il fucile e la borsa da caccia.
Il biglietto fu presentato dallo Sciabolone, e contiene una minaccia al Signor 
Arnoldo Guglielmi perch simpicciava dei fatti del Cuculo, chiedendo di risapere chi 
gli aveva fornito una camicia.
Per questo fatto il Guglielmi non intese querelare.
I quattro contadini affermavano di non essere in relazioni col Coculo che neppure 
conoscevano.
Se egli stesso non si palesava per tale, e che non essendosi trovati presenti alla 
grassazione in danno del Beati, non prestarono alcun aiuto al Cuculo, e quindi non 
possono ritenersi complici.
Listruttoria non offre elementi di reit sul conto loro.

Sul nuovo caso, il giorno 17 Novembre 1873, il Delegato Capo della Sotto-Prefettura 
rimise al Pretore di Penne il seguente rapporto:
Da questo Signor Sottoprefetto si era richiesto a diversi proprietari di qui, alcuni fucili da 
caccia allo scopo di eseguire dei riservati e segreti servizii per assicurare quanto prima 
alla giustizia gli evasi DAngelo ed Ursi. Ci stante, il Signor Duca Gaudiosi Giovanni 
dimorante a Montebello, ieri per mezzo del suo fattore Beati Pasquale, fu Pietro, danni 47, 
nato a S. Elpidio a Mare e qui domiciliato, spediva a questo Sottoprefetto, un fucile a due colpi.
Al Beati lungo la via dei Zoccolanti e precisamente quella che mena al Ponte S. Antonio 
simbatt in cinque persone delle quali conosceva soltanto certo Angelo Massimo Buccella 
alias Sciabolone.
Quattro viandanti fra cui il Buccella seguitarono la via che mena al Ponte S. Antonio e 
laltro incognito si associ amichevolmente, ma poscia giunti ad una certa distanza, lo 
sconosciuto che era levaso DAngelo Emidio, aggred il Beati togliendogli violentemente 
il fucile.
Stante la dichiarazione del Beati e che cio i quattro individui che trovavansi col DAngelo 
facilitarono costui a commettere laggressione in parola, il sottoscritto nellinteresse della 
giustizia e della tranquillit pubblica minacciata dal DAngelo ai quali i villani per interesse o 
per timore prestano ausilio e ricovero, credette necessario ed opportuno arrestare ieri stesso i 
quattro individui che dalle indagini fatte si riusc a sapere essere nominati Buccella Angelo 
Massimo, Costantini Luigi, Solera Fabiano, DAddazio Donatantonio, i quali tutti complici 
dellaggressione in parola si pongono a disposizione della S. V. Ill.ma rimettendole i relativi atti.

Quello che segue  il racconto che Pasquale Beati fece al Pretore di Penne nella sua denuncia 
dellaggressione subita:
Sono Pasquale Beati fu Pietro, di anni 48, di S. Elpidio / Marche / fattore del Duca Gaudiosi 
domiciliato in Penne.
Ieri il Duca Gaudiosi, che trovasi in villeggiatura a Montebello mi diede il suo fucile da caccia 
a due canne ed una lettera per questo Signor Sottoprefetto, che gli aveva chiesto quel fucile per 
armarne le guardie di Pubblica Sicurezza. Giunto sotto il Camposanto di questa citt, circa il 
mezzogiorno, al punto della strada rotabile, ove stanno diversi pini, feci lincontro di cinque persone, 
di cui riconobbi soltanto Angelomassimo detto Sciabolone, contadino di Penne, che tiene le terre 
in confine con quelle del Duca. Questi mi salut, e mi chiese una presa di tabacco da naso, 
anzi per dir meglio, gliela offersi io stesso. Ci separammo subito continuando ciascuno la propria 
strada, eccettuato uno degli sconosciuti che retrocedette con me, senza dir niente ai compagni.
Domandato per qual motivo se ne tornasse indietro, disse che andava cogli altri a caso. 
Richiesto di qual paese era, rispose  sono di Bisenti. Mentre io gli ricordavo alcune conoscenze 
di quel paese, ed eravamo giunti in un luogo dove non si vedeva alcuno, poco sotto lorto agrario, 
lo sconosciuto, si guard attorno, poi dato di mano al mio fucile mi intim di consegnarglielo 
minacciandomi al tempo stesso con un lungo stile. Io non feci resistenza, perch come vedete, 
sono uomo debole, e perch sapevo che una delle canne del fucile era vuota e laltra non aveva il 
tubetto. Dopo larma consegnai anche una valigetta di pelle a tracolla, contenente una fiaschetta 
di stagno pel vino, della capacit di mezzo litro, e due fiaschette di legno con poca munizione di 
polvere e pallini. Dopo questo il grassatore mintim di non parlare, altrimenti mi avrebbe scannato 
se mincontrava; e, saltato il fosso di scolo della strada, fugg a corsa attraverso campi e vigne 
passando a poca distanza da due masserie, e lo perdetti di vista. Mi accorsi dopo che ero ferito 
nel dito mignolo della mano sinistra, il che non so dire come possa essere avvenuto. Credo per 
dessere stato offeso dallo stile del malfattore, perch io non avevo in dosso cosa tagliente. Il valore 
degli oggetti depredati  di lire 40:00.
Appena giunto in paese narrai laccaduto al Sottoprefetto.
Il grassatore era un giovane di oltre trenta anni, di giusta statura, poco complesso, con barba 
nera rasata da quindici o venti giorni. Vestiva panni di lana alla contadina in buono stato, cappotto 
di lana nera, calzoni lunghi, gil pi chiaro della giacca.
Io non ho motivo di sospettare del Sciabolone e dei suoi compagni. Certo per essi avrebbero 
dovuto avvertirmi con qualche cenno della qualit della persona che retrocedette meco.
Mi parve non avessero con lui alcuna amicizia perch nello staccarsene il malfattore neppure 
li salut. Quando li incontrai, questi taceva e tenevasi quasi in disparte a fumare. Non mi nacque 
alcun sospetto per la circostanza daverlo veduto insieme al suddetto mio conoscente.
Domando la punizione del colpevole, che la voce pubblica designa nella persona di certo Emidio 
DAngelo detto Cuculo.

Lo stesso giorno dellarresto, i quattro contadini vennero interrogati dal Pretore, al quale 
rispettivamente dichiararono:
Sono Fabiano Solaro, dignoti, allevato da Nicola di Giosafatte, di anni 19, contadino di 
Penne. Impossidente, illetterato, non ho fatto il militare, e non sono stato mai processato, 
n carcerato.
Ieri dopo aver sentito la messa, ritornando allabitazione in campagna verso mezzogiorno 
cogli altri campagnoli Angelomassimo Buccella alias Sciabolone, Luigi Costantini detto 
Mellone, e Donatantonio DAddazio soprannominato Marretti, percorrendo la strada rotabile. 
Allestremit del viale di S. Francesco, fuori la villa del Barone Forcella Abbate stava un 
contadino che fumava un sigaro, il quale rivoltosi al Buccella disse  Addio sciampagnone  e 
subito sorpassandoci si avvio al basso sempre per la strada verso la cappella di S. Antonio. 
Qui si abbocc con un contadino, che non riconobbi, e che si ritir subito, indi ci attese. 
Come gli fummo vicini disse ancora al Buccella  figlio di Sciabolone aspetta che ti devo dare 
una cosa  e levato di tasca un pezzo di carta, vi scrisse col lapis alcune parole, indi lo consegn 
al Buccella dicendo  questo lo consegnerai allo scrivano del tuo padrone Raffaele De Simone -.
Il Buccella dapprima si negava poi ricevette il biglietto. Lo sconosciuto pales di essere Emidio 
DAngelo alias Cuculo, e fece strada con noi senza discorrere. Solo a domanda del Buccella 
se lo scritto lo doveva consegnare subito, rispose che ci poteva fare a suo comodo. Pi sotto, 
alla ripiegatura della strada, ove sorgono a sinistra alcuni pini facemmo incontro del fattore del 
Duca Gaudiosi che portava un fucile, e che si trattenne un momento  a salutare il Buccella, 
poi si riprese in cammino. Il Cuculo, senza neppure salutarci ritorn con lui, ed io ignoro quello 
che in seguito  avvenuto, perch uscirono dalla nostra vista.
La sera stessa di ieri fui arrestato dalle guardie del Delegato di P.S.
Da quanto ho detto si rileva che io non ho fatto alcun male.
Il Cuculo neppure lo conosco. Abbandono la mia discolpa alle ricerche della giustizia.
Ignoro se il Buccella conoscesse il DAngelo. Gli pareva e non gli pareva, come egli disse, 
di averlo raffigurato in quello individuo.

Sono Donatantonio DAddazio, di Camillo, di anni 30, contadino di Penne, detto Marretti, 
ammogliato con Annadomenica Costantini, impossidente, illetterato, non ho fatto il militare 
e non sono stato mai carcerato, n processato.
Ieri dopo la messa, verso il mezzogiorno, ritornai in campagna insieme a Luigi Costantini, 
Angelomassimo Buccella alias Sciabolone, e Fabiano Solaro. Alla croce fuori il boschetto 
del Barone Forcella Abbate stava un contadino a me sconosciuto che fumava un sigaro, e 
che dopo avere diretto al Buccella queste parole  Addio sciampagnone  si pose in cammino 
avanti di noi a lesti passi. Pi sotto lo vidi discorrere sulla strada con Nicola Fiorentini. 
Egli ci aspett nel piano della masseria di Assergio, e chiamato il Buccella disse che 
doveva dargli una cosa. Estrasse poi di tasca un pezzo di carta, e vi scrisse col lapis 
alcune parole, poi lo consegn al Buccella dicendo  questo lo consegnerai allo scrivano 
del tuo padrone D. Raffaele Simone, che glielo manda Emidio di Cuculo -. Buccella si rifiutava, 
ma poi accett lo scritto, e strada facendo col DAngelo gli domand se doveva tornarsene 
subito a consegnarlo, al che quegli rispose, facesse a suo comodo.
Poco dopo incontrammo Pasquale Beati fattore del Duca Gaudiosi, il quale portava un fucile 
a due canne e diede una presa di tabacco al Buccella amico suo, continuando poscia la sua 
strada. Il DAngelo senza salutarci retrocedette con lui. Ci che avvenne dopo io non lo so.
La sera fui arrestato, ma io non ho fatto alcun male. La mia discolpa labbandono alle ricerche 
della giustizia. Io sono di Loreto e non conoscevo il DAngelo prima che egli si annunziasse 
per tale. Anche il Buccella pare che non lo conoscesse, perch allontanatosi il DAngelo 
disse che non lo aveva raffigurato.
Il DAngelo portava un bastone, e sul fianco una pistola. E uomo di media et, di giusta 
statura e corporatura. Ha la barba nera folta rasata da molti giorni. Veste abiti oscuri in 
buono stato da contadino, e cappello nero.

Sono Luigi Costantini, di Antonio, di anni 29, contadino di Penne, impossidente, illetterato, 
non ho fatto il militare, e non sono stato mai carcerato, n processato.
Ieri dopo la messa ritornavo in campagna per la strada nuova, circa il mezzogiorno, insieme 
a Fabiano Solaro, Angelomassimo Buccella e Donatantonio DAddazio. Allestremit del 
viale di S. Francesco, ossia al boschetto del Barone Forcella Abbate, stava un contadino 
che fumava un sigaro. Costui ora ci passava avanti ed ora restava indietro discorrendo con 
tutti quelli che incontrava, e fra gli altri con Nicola Fiorentini. Giunti che noi fummo in faccia 
alla masseria di Assergio sotto lorto agrario, quelluomo rivolse cos la parola al 
Buccella  figlio di Sciabolone senti qua  e scrisse un biglietto col lapis, che consegn 
al Buccella, soggiungendo  questo lo porterai allo scrivano di D. Raffaele Simone che 
glielo manda Emidio Cuculo -. Sciabolone non voleva riceverlo ma poi si arrese e domand 
se doveva portarlo subito. Rispose quegli che facesse a suo comodo. Venne quindi con noi 
senza discorrere fino alla voltata della strada dove sorgono alcuni pini. Quivi cincontrammo 
con Pasquale Beati, il quale portava un fucile, ed offr una presa di tabacco al Buccella suo 
conoscente, continuando poscia il suo cammino. Cuculo senza salutarci lo segu, e noi li 
perdemmo di vista. Cosa sia avvenuto in seguito non lo so. La sera del giorno stesso fui 
arrestato, e l per l, per timore di qualche danno ho ammesso lincontro col Cuculo e col 
Beati, e negato il reato.
Il Cuculo io non lo conoscevo anche prima che fosse carcerato. Buccella cammin facendo, 
quando quel malfattore si era allontanato disse che neppure egli laveva raffigurato.
Da quanto sopra risulta che io non ho fatto alcun male. La mia discolpa laffido alle ricerche 
della giustizia.
Il DAngelo portava un bastone e non gli vidi altre armi. E un uomo di media et, di giusta 
statura e corporatura. Ha il viso piuttosto lungo, barba nera rasata da molti giorni, senza baffi. 
Veste buoni panni da contadino di colore scuro, e cappello di lana nera.

Sono Angelomassimo Buccella, alias Sciabolone, fu Antonio, di anni 38, contadino di 
Penne, impossidente illetterato, non ho fatto il militare, e non sono stato mai carcerato, 
n processato.
Ieri al mezzod facendo ritorno dalla citt in compagnia con Luigi Costantini, Fabiano 
Solaro, e Donatantonio DAddazio vidi qua fuori alla croce, presso il boschetto sulla 
strada rotabile, un contadino che fumava un sigaro, e che mi apostrof con queste 
parole  Addio sciampagnone -. Mi pareva e non mi pareva che fosse Emidio DAngelo, 
col quale da ragazzo andavo a far legna, e lo dissi ai miei compagni. Egli ci pass innanzi 
a lesti passi e pi sotto lo vidi discorrere con Nicola Fiorentini. Poi ci attese, e rivoltosi a 
me disse  fermati Sciabolone, che ti debbo dare un biglietto da consegnare - ed estratto 
di tasca un pezzo di carta, ci scrisse poche parole col lapis, e me lo diede, dicendo  t, 
consegna questo a D. Arnoldino, lo scrivano del tuo padrone, che glielo manda Emidio 
DAngelo -. Allora solo credetti di raffigurarlo bene. Risposi io, che non lo potevo servire, 
e che era un affare dinezia, ondio presi il biglietto, e domandai se dovevo tornarmene 
subito. No, no, fa il comodo tuo, rispose il DAngelo, e ci venne appresso. Pi oltre 
incontrammo Pasquale Beati, fattore del Duca Gaudiosi, con un fucile a due canne. 
Siccome mi  amico, mi diede una presa di tabacco, e tir innanzi. Il DAngelo senza 
neppure salutare retrocedette con lui. Quel che avvenne dopo non lo so.
Alla sera fui arrestato e non potei quindi consegnare il biglietto che qui vi presento, 
e del quale non conosco il contenuto, perocch io non so leggere.
Al Delegato di P.S. non parlai del biglietto perch non me ne richiese, ed io tenevo 
di qualche danno col palesar la cosa, sebbene non avessi nulla a rimproverarmi. 
Accettai lincarico dal DAngelo credendo realmente che lo scritto nulla contenesse 
di compromettente, e per rendere un servigio al mio padrone.
Lascio alla giustizia lappuramento dei fatti, che serviranno, ne son certo, a mia 
discolpa.

Sono Arnoldo Guglielmi di Concezio, di anni 27, segretario del Signor Raffaele de 
Simone di Penne.
Io avevo inteso dire che certo Giovanni de Fabritiis, contadino della contrada Planoianni, 
soccio di D. Raffaele de Simone, di cui sono il segretario, aveva somministrato una camicia 
a titolo di carit ad Emidio DAngelo detto Cuculo che glie ne aveva fatto dimanda. Il de 
Fabritiis da me interrogato neg. Sento ora da Lei che il DAngelo ha scritto un biglietto 
da consegnarsi a me, rimproverandomi e minacciandomi perch io mimpiccio dei fatti suoi.
Io non intendo querelare per cos poca cosa.

Il testo contenuto nel biglietto:  

"Al Signor D. Anoldino cosa vuoi sapere chi mi a dato la camicia che ti vai tanto 
bicciano delle fatti miei badato a voi non avrete male sono DAngelo Emiddio".
  
I quattro contadini testimoni involontari dello spiacevole incontro tra Cuculetto e 
Beati rimasero per due settimane detenuti nel carcere di Teramo, fino a quando i 
giudici del Tribunale Correzionale dello stesso luogo si pronunciarono in questo senso:
 Poich nessuno indizio sin ora si  raccolto a carico dei quattro detenuti in rubrica, 
onde ritenerli complici della grassazione in danno di Pasquale Beati.
Poich occorre di completarsi la istruzione.
Letto lart. 199 del rito penale, non trova luogo a legittimare per ora larresto dei quattro 
detenuti in rubrica, ed ordina che i medesimi siano provvisoriamente scarcerati con 
obbligo di presentarsi ad ogni richiesta della giustizia; e che si compia la relativa istruzione.
Teramo, 2 Dicembre 1973. 

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LUCCISIONE DEL CANONICO

Cuculetto era molto irritato per il comportamento del Canonico della Cattedrale di Penne, 
Simone Perrotti, il quale, nonostante le minacce ricevute, avesse avuto lardire di 
denunciare alla forza pubblica il ricatto subito oltre a non aver corrisposto la restante 
somma promessa. Nel contempo, a rincarare la dose si era aggiunta anche la pubblicazione 
per le vie di Penne di un manifesto col quale si annunciava che il prete avrebbe pagato 
una taglia di 800 lire a chiunque avesse consegnato alle autorit Emidio DAngelo, 
vivo o morto.

Il Delegato di P.S., in una nota riepilogativa cos scrive:
La mattina del 25 decorso Novembre dietro denuncia fatta da Antonio Barbacane 
che il Canonico Simone Perrotti era stato trovato morto nel fosso Serpacchio in 
tenimento di Penne/Frazione Incasale/, questa giustizia accedeva immediatamente 
sopra luogo, e rinveniva il cadavere del Perrotti dentro un fosso profondo e tortuoso, 
denominato come sopra, fra due colli, su uno dei quali si distende una propriet 
del Perrotti con casa colonica abitata dal Barbacane.
Giaceva in posizione supina, col braccio destro ripiegato sul petto sostenuto nel 
gomito da una pietra, ed appoggiato alla testa e col dorso ad un rialzo naturale del
terreno breccioso. A distanza di qualche metro da lui vedevansi alcuni spruzzi di 
sangue. Il suolo non si presentava affine a legittimare tracce di colluttazione.
Nel fosso, a pi del cadavere, era distesa una corda pel tracciamento di una 
palificazione da farsi, ed alluopo stavano preparate due tavole, e cinque o sei 
pali di legno, un palaferro, ed un fazzoletto pieno di chiodi. I lavori non erano 
ancora incominciati.
Osservato il cadavere negli abiti, questi presentavano diversi tagli triangolari in 
diverse parti, ed il corpo denudato offr alla vista altrettante ferite di egual forma, 
due delle quali penetranti in cavit, cio una al dorso e laltra allombelico.
Dalla dichiarazione di Antonio Barbacane e da quelle di Donato Mellone e Giuseppe 
Toppeta, risulta che fin dal giorno ventuno Novembre, il Perrotti aveva concordato 
coi primi due unopera di palificazione da farsi nel fosso per difendere la sua 
propriet, e nel giorno 23 aveva loro detto che il giorno 25 si sarebbero incominciati 
i lavori, promettendo al Mellone di recarvisi ad assistere.
La mattina del 25, circa la levata del sole, il Perrotti si pose in cammino per quella 
volta, facendosi accompagnare dal Toppeta soccio della sua masseria al piano di 
S. Francesco, al quale consegn un palo di ferro ed un fazzoletto di chiodi. Egli 
teneva sotto il mantello unaccetta, poich ben sapeva che il bandito Emidio 
DAngelo era male intenzionato con lui.
Giunti allaia della masseria lasci quellarma ed il cappotto, e discese nel fosso, 
dove lavevano appena preceduti il Melloni ed il Barbacane con tavole e pali. 
Il Canonico incaricatosi di tendere la corda sulla linea dei lavori da farsi avrebbe 
detto ai tre contadini di risalire alla masseria per altri pali, restando cos solo in 
quel luogo fuori la vista di ogni abitato, ed i contadini tornando dopo una mezzora 
col carico, lavrebbero trovato morto nella giacitura come sopra descritta.
Fatti per arrestare il Donato Melloni e lAntonio Barbacane, come quelli 
che sembravano pi sospetti sia per la conoscenza che avevano da pi giorni 
che il Canonico sarebbe venuto al fosso, sia per la inverosimiglianza che il Canonico 
aveva voluto rimanere solo a tanta distanza dallabitato, mentre sapeva gi essere 
minacciato di morte dallevaso dal carcere di Gaeta Emidio DAngelo per la mancanza 
alla promessa di tacere lestorsione sofferta il giorno cinque Novembre, e di fargli 
avere altra somma, gi infine per non essere credibile che non si fossero trovati 
preparati allassassino.
Infatti, poco dopo larrivo del Canonico entro il fosso, fu vista da loro una persona 
vestita da legnaiolo che discendeva dal colle a sinistra del fossato. Questa persona 
aveva unaccetta appesa sul braccio, lo stile nella mano destra ed il revolver nella 
sinistra. Rivoltosi al Canonico chiese  dove sono i Carabinieri? tu che dici di portarli 
sempre teco?  e tenendo in rispetto i tre contadini con larma da fuoco, assal il 
Perrotti il quale chiedeva il perdono, e smarrito riparava dietro il Barbacane 
afferrandolo alla giacca, gli diede tanti colpi di stile finch lo vide cadere a 
terra agonizzante, poi si allontan per un sentiero lungo il declivio del fosso. 
Rimasero i tre contadini sbigottiti dal fatto e rilevarono e composero il cadavere 
come fu trovato dalla giustizia, completando poi di far credere che non si erano 
trovati presenti allassassinio per essersi recati a prendere i pali; e ci onde 
evitare un sospetto di connivenza, e pi che altro la vendetta di quello ardito 
malfattore.
Ma tale racconto venne di poi confermato dal Giuseppe Toppeta coi medesimi 
particolari.
La voce pubblica fin dal primo apprendere della notizia accusava il DAngelo. 
Si sapeva la sua ira contro il Canonico per avergli mosso contro la forza pubblica, 
e per la mancanza della promessa di denaro.
Tanto il testimonio Toppeta che i due contadini arrestati meritano fede nei loro 
detti perch sono tutti di buona condotta e non ebbero mai rapporti col DAngelo. 
La natura dei luoghi spiega abbastanza come costui che frequentava la casa 
di Domenico Di Leonardo, suocero di suo fratello Domenico, abitante nella 
frazione Incasale a colle Pincio, potesse di l vedere il prete recarsi al fosso.
La intenzione omicida egli laveva manifestata pochi giorni prima ai coniugi 
Clemente di Francesco ed Anna Scuccimarra, incaricati da lui di riferire 
al Canonico, certamente per tirarlo in inganno, che per alcuni mesi poteva 
vivere tranquillo dal che egli si recava nella provincia di Aquila, ma pregasse 
Iddio dimpedirgli il ritorno altrimenti gli avrebbe fatto saltare le cervella. 
Questa ambasciata era stata fatta al Canonico e si conosceva anche 
dal Delegato di P.S..

Di seguito quanto denunciato la mattina stessa da Antonio Barbacane 
al Pretore di Penne:
Sono Antonio Barbacane fu Matteo, danni 26, contadino di Penne, 
soccio del Canonico Simone Perrotti.
Vengo a denunciare che nel fosso Serpacchio io, Donato Mellone, 
e Giuseppe Toppeta abbiamo trovato morto il Sacerdote Simone 
Perrotti mio padrone.
Egli si present stamattina al fosso per dirigere certi lavori, e vi 
rimase solo avendoci mandati alla masseria per pali. Non so 
dire se abbia patito violenze, perch n io, n i miei compagni 
ci siamo avvicinati al cadavere.

Appresa la notizia il Pretore si rec in loco:
Lanno 1800settantatre, il giorno venticinque Novembre in 
tenimento di Penne, alla contrada Serpacchio / Frazione Incasale / 
ad ore 10 e mezza a.m.
Noi Carlo Quadrio Pretore del Mandamento di Penne, assistiti 
dal sottoscritto vicecancelliere.
Avuta notizia da Antonio Barbacane che il Canonico Simone 
Perrotti si  trovato morto qualche ora fa in questa contrada, 
ed avendo motivo di credere ad una morte violenta, ci siamo subito 
recati sul luogo colla scorta di guardie di P.S., e col medico cerusico 
Signor Nicola Tonno fu Vincenzo 48, di Penne, perito eletto dUfficio, 
il quale nelle forme e previe le ammonizioni di rito, ha prestato 
giuramento a norma dellart. 299 procedura penale di bene e fedelmente 
procedere alle operazioni che gli saranno demandate, e di non avere altro 
scopo che quello di farci conoscere la pura e semplice verit.
Abbiamo quindi rilevato quanto segue.
Tra i colli di questa contrada serpeggia un fosso profondo che va a scaricarsi 
al non lontano fiume Tavo, e prende nome dalla contrada medesima. 
Poco sopra un muraglione di sostegno, quasi al confine del Mandamento 
di Loreto il fosso  fiancheggiato dalle propriet in pendio del Canonico 
Perrotti a destra e del Demanio a sinistra. Da un albero del Perrotti fino 
a mezzo alveo nel quale scorre scarso rigagnolo, vedesi tesa una corda. 
Al di l di questa, sul terreno asciutto e ghiaioso, appoggiato colla testa 
e col corpo ad un rialzo naturale, giace in posizione supina il cadavere  
di un uomo vestito da prete con abito talare, i cui lembi rovesciati allins 
sono legati al fianco, calzoni a mezza gamba di panno da contadini color 
marrone, calze rosse, scarpe basse, il cappello gli sta a mezzo metro di 
distanza sul fianco sinistro. Ha il braccio destro ripiegato sul petto e 
sostenuto nel gomito da una pietra, laltro  disteso lungo la persona. 
La gamba sinistra  pure completamente distesa, la destra solo a met.
Dietro la testa, lateralmente, a circa uno, due metri, il terreno  macchiato 
di sangue in due punti. Il terreno essendo duro non presenta che qualche 
piccolo scomponimento.
E sopra il fosso nel fondo di Perrotti si vedono due tavole e cinque o sei 
pali puntuti, ed un palo di ferro, che vuolsi dovessero fornire ad una palizzata 
lungo la linea della corda.
Il fosso a dieci o dodici metri dal cadavere, nella parte superiore fa una curva, 
e si perde alla vista per una sporgenza del colle a sinistra il quale  coltivato 
da Donato Mellone colono del Demanio. Nella parte inferiore uno stretto 
sentiero a mano manca guida gi pel declivio del fosso, l si osservano le 
orme di un piede duomo rozzamente calzato.
La posizione ora descritta non  in vista delle masserie di Mellone e del 
Barbacane, n di altri. Si scorge soltanto in distanza sulla cima di un 
colle la casa rustica abitata dalla famiglia di Tommaso dAutorio.
Si calcola approssimativamente che per andare e tornare dalla masseria 
Perrotti e viceversa simpiegano sette o otto minuti.
Il cadavere a primo aspetto non sembra aver patito violenza. Le scarpe 
sono lorde di fango e gli abiti di terra asciutta. Fattolo rialzare ha offerto 
allocchio un taglio transverso nel dorso dellabito, presente sangue. 
Ammiratolo pi attentamente si son viste nei panni altre incisioni corrispondenti 
una alla scapola sinistra, una al fianco, e due al braccio dello stesso lato, 
una alla parte media dello sterno e una nellombelico.
Nelle tasche non si  trovato altro che una scatola da tabacco e tre chiavi.
Messe a nudo le carni vi si riscontravano altrettante ferite, tutte aventi forma 
triangolare pronunciata.
Dopo questa prospezione, si sono fatti presentare due testimoni per 
riconoscere il cadavere.
Interrogati sulle generalit hanno risposto, siamo: 

Giuseppe Toppeta fu Antonio, danni 26 contadino di Penne;
Gaetano Barbacane fu Matteo, danni 33 contadino di Penne.
I medesimi previe le ammonizioni prescritte hanno giurato nelle 
forme di rito di dire tutta la verit e nullaltro che la verit.
Osservato di poi il cadavere a domanda rispondono: Su di questo 
cadavere riconoscono il sacerdote Simone Perrotti, Canonico 
della cattedrale di Penne. 
Allontanati costoro, il perito ha dedotto il seguente giudizio:
La morte di questo uomo, che riconosco anchio essere il Canonico 
Simone Perrotti,  avvenuta da circa due o tre ore, come si appalesa 
dallo stato del cadavere freddo, ma non ancora irrigidito nelle membra.
Le sette ferite che gli abbiamo rinvenuto sono tutte triangolari e 
sembrano causate da una stessa arma puntuta a tre tagli, piuttosto 
stretta e ben affilata. Le due penetranti in cavit avranno probabilmente 
leso qualche viscere interessante. Occorre lautopsia per accertare la 
causa della morte.
Ci avutosi abbiamo disposto perch il cadavere venisse, con le debite 
cautele e sotto scorta della forza pubblica, trasportato nella cappella del 
Camposanto ritirandone le chiavi, come si  fatto.

Il giorno successivo, il Pretore di Penne, Carlo Quadrio, assistito dal 
Cancelliere Donato Rapini, al fine di provvedere alla autopsia del cadavere 
di Simone Perrotti, nomin alluopo Nicola Di Tonno, fu Vincenzo, danni 48 
e Nemesio Falco, fu Francescopaolo, danni 44, entrambi medici cerusici di 
Penne, i quali scelsero come aiutanti Tommaso Feriali dignoti, danni 29, 
contadino e Domenicantonio dAngelo fu Francescopaolo, danni 58, 
becchino di Penne.

Alla fine dellesame i periti riconobbero le seguenti lesioni:

1.Una ferita da punta e taglio nella regione sottoscapolare sinistra lunga due 
   centimetri e profonda mezzo; 
2.Unaltra ferita nella regione dorsale sinistra lunga due centimetri, larga mezzo, 
   e penetrante in cavit; 
3.Unaltra ferita nel terzo superiore esterno del braccio sinistro, lunga due 
   centimetri e mezzo, larga sette millimetri, e profonda mezzo; 
4.Unaltra pure simile nel terzo medio, nella parte anteriore dello stesso braccio, 
   lunga un centimetro e mezzo, larga mezzo, e profonda mezzo centimetro; 
5.Una ferita pure simile nella parte media dello sterno un po a destra, lunga 
   otto millimetri, larga tre, ed interessante la sola cute; 
6.Una ferita pure da punta e taglio nel fianco sinistro propriamente nella aorta 
   iliaca sinistra, lunga due centimetri, larga mezzo; 
7.Una ferita allombelico da sotto a sopra, lunga un centimetro, larga tre 
   millimetri, profonda fino al peritoneo, senza lesioni a vasi nervosi od arteriosi
Tutte le descritte ferite sono di forma triangolare pronunciate, e causate da una stessa 
arma, uno stile a tre tagli. In tutto il resto del corpo non ci sono che tracce di macchie 
di decubito, n altri segni che indicassero violenza o colluttazione subita.
Questo  il cadavere di una persona perfettamente sana.
I visceri delle due cavit da noi sezionate si trovano nello stato normale.
La ferita allombelico non ha portato allo interno alcun guasto.
Quella al dorso  assai profonda. Perforato il polmone in corrispondenza ha passato 
da parte a parte larco dellarteria aorta con un taglio triangolare a bordi recisi da arma 
ben affilata. Da questo travaso immediato del sangue rinvenuto nella quantit di circa 
due litri, tra le pleuri per la lesione del polmone, e dentro al pericardio per la lesione 
dellaorta; e conseguentemente con la sincope la morte violenta e repentina.
Nessun altra causa vi ha concorso. 
 
Per produrre elementi a sua discolpa, dal carcere dove era detenuto, Antonio 
Barbacane chiese di essere urgentemente interrogato dal Pretore per dichiarare 
quanto segue:
 Mi sono fatto annunciare dal custode delle carceri per palesare intiera la verit, 
che ieri celai sotto limpressione della paura destatami dallaccaduto.
Il povero Canonico Simone Perrotti fu assassinato sotto gli occhi miei, di Donato 
Mellone e di Giuseppe Toppeta. Il Canonico appena giunto col Toppeta indic la 
linea dove erano a mettersi i pali dentro il fosso Serpacchio. Io e Mellone legammo 
la corda ad un albero ed indi ad un piolo come voi lavete trovata. In questo erano 
trascorsi sette otto minuti, e potevano essere circa le ore otto quando dalla parte 
superiore del fosso si fece innanzi di buon passo un contadino giovane coi calzoni 
corti, e la giacca appena posata sulle spalle, con un revolver in una mano, unarma 
lucente lunga e sottile nellaltra, ed unaccetta posata colla lama sul braccio. Io non 
lo conoscevo. Il Canonico appena lo vide si nascose dietro di me, tenendomi forte 
per labito. Lo sconosciuto col revolver dava delle puntate al Perrotti, ed a me ed al 
Mellone che cercavamo di parare i colpi intimava  levatevi se no sparo a voi altri -. 
Toppeta si teneva in disparte impaurito. Io non potevo far nulla per timore dei colpi, e 
perch il Canonico non mi lasciava. Il malfattore, forse per non offendere me, fece 
uso dellarma bianca, ed il Canonico che lo supplicava dicendo  Emidiuccio 
perdonami, che ti ho fatto -, diede diversi colpi accompagnati da queste sole 
parole  dove sono i Carabinieri? -. Uno dei colpi, e parvemi lultimo, glielo 
diede in un fianco. Dopo questo sentii che il Canonico mi abbandonava labito, 
e lo vidi cadere a terra morto.
Lassassino, che allora soltanto supposi fosse Emidio DAngelo dal nome 
datogli dal Canonico, si mise di buon passo per un sentiero che costeggia 
il fosso nel senso del suo declivio, e lo persi di vista. Noi componemmo il 
cadavere nel modo come fu rinvenuto dalla giustizia. Fatto poi consiglio tra
noi avemmo la incerta idea suggerita dal timore di comprometterci di dare 
ad intendere che non eravamo presenti al fatto sebbene saliti alla masseria 
a prendere i pali. I pali e le tavole che trovaste vicini al fosso sono quelli che 
io e Melloni vi abbiamo trasportati in un sol viaggio prima che giungesse il Perrotti.
Venni poi io col Toppeta a dare avviso a Massimo Perrotti che suo zio era morto, 
fingendo di non sapere come.
Da quello che ho detto risulta la mia piena innocenza. Se ho mentito nel mio 
primo esame fu, lo ripeto, per non espormi ad una vendetta del DAngelo, e 
per non destare un sospetto di complicit.
Appena risaliti dal fosso dopo laccaduto, lo raccontammo tutti e tre al solo 
mio fratello Gaetano.
Su come il DAngelo abbia potuto sapere che il Canonico era venuto al fosso 
non lo so. Io non avevo parlato con alcuno dei lavori che si dovevano praticare.
Non ho testimoni a discarico.

Successivamente, lo stesso Donato Mellone, anchegli in carcere,  chiese di 
poter rettificare la deposizione fornita in precedenza al Pretore, al quale 
questa volta dir:
Sono Donato Mellone, fu Berardino, di anni 40, contadino di Penne, impossidente 
illetterato, non ho fatto il militare e non sono stato mai processato, n carcerato.
Il timore di una vendetta mi fece mentire la verit. Mi annuncio spontaneo 
per dirvi laccaduto. 
Il Canonico Perrotti fu assassinato da Emidio DAngelo in presenza mia, 
di Antonio Barbacane, e di Giuseppe Toppeta.
Dietro accordi presi con lui fin da venerd, giorno ventuno di questo mese, ieri 
mattina a giorno fatto io e Barbacane presi con noi alcuni pali ed alcune tavole 
calammo dalla masseria al fosso Serpacchio per costruire una palizzata. 
Attendevamo il Canonico che doveva portare i chiodi ed un palo di ferro, e non 
si fece attendere. Era con lui Giuseppe Toppeta. Distesa la corda sulla linea dei 
lavori da farsi e scorsi appena pochi minuti dallarrivo del Perrotti, cal gi lungo 
il fosso un contadino con una giacca color marrone sulle spalle e coi calzoni corti. 
Aveva appoggiata sul braccio unaccetta, e colla sinistra impugnava un revolver, ed 
impugnava nellaltra una lama lunga e stretta che giudicai fosse uno stile. 
Lo riconobbi pel DAngelo. Il Canonico appena lo vide si nascose dietro il Barbacane 
afferrandolo allabito. Lassassino minacciando noi col revolver, intimava di tenerci discosti. 
Invano io cercavo di parare. Barbacane non poteva agire; Toppeta stava impaurito 
ad osservare. Linfelice Canonico chiedeva piet con queste parole  perdonami 
Emidiuccio, che ti ho fatto? io ti ho fatto niente -. Ma questi anzich muoversi a 
compassione gli domandava  Signor Canonico, dove sono i Carabinieri? tu che non 
esci senza i Carabinieri?  e gli conficcava ripetutamente lo stile in varie parti del corpo. 
Il Canonico senza poter profferire altre parole cadde morto, e DAngelo si allontan 
lestamente per un sentiero lungo il declivio del fosso. Intenti noi a soccorrere il caduto, 
lo abbiamo subito perduto di vista.
Lascio immaginare il nostro sgomento ed il nostro imbarazzo. Composto il morto, 
come voi lo avete trovato, a due o tre passi dal punto della lotta, ci siamo consigliati 
a vicenda sul da farsi. Da una parte potevamo esser presi a sospetto, dallaltra dovevamo 
temere se parlavamo di essere noi pure assassinati. Concludemmo quindi di far sapere 
alla giustizia di non esserci trovati presenti, perch il Canonico ci aveva mandati per i 
pali alla masseria. Per abbiamo messo a parte di tutto il fratello del Barbacane a nome 
Gaetano che stava ad arare assai lungi dal fosso. Io e costui tornammo a guardare il 
cadavere: gli altri due vennero alla citt per avvertirne i parenti, con intesa che avrebbero 
taciuto come il Canonico era morto.
Da quanto ho detto risulta la mia innocenza. Ignoro come il DAngelo sia venuto a 
conoscenza che il prete stava in quel luogo. Lopera da farsi erasi concordata fin dal 
giorno ventuno, ed il Canonico mi aveva detto il ventitre che sarebbe venuto ad assistere 
ma io non ho parlato ad alcuno, tranne con lAntonio Barbacane che doveva prestare 
lopera. Non mi sono accorto della presenza del DAngelo in quella contrada dove io 
non lavevo mai visto aggirarsi neppure nei giorni precedenti.
Non ho testimoni a mio discarico.
E vero che mentre il Canonico stava nel fosso ho veduto passare un contadino sul 
colle a sinistra del terreno di propriet demaniale che io coltivo. Anzi domandai che 
andava facendo e quegli rispose  vado per ceppi -. Era distante da noi trenta o 
quaranta passi, e si dirigeva a ritroso del fosso, dove poi scomparve per ripresentarsi 
subito calando gi dal fossato.
Era il DAngelo, ma allora solo lo conobbi, quindi fu assassinato. Il Canonico domandava, 
appena inteso che vi era una persona sul colle  fosse quel brigante?  io dissi di no in 
buona fede, perch realmente credevo che fosse qualche legnaiolo. Infatti andava vestito 
come un montanaro, ed aveva una scure appesa al braccio. 

Dopo alcuni giorni, ed esattamente il 28 Novembre 1873, venne ascoltato anche 
Massimantonio Perrotti, nipote del Canonico che cos depose:
Sono Massimantonio Perrotti fu Raffaele, di anni 30, proprietario di Penne, nipote 
dellestinto Simone Perrotti.
Io non sapevo che mio zio Canonico Simone Perrotti, mio convivente, volesse fare 
delle opere nel fosso Serpacchio. La mattina del venticinque si alz dal letto poco 
prima della levata del sole ed usc senza nulla dirmi. Forse mi tacque che andava in 
campagna per non essere contradetto, perocch io lo pregavo sempre di non sortire. 
Sapendo bene che Emidio DAngelo era male intenzionato verso di lui per la mancanza 
alla promessa di mandargli una somma oltre quella estortagli il giorno cinque di questo 
mese, e per aver manifestato quel fatto alla giustizia. N egli lo ignorava, perch DAngelo 
il giorno innanzi lo aveva fatto avvertire dal nostro soccio Clemente di Francesco che per 
quattro mesi poteva star sicuro perch egli si recava nel territorio di Sulmona, ma al suo 
ritorno si sarebbe vendicato collucciderlo. Forse era questa ambasciata intesa a tirarlo 
nellagguato.
Verso le nove e mezza vennero di campagna i nostri coloni Antonio Barbacane e 
Giuseppe Toppeta colla notizia che il Canonico portatosi al fosso Serpacchio per 
disporre una palizzata vi era rimasto solo, avendo mandati essi e laltro operaio 
Nicola Mellone a prendere i pali alla masseria e che al loro ritorno nel fosso lavevano 
trovato morto e non ne sapevano la causa per non esserglisi accostati. Subito mi corse 
lidea che DAngelo laveva assassinato. Rimandai Toppeta con Clemente di Francesco 
a meglio verificare e feci subito dare avviso del fatto allAutorit. Il mio presentimento 
era pur troppo nero: per i particolari dellaccaduto non li conosco non avendo pi 
interrogato i contadini.
Il Canonico non era solito di portar denaro con se, non teneva orologio n altro oggetto 
di valore; credo quindi che lo scopo dellassassinio non sia stato quello di depredarlo.
Non credo che Mellone e Barbacane avessero qualche astio con mio zio.
Barbacane ha preso possesso della masseria soltanto in agosto ultimo, e gli furono 
sovvenute le sementi. Per meglio dire  nostro soccio da agosto dellanno scorso, e 
non ha avuto che dire con noi per le prestazioni. Mellone era uomo di confidenza del 
Canonico. Toppeta lo conosco per un giovane timido e di ottime qualit.
Porto querela contro il DAngelo.

Giuseppe Toppeta, uno dei tre testimoni oculari dellassassinio del prete, non segu 
in carcere gli altri due, perch il Pretore non lo ritenne opportuno. Interrogato lo stesso 
giorno in cui Cuculetto commise lomicidio, anche lui diede una prima versione dei fatti 
secondo come segue:
Sono Giuseppe Toppeta, fu Antonio, di anni 26, contadino di Penne, soccio 
dellestinto Perrotti.
Questa mattina allo spuntar del sole io stavo a lavorare presso la masseria fuori la 
porta di S. Francesco quando  venuto il mio padrone Canonico Simone Perrotti, e 
mi ha fatto desistere, ordinandomi di prendere un palo di ferro, che mi aveva fatto portare 
il giorno innanzi dallaltro suo soccio di nome Vincenzo, e di seguirlo. Non sapevo dove 
si doveva andare. Egli mi ha consegnato anche un fazzoletto pieno di chiodi, ed avendolo
io domandato a che servivano, ha risposto secco secco  vieni appresso a me -. 
Ci siamo avviati per la strada rotabile di Catignano, poi a sinistra per taluni sentieri, finch 
si  giunti ad una sua masseria in contrada Serpacchio. Allora ho visto che, levatosi il 
cappotto sullaia, lo ha deposto sopra un mucchio di foglie di granone unitamente ad unaccetta 
che portava sotto labito. Siamo calati poscia nel fosso sotto la collina, ed abbiamo incontrato il 
soccio Antonio Barbacane e Donato Mellone, i quali tornavano dallavere scaricato alcune tavole 
ed alcuni pali. Il prete si ha fatto dare da loro una corda, ed ho visto che lha legata ad una pianta 
sotto il fosso per distenderla sulla linea di certi lavori di palificazione, che voleva fare per mantenere 
il terreno . Mentre egli faceva questo, noi per suo ordine siamo risaliti alla masseria a prendere 
altri pali. Tra landata, il carico, ed il ritorno si  impiegato circa una mezzora. Quando 
fummo in vista del letto del fosso, scorgemmo il Canonico supino a terra, pallido, immobile. 
Chiamato non rispose, onde i miei due compagni conclusero che era morto. Fatto consiglio tra noi, 
credemmo opportuno di non avvicinarci, e di andare subito ad avvertirne la famiglia. Il Mallone rest 
a guardia. Io e Barbacane venimmo alla citt.
Il nipote del Perrotti D. Massimo, udita la cosa, ci rimprover di non esserci accertati se il Canonico 
era morto piuttosto che svenuto, e se vi erano tracce di violenza, e mi fece tornare sul luogo dandomi 
a compagno laltro suo soccio Clemente di Francesco. Mellone stava ancora al posto dove lavevamo 
lasciato. Io alzai il Canonico, e vidi che dietro la schiena aveva un taglio nellabito imbevuto di sangue, 
e lo rimisi nella sua posizione. Tornavamo quindi colla triste notizia, che annuncia ad una morte 
violenta quando incontrammo la Signoria Vostra.
Io ed il Canonico siamo giunti al fosso Serpacchio dopo circa mezzora o tre quarti dallalzata del sole.
Il contegno di Mellone e Barbacane mi parve affatto semplice e naturale alla circostanza. 
Ci siamo tutti intimoriti, e poich il Canonico non rispondeva alle ripetute chiamate, abbiamo 
supposto che era morto. Volevamo poi venire tutti alla citt a portare la nuova, ma si  deciso 
che almeno uno doveva restare a custodia del cadavere. Nessuno di noi voleva rimanere, ma 
allultimo Mellone si arrese.
Barbacane non mi disse nulla per strada, andammo silenziosi ed attoniti.
Nellandare a Serpacchio col Canonico siamo stati veduti di molta gente che stava qua e l 
a lavorare, e che so dire chi fosse. Non abbiamo visto Emidio DAngelo, n persone armate, 
sospette. Il fosso era deserto.

Giuseppe Toppeta, cos come i due suoi compagni di sventura, nel frattempo incarcerati, si 
rese disponibile a fornire lesatta versione dei fatti, dichiarando quanto segue:
Nel primo esame non ho detto la verit per suggerimento dei miei compagni e me ne trovo 
male, perocch una mezzora dietro Emidio DAngelo   venuto dove lavoravo, vicino alla 
masseria su questo piazzale di S. Francesco a minacciarmi dicendo  Come mai che gli altri 
due stanno in carcere e tu no? Bada che se parli questo ti abbrucia  e mi fece vedere il revolver. 
Io lo rassicurai che avevo negato.
Dunque le cose andarono in questo modo.
Richiesto dal Canonico lo seguii senza che mi dicesse dove esso andava fino alla sua 
masseria nella contrada Serpacchio, portando un palo di ferro ed un fazzoletto pieno di chiodi. 
Qui il Canonico non entr, e depose sullaia il mantello, ed unaccetta, poi calammo al fosso, 
Col stavano Donato Mellone ed Antonio Barbacane, i quali avevano trasportato del legname. 
Il Canonico si fece dare da loro una corda, ed aiutato da quei due la stese sulla linea dei lavori 
da farsi. A me disse di trattenermi per riaccompagnarlo alla citt, ove doveva dire la messa. 
Rimasi cos sulla riva del fosso, sulla terra fra di qua dallacqua. Essi stavano al di 
l dellasciutto. Erano scorsi pochi minuti dal nostro arrivo, o per dir meglio circa un 
quarto dora quando gi dal fosso tortuoso si present improvvisamente Emidio 
DAngelo, malvestito alla foggia dei contadini, coi calzoni corti, ghette di panno, 
giacca posata sulle spalle. Nella destra aveva un lunghissimo stile, stretto in 
proporzione della lunghezza. Sul braccio sinistro teneva posata unaccetta e nella 
mano corrispondente impugnava un revolver. Rivoltosi al Canonico gli disse  ti 
vado cercando da un pezzo. Dove sono i Carabinieri? Tu che dicevi che senza i 
carabinieri non saresti sortito? Il prete rispondevagli  Perdonami, perdonami 
Emidiuccio, i Carabinieri non ci stanno; io non ti ho fatto niente di male -  e per 
istinto di difesa si pose dietro il Mellone ed il Barbacane afferrando costui per la 
giacca. Invano pregammo anche noi che perdonasse. Egli voleva dapprima sparare 
al Canonico, ed intimava a me di non avvicinarmi, agli altri di allontanarsi se no li 
bruciava. Mutato poi consiglio, invece di adoperare il revolver diede al Perrotti 
diversi colpi di stile, finch cadde morto. Gli stava sulla sinistra.
Come lo vide cadere per terra il DAngelo se ne and gi nel fosso lestamente 
seguendo il sentiero a mano manca, e disparve.
Il Canonico cadde l dove avete visto il sangue, posato sul fianco.
Mellone e Barbacane lo rilevarono che non dava pi segni di vita, e lo 
composero come lo avete trovato.
Immaginate il nostro sgomento e il nostro imbarazzo. Salimmo subito alla 
masseria e per istrada il Mellone cominci per primo a dire che a noi non 
conveniva di parlare. Barbacane era dello stesso avviso. Dicevano ambedue 
che era meglio essere presi a sospetto dalla giustizia, che esposti alla vendetta 
del DAngelo e della sua famiglia, ed al pericolo di vederci abbruciare  le 
masserie. Pensarono quindi di far credere che il Canonico ci aveva mandati 
per i pali ed era rimasto solo. Io stetti sempre in silenzio, ma persuaso di 
quello che dicevano promisi di seguire il loro suggerimento. Fu messo a 
parte dellaccaduto soltanto il fratello del Barbacane.
Rimase poi a custodire il cadavere il Mellone col detto fratello di Barbacane, 
e noi venimmo al paese a portare la notizia che il Canonico lavevamo trovato 
morto senza sapere come. D. Massimo Perrotti volle che tornassi a verificare 
se era morto o semplicemente svenuto e mi diede a compagno Vincenzo di 
Clemente, o meglio Clemente di Francesco, altro suo soccio. Quando 
veniste voi ci avete incontrati per via, che venivamo alla citt.
Noi non avevamo armi fuorch unaccetta del Mellone, il quale la teneva 
posata a terra, e vi diede mano quando il DAngelo lo minacciava, ma fu 
da lui costretto a lasciarla col revolver che gli puntava contro.
Come ho gi detto nel mio primo esame, lungo landata non abbiamo visto 
che lavoratori in campagna di cui non so fare il nome.
Quando eravamo dentro il fosso, Barbacane e Mellone, guardando sul colle 
soprastante al fosso medesimo, sul lato sinistro del declivio, dissero che 
vedevano aggirarsi una persona con una fascina sulle spalle. Il Canonico 
simpensier e disse  fosse quello brigante?  Gli risposero  no, non  esso -. 
Fu allora che io sortii dal fosso per scoprirlo, ma non lo vidi. Due o tre minuti 
dopo comparve il DAngelo.

Il Pretore di Penne cerc dinterrogare tutte le persone che avessero potuto 
vedere o sentire qualcosa in merito allefferato delitto consumato a Serpacchio.
Ecco lelenco delle dichiarazioni raccolte:
Sono Antonio Palmucci fu Domenico, di anni 56, di Loreto, domiciliato a Penne, contadino.
Da questa mattina allalba sto qui sopra il fosso Serpacchio sul comune di Loreto alla 
sinistra del colle ad arare con diversi giornalieri. Non conosco Emidio DAngelo. 
Non ho visto alcuno aggirarsi nella contrada.

Sono Giuseppe Palmucci di Antonio di anni 21, contadino di Loreto.
Da questa mattina sto con mio padre ad arare sul colle a sinistra del fosso Serpacchio 
nel comune di Loreto. Non conosco Emidio DAngelo. Non ho visto alcuno aggirarsi 
nella contrada.

Sono Liberato Ferrante fu Carmine, di anni 45, contadino di Loreto.
Dallalba mi trovo ad arare con Antonio Palmucci sul colle a sinistra del fosso 
Serpacchio, nel comune di Loreto. Non conosco Emidio DAngelo di Penne. 
Non ho visto alcuno aggirarsi nei dintorni.

Sono Francesco Petrucci, di Antonio, di anni 18, contadino di Loreto.
Dallalba mi trovo ad arare con Antonio Palmucci sul colle a sinistra del 
fosso Serpacchio. Non ho visto alcuno aggirarsi nei dintorni.

Sono Domenico DAutorio di Tommaso, di anni 18, contadino domiciliato 
in tenimento di Penne alla contrada Serpacchio.
La mia famiglia venne ora a stabilirsi in questa contrada alla masseria del 
Barone De Sanctis. Mio padre sta alla masseria vecchia, qui non siamo che 
io e mio fratello Vincenzo, e siamo sempre stati occupati dal far del giorno fino 
adesso a ripulire la stalla, come voi potete osservare. Non ho quindi visto persone 
aggirarsi nei dintorni.

Sono Vincenzo DAutorio, di Tommaso, di anni 14, contadino di Penne, domiciliato 
alla contrada Serpacchio.
In tutta questa mattina non ho visto persone aggirarsi nei dintorni essendo rimasto 
entro la stalla con mio fratello Domenico a ripulirla dal concime.

Sono Raffaele Camplese, di Nicola, di anni 55, contadino di Penne.
I parenti di Emidio DAngelo coltivano terre nella contrada Ponticelli, ed ivi, per 
pi facile soccorso, si aggira frequentemente il bandito, il quale, per ci che consta 
a me, non entra mai nella masseria. Lho veduto Gioved venti e Domenica ventitre 
andante mese, gi per i fossi. Era solo ed armato di fucile, e di revolver, e di unarma 
bianca lunga che gli pendeva il fodero sotto la giacca. Io penso che sia una daga 
od una baionetta.

Sono Clemente di Francesco, fu Tommaso di anni 32, contadino di Penne, 
soccio dellestinto Simone Canonico Perrotti.
Venerd giorno ventuno andante, a circa due ore di notte, Emidio DAngelo 
venne a bussare nella mia casa e poich mia moglie non voleva aprire, lo 
disse da fuori a voce alta che intesi anchio; di avvertire il nostro padrone 
D. Simone Perrotti che egli andava per la via di Sulmona e stava assente tre 
o quattro mesi, ma poi sarebbe tornato. Pregasse Iddio che lo arrestassero, 
in caso diverso gli avrebbe bruciato le cervella, da che gli aveva mosso contro 
mezza Penne senza ragione, non essendo vero che egli lo aveva depredato. 
La mattina dopo, tanto io che mia moglie, separatamente, abbiamo riferite 
queste minacce al Canonico mentre stava alla sua masseria di S. Francesco 
a cogliere le olive. Egli mi rispose  credi a quello tu? quello ci fa cos, ma 
non se ne va .

Sono Anna Scoccimarro, di Antonio, di anni 28, contadina di Penne, moglie 
di Clemente di Francesco.
Emidio DAngelo lho veduto tre volte. La prima mi entr in casa col 
revolver alla mano per domandare se avevo visto il suo compagno; 
la seconda pass davanti la porta e salutando tir via; la terza fu venerd 
giorno ventuno di questo mese, a tre ore di notte. Dormivamo tutti quando 
si sent bussare alla porta. Alla mia domanda si annunci il DAngelo il quale 
insisteva che aprissi per dirmi una parola. Non posso dubitare che era lui 
perch ne riconobbi la voce, Egli mincaric stando fuori, perch io non volli 
aprire, di dire al mio padrone D. Simone Perrotti che per quattro cinque mesi 
poteva star sicuro perch egli andava pella via di Sulmona nella provincia di 
Aquila; pregasse Dio dimpedirgli il ritorno, altrimenti gli avrebbe fatta saltare 
la testa con una schioppettata; e ci pel motivo che gli aveva mosso contro 
tanta forza, senza che egli gli avesse fatto alcun male. Queste parole me le 
ripet, onde non le dimenticassi.
La mattina dopo andai a trovare D. Simone che sorvegliava i coglitori delle 
olive al suo podere di S. Francesco, e gli feci limbasciata in disparte. 
Come mi ebbe sentita disse  credi a quello tu?; quello fa cos, ma non 
se ne va -. Io le ammonii di stare in guardia perch non ci era da fidarsi. 
Il Canonico mi disse poi di dare questa risposta al DAngelo  che esso 
si era tagliato le gambe da se, e non avrebbe avuto tante persecuzioni se 
in segreto gli avesse mandato a chiedere del denaro, alla qual cosa egli 
non si sarebbe rifiutato per trenta o quaranta lire; che il Giudice lo aveva 
chiamato dopo tre o quattro giorni, e per poco non lo aveva fatto arrestare, 
per aver taciuto lazione sofferta -.
La sera di questo stesso giorno fummo chiamati io e mio marito dal Delegato 
di P.S. al quale raccontammo quanto sopra.
Lo stesso Delegato per tendere uninsidia al DAngelo volle che portassi 
lambasciata del Canonico alla famiglia del DAngelo, e per dir meglio che 
dicessi alla famiglia di mandare lEmidio a prendere la risposta da mio marito, 
ma lEmidio non si fece pi vedere.
 
Sono Roberto Gungi, fu Pietro di anni 33, Delegato di Pubblica Sicurezza 
residente a Penne.
Il ventiquattro Novembre, i miei dipendenti seppero dai coniugi Clemente di 
Francesco ed Anna Scoccimarro che Emidio DAngelo era stato una notte 
alla casa loro, e li aveva incaricati di dire al Canonico Simone Perrotti che 
egli andava nella provincia di Aquila, e quindi per quattro o cinque mesi poteva 
stare sicuro, ma poi sarebbe tornato a bruciargli le cervella perch gli aveva 
messo contro tanta forza.
Chiamato il Canonico mi conferm che aveva avuto lambasciata. 
Fatti poi venire i due coniugi ebbi da loro lo stesso racconto.
Pensai di tendere un tranello al DAngelo, e la Scoccimarro sincaric 
di andare a dire alla di lui famiglia che il marito aveva cosa a comunicargli 
per conto del Perrotti. Costui con un biglietto, e poscia di persona, mi 
rifer che la donna non aveva mancato di parlare coi famigliari del DAngelo, 
ma che questi le avevan risposto di non sapere dove trovasi.
La mattina appressa il Canonico fu assassinato.

Sono Tommaso di Rocco, di Sabatino di anni 33, contadino di Penne.
Emidio DAngelo lho visto una sola volta con un compagno, sul principio 
di novembre, calare dal colle, ove  la masseria di Domenico di Leonardo, 
il quale ha dato una figlia in moglie ad un di lui fratello. Mi si  detto che 
abbia frequentato di giorno e di notte questa casa e le contrade 
circostanti lungo il fosso Serpacchio. Conosco Donato Mellone ed 
Antonio Barbacane miei vicini, ed ho sempre avuto opinioni favorevoli 
nei loro confronti.

Sono Liberato di Rocco, di Sabatino di anni 36, contadino di Penne.
Emidio DAngelo lho veduto una sola volta sul principio di novembre 
discendere col suo compagno armato dal colle Pincio, qui di fronte 
alla mia masseria, dove  la casa di Domenico di Leonardo.
Donato Mellone ed Antonio Barbacane sono persone oneste ed 
incapaci di tenere verso a malefatte.

Sono Donato Barbacane, fu Orazio, di anni 78, contadino di Penne.
Non ho visto mai Emidio DAngelo, ma ho sentito dire che frequentava 
la casa di Domenico di Leonardo in questa contrada a Colle Pincio.
Donato Mellone ed Antonio Barbacane godono buon nome.

Sono Antonio Evangelista di Carmine, di anni 31, contadino di Penne.
In questi ultimi tempi la contrada Incasale, fiancheggiata dal fosso 
Serpacchio, fu battuta quotidianamente da gente armata. Se erano 
malfattori, o Carabinieri travestiti, io non lo so dire.
Donato Mellone  unuomo dabbene. Sul principio dello scorso novembre 
mi ha raccontato di aver visto il DAngelo col suo compagno, che volevano 
dargli ad intendere di esser forza pubblica.
Anche Antonio Barbacane ha buon nome nel vicinato.

Sono Zopito Evangelista di Carmine, di anni 44, contadino di Penne.
In questa contrada Incasale fiancheggiata dal fosso Serpacchio ho 
visto spesso della gente armata, che non so dire se fossero malfattori, 
o agenti della forza pubblica travestiti. Emidio DAngelo non lo conosco. 
Si vuole che frequentasse col suo compagno la casa di Domenico di 
Leonardo sul colle Pincio.
Donato Mellone gode fama di uomo dabbene come pure Antonio 
Barbacane.

Sono Camillo Pavone fu Felice, di anni 38, contadino di Montebello, 
domiciliato alla contrada Incasale, tenimento di Penne.
Nella nostra contrada, dove io abito, percorsa dal fosso Serpacchio, 
non ho visto Emidio DAngelo ed il suo compagno, ma  voce generale 
che vi frequentino facendo recapito alla casa del parente della famiglia 
DAngelo Domenico di Leonardo, il quale per ci venne arrestato. Donato 
Mellone ed Antonio Barbacane godono fama di essere persone oneste, 
incapaci di tener mano a malfattori.

Sono Vincenzo Barbacane, di Donato, di anni 43, contadino domiciliato a Penne.
Emidio DAngelo non lo conosco. Si  detto che frequentava giorno e notte la casa 
del mio vicino Domenico di Leonardo, suo parente, posta sopra un colle della 
contrada Colle Pincio, ma io non lo posso attestare, non avendolo visto mai.
Donato Mellone ed Antonio Barbacane, che abitano molto pi sotto non sono 
persone da tenere rapporti con malfattori. Tutto il vicinato ne ha giudizio favorevole.

Sono Vincenzo Giovanetti di Tommaso, di anni 25, domiciliato in Loreto 
Aprutino, contadino celibe.
Posseggo dei terreni in contrada Marzengo, i quali confinano coi terreni 
lavorati dalla famiglia di Pasquale Zicola. Ho veduto due volte il Cuculetto 
col quale ho anche parlato. La prima volta fu cinque o sei giorni innanzi 
della morte del Canonico Perrotti, e la seconda volta fu il giorno istesso 
in cui il rammentato Canonico fu ucciso: non ho mai per veduto il suo 
compagno Andrea Ursi. Il giorno in cui fu ucciso il Canonico, il Cuculetto 
Emidio DAngelo, mi disse che laveva ucciso lui, e ci doveva essere vero, 
perch era tutto imbrattato di sangue, ed aveva lo stile, che serv per ucciderlo 
ancora sanguinoso. Da questo giorno io non son pi tornato alle mie terre 
per timore che facesse anche a me quello che fece al Canonico Perrotti.

Sono Pasquale Beati, fu Pietro, di anni 48, fattore del Duca Gaudiosi.
Il quindici di questo mese andante, fui aggredito di pieno giorno sulla strada 
sotto il convento dei Zoccolanti da Emidio DAngelo, costui mi appunt al 
petto unarma foggiata a stile, lunga, stretta, a tre tagli come una baionetta 
militare. 

Nonostante gli attestati di stima e la totale mancanza di prove nei loro confronti, 
Donato Mellone e Antonio Barbacane restarono rinchiusi in carcere per oltre un 
mese, fino a quando il Tribunale di Teramo emise la seguente pronuncia:
Poich la complicit supposta a carico dei due imputati Barbacane e Mellone, 
deve ritenersi una reticenza a dire il vero pel panico che incuteva la presenza di 
Emidio DAngelo in quei luoghi; poich il DAngelo per questo carico deve essere 
legittimato in arresto; visti gli art. 199 e 250 del rito penale; dichiara non darsi 
luogo a procedimento penale per inesistenza di reato contro Barbacane e 
Mellone, ed ordina che i medesimi siano scarcerati.
Teramo, 27 Dicembre 1873.

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LARRESTO DEI FAMIGLIARI 

In data 28 Novembre 1873, il Delegato di Pubblica Sicurezza, cos scrisse 
al Pretore di Penne:
Non solo difficile, ma quasi impossibile, si renderebbe la cattura dei famigerati 
banditi DAngelo Emidio ed Ursi Andrea (ma questultimo aveva gi abbandonato 
il territorio vestino per fare ritorno nel suo luogo dorigine in provincia di Salerno, 
N.d.A.), se pi oltre si fosse tollerato dallAutorit che i parenti del DAngelo 
avessero seguitato ad occultare i banditi DAngelo suddetto ed Ursi Andrea, e 
ad coadiuvarli con tutti i mezzi, di modo che lazione dei parenti predetti, non 
solo si  limitata ad annullare alla Giustizia i colpevoli, ma addivenire delittuoso 
dal momento concorse a far commettere il ricatto e lassassinio dellinfelice 
sacerdote Perrotti Simone, come appresso dir.
E noto come il bandito DAngelo abbia trovato recapito sul piano di S. Francesco, 
e precisamente presso la masseria di certo Toppeta, di propriet del defunto Perrotti, 
il quale soleva spessissimo recarvisi. E pur noto come nella predetta localit a 
cominciare dal mattino, fino alla sera, vi si recassero sotto pretesto di pascolare 
i maiali, ora la madre, ora il padre, ora la sorella del DAngelo, ed alle volte tutti 
uniti insieme, e di l spiavano il lavoro della forza pubblica e della designata vittima 
Perrotti; tanto che sarebbe stato visto nel giorno 18 che appunto trovavasi a 
raccogliere le olive in detta masseria, se non fosse giunta alle orecchie dei Reali 
Carabinieri che il DAngelo si trovava precisamente al piano di S. Francesco, ove 
sarebbe stato preso unitamente allUrsi, se la madre e la sorella del DAngelo, che 
trovansi nella detta localit, non avessero avvertito il bandito del sopraggiungere 
della Pubblica Forza, dalla quale il DAngelo fu inseguito e non raggiunto. 
E su ci potr deporre Pilone Florideo di questa citt.
Quando poi avvenne il ricatto del predetto sacerdote, tanto il padre, quanto la 
madre del DAngelo furono visti da Perini Anacleto aggirarsi attorno ai luoghi ove 
fu consumato il reato, e lo zio del DAngelo, a nome Antonio, pochi momenti prima 
che i banditi DAngelo ed Ursi commettessero il ricatto, fu visto seco loro confabulare 
presso la masseria del Sig. Pompei, come potr deporre DAngelo Raffaele.
Ed a proposito del DAngelo Antonio,  costui che oltre al nipote DAngelo ha ricoverato 
nella sua abitazione il bandito Ursi. E valga il vero nella sera del 19 andante mese, 
essendosi da questo Ufficio sospettato che il DAngelo Antonio teneva nascosto Ursi 
che volevasi malato, sinvi sul posto per appurare la localit, questi appuntato di P.S. 
Faga Giuseppe, il quale vide appunto verso le ore due di notte, sortire da una porta che 
 quella della stalla del DAngelo, il medesimo unitamente ai due banditi di nottetempo 
scorrazzare per la campagna, dopodich niun altro motivo plausibile ha lo Scarfagna per 
giustificare le sue assenze notturne.
In conseguenza di che quegli favoreggiatori e complici dei misfatti del DAngelo Emidio 
consumati, nonch per avere occultato alla giustizia il bandito Ursi Andrea, i precitati 
individui, furono dordine superiore ad essere arrestati e tradotti in queste carceri a 
disposizione della S.V. Ill.ma per tutti gli effetti di legge.

Per aiuto prestato a rei di crimini avvenuti a Penne, il 27 novembre furono arrestati 
i componenti la famiglia di Cuculetto:

1.Tommaso DAngelo fu Cipriano di anni 65 (padre);
2.Antonio DAngelo fu Cipriano di anni 62 (zio);
3.Gaetano Scarfagna di Tommaso di anni 27 (cognato);
4.Margherita DAngelo di Tommaso di anni 24 (sorella);
5.Arcangela DAngelo di Tommaso di anni 20 (sorella);
6.Angelarosa Barbacane di Massimantonio di anni 60 (madre).

Gli imputati interrogati il giorno 30 Novembre, rilasciarono le seguenti dichiarazioni:

Sono Tommaso DAngelo fu Cipriano, di anni 65, contadino di Penne ammogliato con 
figli ad Angelarosa Barbacane, impossidente, illetterato, non ho fatto il militare, e fui 
sotto processo per la rivolta del 1860, ma non condannato. 
Fui arrestato la sera del ventisette scorso Novembre dalle guardie di Pubblica 
Sicurezza in casa mia senza aver fatto alcun male.
Mio figlio Emidio lho veduto una sola volta dopo che evase dal carcere nel 
principio del mese scorso nella contrada Gerone, e non ho considerato di fargli 
rimprovero per la sua fuga. In casa mia non  venuto, n port il compagno che 
dicesi evaso con lui. Non ho loro somministrato armi n munizioni, o spiato i 
passi del Canonico Simone Perrotti onde facilitarne il ricatto e lassassinio, in 
campagna ci sono andato soltanto per i lavori della semina.
Abbandono la mia discolpa alle ricerche della giustizia.

Sono Antonio DAngelo fu Cipriano, danni 60, contadino di Penne, 
impossidente, illetterato, ammogliato con Mariantonia Bufarale, non ho 
fatto il militare, e non sono stato mai carcerato n processato.
Fui arrestato la sera del ventisette andante mese, in mia casa, dordine del 
Delegato di Pubblica Sicurezza. Non so di aver fatto alcun male. Mio nipote 
Emidio DAngelo lho veduto una sola volta in campagna dove stavo a lavorare 
collaltro mio nipote Raffaele DAngelo. Andava senza il compagno che dicesi 
evaso con lui. Mi salut e tir dritto. Non  vero che io gli abbia portato da 
mangiare o fornito armi e munizioni, o dato notizie per facilitargli il ricatto e 
lassassinio di Simone Perrotti. In campagna ci sono andato soltanto per lavorare 
alla contrada Ponticelli. Non ho visto mai il compagno del mio nipote, n ho 
ospitato luno o laltro in casa. Abbandono la mia discolpa alle ricerche della 
giustizia.

Sono Angelarosa DAngelo, nata Barbacane fu Massimantonio, di anni 60, 
contadina di Penne, impossidente, illetterata;  sono stata carcerata per due 
anni per imputazione di furto.
Fui arrestata dalle guardie di P.S. la notte del ventisette corrente mese mentre 
stavo sola nella casa campestre in contrada Gerone sui fondi coltivati dalla 
mia famiglia.
Non ho fatto alcun male. Mio figlio Emidio evaso dal carcere di Gaeta lho veduto 
una sola volta in campagna nei primi giorni di questo mese, ed avendolo 
rimproverato della sua fuga mi rispose che se non ero sua madre mi avrebbe 
uccisa da che tutti ne avevano piacere ed io no. Sento dire che abbia estorto 
del denaro al Canonico Simone Perrotti, e che in altro incontro lo ha ucciso, 
ma di questi fatti nulla so dirvi. Il figlio mi ha mandato pi volte a salutare; 
non ha per mai ordito di venirmi in casa, n solo, n col compagno che vuolsi 
evaso con lui. Non gli ho portato da mangiare, n somministrato armi o notizie 
per facilitarlo nei suoi misfatti. Per campagna andavo speso per necessit, 
dovendo attendere ai lavori campestri ed alla pascolazione degli animali. 
Non ho testimoni a discarico.

Sono Margherita DAngelo di Tommaso, danni 23, contadina di Penne, moglie 
di Gaetano Scarfagna, impossidente, illetterata, e non sono stata mai carcerata, 
n processata.
Venni arrestata per ordine del Delegato di Pubblica Sicurezza unitamente a mio marito 
nella casa di una nostra vicina a nome Mariagiuseppa. Non ho fatto male alcuno. Nei 
primi giorni di questo mese ho trovato in campagna mio fratello Emidio, e mi raccont 
di essere evaso dal carcere di Gaeta, e per averlo io rimproverato, minacci di volermi 
uccidere. Da quel giorno non lho pi veduto. I misfatti da lui commessi, cio la 
depredazione e lassassinio di Simone Perrotti io li ho intesi dalla forza pubblica. 
In casa mia non  mai venuto, n di giorno, n di notte, n solo, n col compagno, 
che vuolsi fuggito con lui. Non gli ho portato da mangiare, somministrate armi, 
munizioni o notizie per facilitarlo nei suoi misfatti.
In campagna ed in generale fuori la citt non sono andata mai perch assisto 
continuamente a mio marito nei suoi traffici. 
Abbandono la mia difesa alle ricerche della giustizia.

Nei giorni successivi il Pretore convoc e sent alcuni testimoni:
Sono Filodoro DAngelo fu Fedele Antonio, danni 29, contadino di Penne, 
cugino secondo di Emidio DAngelo.
Antonio DAngelo mio lontano parente, lho visto un giorno in campagna 
discorrere segretamente col suo nipote Emidio DAngelo. E certo che 
egli per la parentela lo favoriva. Una notte verso la met di Novembre ho 
veduto la madre dellEmidio e suo fratello Carlo partire con molta 
circospezione dalla casa di Antonio, e lo venni a dire a lei pel sospetto 
che mi nacque che l dentro fosse ricoverato Andrea Ursi, il compagno 
dellEmidio del quale correva voce che fosse ammalato. Non ho risaputo 
altro che giustificasse quel mio sospetto. Non so altro.

Sono Emidio Latini alias Fontana, fu Antonio, di anni 64, sarto di Penne.
Verso la met del mese di novembre, Gaetano Scarfagna in un giorno di venerd 
mi chiese la mattina se mi fidavo di allestirgli un abito per la sera, e mi diede un 
panno di bottega color bronzino disegnato a quadretti neri, diceva che serviva a 
lui, ed a lui ho preso le misure facendomi poi aiutare da altri ho fatto nella 
giornata giacca e calzoni, il gil di stoffa color cenerino scuro fu lavorato da 
Francesco Valleriani. Scarfagna si prese labito solo nel giorno successivo. 
Non ho visto mai che labbia indossato e non mi consta che in sua vece lo 
indossi suo cognato Emidio DAngelo. 
No so altro.

Sono Domenico Toppeta, fu Antonio, danni 22, contadino di Penne.
Emidio Dangelo dopo il ricatto di Simone Perrotti, e fino al giorno dellassassinio 
del medesimo, e anche dopo, si  sempre aggirato intorno alla masseria nel piano 
di S. Francesco, dove io abito. I suoi parenti, cio il padre e la madre, le sorelle 
ed il cognato Scarfagna con insolita frequenza in quei luoghi gli facevano da spie. 
Non  inverosimile, perch sono gente tristissima, che spiassero pure le mosse 
del Canonico, designata vittima di quel birbante. Quel giorno che fu inseguito 
dalla forza, egli stava a discorrere colla madre in un punto del piano S. Francesco 
ove il Canonico doveva passare come faceva due o tre volte nella giornata per 
venire alla masseria.
Il compagno del DAngelo non lho veduto pi dal cinque Novembre quando portai 
alla capanna del Marzengo il denaro per riscattare il Canonico.

Sono Giuseppe Toppeta fu Antonio di anni 26, contadino di Penne.
Dopo che mio fratello Domenico fu testimonio del ricatto di Simone Perrotti nostro 
padrone, ed io del suo assassinio, Emidio DAngelo  venuto pi di una volta alla 
masseria dove abito sul piano fuori la porta di S. Francesco, per minacciare me 
se parlavo, e per ambasciate che ordinava tanto a me che a mio fratello, di fare 
alla famiglia Perrotti, perch gli mandasse altro denaro.
Lho visto spesso anche nei dintorni di S. Francesco dove con frequenza insolita 
si aggiravano il giorno e la notte, quei della sua famiglia, cio il padre, la madre, 
le due sorelle, il fratello Carlo, ed il cognato Scarfagna. Pare che il DAngelo 
aspettasse in quei luoghi il prete Perrotti, il quale era solito di venire ogni giorno 
due o tre volte alla masseria. Quel giorno  che il DAngelo fu sorpreso ed inseguito 
dai Reali Carabinieri sul piano di S. Francesco, egli stava precisamente sulla 
strada che era solito di fare il Canonico per portarsi alla masseria, e con lui 
stava la madre a discorrere subito dopo che fu messo in fuga il Canonico arriv.
Non mi consta che i detti parenti del DAngelo gli abbiano procurato armi e 
munizioni o spiati i passi del Canonico per facilitargliene il ricatto e lassassinio. 
Certo  che in paese avevano ed hanno fama tristissima.
Sul principio di Novembre il DAngelo aveva un compagno. Io non lho incontrai.

Sono Florideo Pilone di Clemente, di anni 30, beccaio nato e domiciliato in 
Penne, senza beni di fortuna, e senza rapporti.
Dopo il ricatto di D. Simone Perrotti, io ho sempre veduto 
nel piano di S. Francesco, ora il padre, ora la madre, ed ora 
le sorelle del DAngelo Emidio, per tempi lunghissimi, durante 
il corso del giorno, trattenersi per ispiare le movenza della Forza pubblica 
col pretesto di pascolare i maiali: e tanto  vero che in un giorno che non ricordo, 
una delle sorelle per nome Arcangela, vedendomi di stare vicino la porta di 
San Francesco, mi si avvicin chiamandomi spione di polizia, credendo che 
io ivi stazionavo per riferire alla forza pubblica ci che loro facevano.
Il giorno diciotto Novembre ultimo, io non mi trovavo nel nominato piano di 
San Francesco, per ci nulla posso deporre su quanto accadde in quel giorno, 
solo posso dire che circa le dodici ore sono stato avvertito da mio fratello Eugenio, 
che Emidio DAngelo si trovava nelle vicinanze di una masseria di D. Simone 
Perrotti tenuta in affitto da un certo Toppeta, io ne avvertii la forza pubblica, che 
accorse sul luogo, ove lo trov in fatti, ma perch vicino cera la madre che gli fece 
cenno di fuggire non fece il caso di poterlo prendere come io istesso in tal atto mi 
trovai presente, ed ebbe occasione di andare.
Prima di partire il testimone ha detto di ricordare altre circostanze relativamente al 
fatto, ed ha riferito che per ben due volte, a sera avanzata, in giorni diversi che non 
potrebbe precisare per non ricordarlo, vide ad entrare, nella prima Emidio DAngelo 
ed un forestiero che parve Andrea Ursi, e nella seconda lo stesso DAngelo ed un 
altro che non seppe riconoscere, nella casa di Gaetano Scarfagna.

Sono Raffaele Mariani fu Nicola, di anni 40, fornaio nato e domiciliato a Penne senza 
beni di fortuna.
Gaetano Scarfagna, mio vicino di casa lo conosco per essere uomo industrioso e non 
dedito ad alcun vizio, lo ritengo per uomo di buona condotta, tanto pi che non ho 
sentito mai parlare male di lui.

Sono Giuseppe Faga, di Simone, di anni 29, nato a Morrodoro, appuntato di P.S., di 
servizio a Penne. Una sera dello scorso Novembre che non ricordo, stavo appiattato 
con un compagno a porta S. Panfilo. Una persona che passava lestamente, invece di 
rispondere al chi va l, acceler il passo e subito scomparve. Fattomi dare il fucile dalla 
guardia Zaccaria, inseguii quella persona. Ma inspiegabilmente non la vidi pi. 
La mattina successiva seppi che nei pressi abitava Antonio DAngelo, ed alcuni 
contadini che non conosco, mi fecero credere che ivi poteva essersi ricoverato 
Andrea Ursi, del quale correva voce che fosse ammalato. La stessa cosa mi ripet a 
guisa di confidenza Filodoro DAngelo cugino di Emidio. Il dubbio fu questo, che sulla 
casa di Antonio DAngelo, in basso, si dice esserci antichi nascondigli, e sopra 
abita il medico Lauriti.
Fatta una perquisizione nulla abbiamo rinvenuto. La moglie di Antonio DAngelo 
non negava che lUrsi ci era stato per curarsi di una malattia, ma non volle 
nominare il medico curante.

Sono Vincenzo di Federico, dignoti, di anni 34, sarto di Penne.
Conosco Gaetano Scarfagna, ma non ho relazioni con lui, n posso quindi 
attestare la sua condotta. Non ho sentito parlare n bene, n male.

Sono Vincenzo de Fabritiis, fu Antonio, di anni 30, vetturale di Penne.
Conosco Gaetano Scarfagna mio compare. Non so se abbia avuto mai relazioni 
coi due evasi dal bagno di Gaeta che scorrazzavano per queste contrade.
Mi trovo in carcere sotto limputazione di avere ospitato in casa mia Emidio DAngelo.

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LA SPARATORIA A FIORANO DI LORETO APRUTINO.

Cuculetto, sentendosi il fiato sul collo giacch le forze dellordine lo braccavano 
sempre pi e, privo oramai dellappoggio dei familiari, per mettere in atto le sue 
azioni delittuose, si spost nella vicina Loreto Aprutino. In questo mandamento 
fu il Pretore a ricevere la seguente denuncia: 
Lanno milleottocentosettantatre, il giorno quattro dicembre in Loreto Aprutino.
Innanzi a Noi Avvocato Oreste Chilazzi Pretore, assistiti dal Vice Cancelliere 
sottoscritto, sono comparsi volontariamente:

1.Luigi Fasoli, fu Giovanni, di anni 34, orefice, domiciliato a Chieti;
2.Domenico Cantagallo, fu Vincenzo, di anni 45, possidente, negoziante 
  domiciliato a Penne;
3.Rosario Cantagallo, di Domenico di anni 21, negoziante, i quali hanno 
  dichiarato quanto segue.
Questa mattina fra le ore otto e le nove antimeridiane, andavamo in carrozza 
a Penne condotti dal vetturino della locanda di Chieti e che si chiama Achille 
Flaviani.Quando fummo giunti alla prima voltata della strada maestra che da 
Fiorano conduce a Penne, il vetturino ci ha avvisato che sulla sinistra della strada, 
nascosto dietro un piccolo colle, stava il brigante di Penne chiamato Cuculetto. 
Ognuno dei tre abbiamo preso le armi che tenevamo, in questo momento, quindi 
in vicinanza del brigante, questi ha spianato il suo fucile, e gridato - faccia a terra -, 
e quindi ha sparato contro di noi. Rosario Cantagallo, che era il primo sulla carrozza, 
ha sparato contro il brigante un colpo di fucile, il brigante ha sparato unaltra volta, 
e noi parimenti abbiamo sparato contro di lui, in modo che ci sembra di averlo 
ferito, perch tanto al primo che al secondo colpo sparato dal Cantagallo  caduto, 
ha traballato e si  rialzato.
Fasoli voleva assaltare il brigante, e per questo ha richiesto il braccio forte al 
vetturino che si  rifiutato, si  rivolto allora agli altri due compagni, i quali nel 
dubbio che il brigante potesse essere accompagnato, hanno preso consiglio 
di ritirarsi ad una masseria poco discosta, appartenente ai Signori Casamarte 
di Loreto Aprutino.
Abbiamo domandato aiuto ai contadini della masseria di Casamarte, e gli 
abbiamo domandato ancora polvere, munizione ed armi; essi per, adducendo 
scuse frivole, si son rifiutati di darci polvere e munizioni e non son voluti venire 
neppure a chiamare i Carabinieri in Loreto Aprutino.
I contadini sopradetti ci hanno offerto ricovero nella loro casa, ma noi siamo 
scesi nuovamente sulla strada, ove giunti il Fasoli ed il vetturino hanno perlustrato 
i dintorni del luogo ove avvenne il conflitto, per assicurarsi se il brigante fosse l 
vicino. Accertatisi della di lui assenza, abbiamo osservato che nulla mancava 
nella carrozza, e quindi abbiamo preso il consiglio di venire qui a Loreto.
Tenevamo con noi un forte capitale in gioie e in denaro, e di questi nulla 
abbiamo perduto.

Dopo aver verbalizzato i racconti della parte offesa, il Pretore di Loreto Aprutino 
interrog i testimoni, i quali dichiararono quanto segue:
Sono Antonio de Lellis, fu Silvestro, di anni 47, domiciliato in Loreto Aprutino, 
coniugato con prole, contadino.
La mattina del quattro dicembre, io stavo nella mia casa, quando sentii 
abbaiare i cani, e siccome essi mordono, mi affacciai sulla porta della casa 
per vedere chi era. Appena giunto sulla porta sentii una fucilata, e dopo ne 
sentii altre, in questo tempo venne da me anche mio fratello Zopito, col quale 
andai verso la strada per vedere che cosa era. Fatti pochi passi, vedemmo 
venire incontro di noi Tommaso Ursini e Giuseppe Parrozzelli, i quali dissero
che sulla strada quattro persone erano scese da una carrozza ove stavano, 
e si erano messe a tirar fucilate contro altre persone che non avevan potuto vedere. 
Poco dopo giunsero i quattro individui raccontati dallUrsini e dal Parrozzelli, 
e chiesero armi e munizioni, mio fratello Zopito diede loro lunico fucile che 
sta in nostra casa, il quale  inservibile per aver rotta la bacchetta. 
Abbiamo unaltro fucile che ha la canna rotta, ed  per conseguenza che 
io non lo conto. Essi raccontarono che nella strada erano stati assaltati 
dal Cuculetto, il quale avea sparato contro di loro colpi di fucile e di pistola, 
ed essi avevan tirato contro lui chi colpi di fucile e chi di revolver, coi quali 
credevano di averlo ferito. Arrivati alla masseria, mio fratello Zopito consegn 
al pi giovane dei quattro, che  Rosario Cantagallo, un po di polvere e due 
palle, perch caricasse il suo fucile a due colpi; egli prese la polvere e le 
palle, ma non gli riusc di caricare il fucile da quanto tremasse dalla paura 
avuta, anche se io cercai dincoraggiarlo, ma egli mi disse che non poteva 
caricare perch non ci azzeccava pi. Dopo questo, Zopito mio fratello fu 
abbracciato da Domenico Cantagallo, e Rosario abbracci me, e si 
raccomandarono che non li avessimo abbandonati, perch altrimenti il 
Cuculetto li avrebbe uccisi come aveva promesso. Li conducemmo nella 
nostra casa, li consolammo come meglio ci fu possibile, e gli dicemmo 
che potevano star sicuri.
Non  vero che fossimo richiesti per arrestare il Cuculetto, e non sentii 
che i quattro sopra commentati individui, offrivano la mancia a chi avvisava 
dellaccaduto i Carabinieri di Loreto. Il fatto sta come sopra gli ho raccontato, 
ed in questo tempo pass dalla strada una donna ed un ragazzo, e fu loro 
domandato se ci era alcuno sulla strada, avendosi risposto di no, il Fasoli 
scese sulla strada insieme al vetturino, e noi rimanemmo alla masseria 
insieme con Rosario e Domenico Cantagallo, i quali non vollero che 
scendessimo sulla strada. Poco dopo torn il Fasoli nella masseria 
colla carrozza e disse che nulla gli mancava.

Sono Zopito de Lellis, fu Silvestro, anni 33, contadino di Loreto Aprutino, 
ammogliato con figli.
La mattina del quattro Dicembre corrente, verso le otto antimeridiane, 
io stavo nella stalla a levare del concime quando venne mio fratello in 
compagnia di Tommaso Ursini e Giuseppe Parrozzelli, i quali mi dissero 
che sulla vicina strada avevano sentito sparare dei colpi di fucile. Poco 
dopo comparvero quattro persone, le quali mi dissero che erano stati 
assaliti sulla strada da Cuculetto col quale avevano fatto delle fucilate. 
Mi chiesero delle armi e della polvere e munizione, io offrii loro un fucile 
che era inservibile perch guasto, della polvere e due palle da unoncia,
il fucile non lo presero. Mi chiamarono che fossi andato con loro a 
prestagli man forte, io rincasai, perch dubitai che invece di un assassino 
fossero di pi. Poi scendemmo tutti insieme nella strada, e vedendo 
che non vi era alcuno, prendemmo la roba che era nella carrozza per 
salire alla masseria, ma quei quattro individui, invece di risalire alla 
masseria mia, vollero venire a Loreto.
Il luogo dove avvenne il conflitto  distante dalla mia casa quanto  
distante la via di questo paese chiamata Bajo dalla fonte di S. Nicola. 
Non sentii il rumore delle fucilate, perch come ho detto di sopra, io ero 
nella stalla. E vero che quei quattro individui che ci dissero assaliti dal 
Cuculetto mi offrirono dieci lire in regalo a chi fosse andato a Loreto a dare 
avviso ai Carabinieri dellaccaduto; nessuno per volle andare. Io parimenti 
non volli andare, perch avendo moglie e figli, temevo che mincogliesse 
qualche conseguenza.
N prima, n dopo che mi affacciai al colle che d sulla strada ove avvenne 
il conflitto, ebbi verso di vedere alcuna persona.

Sono Michele de Lellis, fu Silvestro, anni 35, domiciliato in Loreto Aprutino, 
ammogliato senza figli, contadino.
Il quattro dicembre ero malato, quando vennero alla masseria Tommaso Ursini 
e Giuseppe Parrozzelli, i quali raccontarono che sulla pubblica strada quattro 
individui erano stati assaltati e facevano a fucilate. Mi pregarono di alzarmi 
dal letto, ed infatti io mi alzai. Poco dopo giunsero alla masseria lOrefice, 
Domenico e Rosario Cantagallo di Penne, i quali dissero che sulla pubblica via 
erano stati assaltati dal Cuculetto e che avevano fatto a fucilate con lui. 
LOrefice domand che gli si fosse dato della polvere e delle munizioni ed un fucile; 
gli fu data la polvere e le palle, ma non il fucile perch aveva la bacchetta rotta. 
Fatto questo, e sentendomi molto male, non ritornai al letto, ma mi misi al 
canto del fuoco, e non so altro.

Sono Tommaso Ursini, fu Vincenzo, di anni 30, domiciliato in Loreto Aprutino, 
contadino, celibe.
Il d quattro del corrente dicembre, io andavo la mattina presto a Penne per 
miei affari. Pass una carrozza sulla quale stavano quattro persone compreso 
il vetturino, io mi tirai da parte per farla passare. Quando codesta carrozza fu 
distante da me un cento passi, sentii delle fucilate, e videli che quelli che 
stavano sulla carrozza erano difesi, e tiravano di fucile e di revolver in un 
angolo della strada, ove a quando sembra doveva essere qualcuno contro 
il quale tiravano, ma che io per non vedevo. Preso dalla paura fuggii verso 
la masseria di Antonio de Lellis, ove appena giunto raccontai quanto sopra 
ho raccontato. Poco dopo arrivarono ancora quelli che aveva veduti sulla 
carrozza. Essi domandarono ad Antonio de Lellis armi e munizioni da 
caricarlo, ed Antonio disse loro che poteva dargli lunico fucile che possedeva, 
ma che per era rotto e inservibile, e gli dette un po di polvere e due palle 
che non furono prese. Zopito de Lellis accomod il fucile a due canne che 
portava uno di quelli che stava sulla carrozza.
Non  vero che quei quattro individui sopra domandassero man forte per 
arrestare quello che li aveva assaltati; tanto  vero che essi non vollero 
uscire dalla masseria per andare a riprendersi sulla strada la carrozza e 
la roba che vi avevano lasciato, finch non videro passare dalla strada 
medesima un uomo e una donna. Non so se sia vero che essi offrirono 
la mancia a chi fosse andato a Loreto a dare avviso dellaccaduto ai 
Carabinieri, perch non sentii parlarne.
Non so altro, perch andai a Penne, lasciandoli tutti nella masseria 
del de Lellis.

Sono Giuseppe Marronzelli e non Parrozzelli, di Saverio, di anni 29, 
contadino di Loreto Aprutino.
Il quattro dicembre io andavo a Penne insieme con Tommaso Ursini.
Poco distante dalla svolta di Fiorano fummo raggiunti da una carrozza 
che portava quattro persone compreso il vetturino. Io mi tirai da una 
parte della strada e feci posto alla carrozza perch passasse. Appena 
la carrozza fu giunta alla svolta, sentii colpi di fucile, e vidi che tutte 
quattro le persone sopra raccontate erano scese dalla carrozza e 
tiravano colpi di fucile e di revolver contro altre persone che dovevano 
essere nellangolo della strada che non potei vedere. Fui preso dalla 
paura e fuggii alla masseria di Zopito de Lellis. Poco dopo giunsero 
anche quei quattro che stavano sulla carrozza, che raccontarono che 
erano stati assaltati dal Cuculetto col quale avevano fatto a fucilate. 
Chiesero ad Antonio de Lellis polvere e munizioni ed il fucile; il de Lellis 
disse che non gli poteva dare il fucile perch era rotto, consegn per al 
pi giovane dei quattro la polvere e le palle. Questi tremava oltremodo per 
la paura avuta, e riusc a caricare il fucile a stento. Lorefice disse a 
Tommaso Ursini che se fosse andato a Loreto a chiamare la forza, 
gli avrebbe dato la mancia. Ursini per rispose che non poteva perch 
doveva andare a Penne, e difatti and a Penne come ci andai anchio. 
Non  vero che lOrefice abbia chiesto a noi aiuto per andare ad 
arrestare Cuculetto. 

Sono Francesco Antico, fu Pantalone, di anni 33, contadino di Loreto 
Aprutino, coniugato senza prole.
Il giorno quattro dicembre andante, io stavo a lavorare qui in Loreto al 
trappeto del mio padrone, per conseguenza non posso dirle nulla 
relativamente a quanto ella mi domanda. Ho sentito dire che i tre individui 
da lei rammentati, furono aggrediti il quattro dicembre passato da Emidio 
DAngelo detto Cuculetto, ma come ho detto di sopra io non ci ho parlato.
Io non ho mai veduto il DAngelo, ma quelli di casa mia hanno avuto luogo 
di vederlo aggirarsi nella contrada in cui abito; credo che lo stesso pass 
anche il giorno innanzi del quattro Dicembre, ma non posso dirglielo di 
preciso. In casa mia non si  mai presentato, e non so se sia presentato 
ad altri.

Sono Stefano De Gregorio, fu Francesco, di anni 47, domiciliato a 
Loreto Aprutino, Guardiafilo del Telegrafo, ammogliato con prole.
La mattina del quattro Dicembre, io andavo a Penne per affari del mio 
Ufficio. Quando giunsi alla svolta di Fiorano incontrai quattro persone 
che erano intorno ad una carrozza; seppi che essi erano un certo Fasoli, 
Cantagallo e il vetturino, e mi dissero che poco prima avevano fatto alle 
schioppettate col Cuculetto e che dubitavano di averlo ferito  perch loro 
parve che cadesse. Il Fasoli ed il pi giovane dei Cantagallo erano armati, 
il primo di revolver ed il secondo di fucile. Saputo questo seguitai il mio 
viaggio per Penne. Fatti pochi passi notai sulla collina di faccia un uomo 
che fuggiva, ed ogni tanto si rivoltava dalla parte ove stavano le quattro 
persone da me sopra nominate. A cagione della lontananza, non potei 
distinguere chi fosse quelluomo, n so se fosse armato, ma per ritengo 
che egli fosse il Cuculetto. Difatti se fosse stata unaltra persona, non 
avrebbe avuto luogo di rivoltarsi, n di ammirare quelle persone colle 
quali aveva combattuto.

Intanto, sul fronte pennese, le autorit cercarono di fare terra bruciata 
attorno a Cuculetto. Pur di catturarlo vennero messe in atto le azioni 
pi disparate, quali, larresto di familiari ed amici e la creazione di 
una rete di confidenti.
Questi ultimi risultarono infatti determinanti ai fini della cattura del 
brigante.
Cos, nellUfficio della Sotto Prefettura di Penne, veniva redatto il 
seguente verbale:
Lanno mille ottocento settantatre nel giorno cinque del mese di 
Dicembre, innanzi a noi, Vito Perfetti Ufficiale di P.S. in missione, 
si  presentato il contadino Toppeta Tommaso, figlio di Antonio, di 
anni 36 nato e domiciliato in Penne, confidente adibito per procurare 
lo arresto del bandito DAngelo Emidio, il quale ci ha dichiarato che 
trovandosi ieri nelle ore pomeridiane in contrada detta Campetto per 
fare della legna, si  incontr col nominato bandito Emidio DAngelo, 
il quale era armato di fucile a due colpi, revolver ed un pugnale, nonch 
di un coltello a serratoio.
Dopo scambiatesi lun laltro delle parole di riconoscenza, il DAngelo 
gli disse che la mattina in contrada Fiorano aveva tentato di aggredire 
una carrozza contro la quale aveva tirato sette colpi, ma che retrocedette 
a vista della opposizione incontrata. Indi gli dichiar che era in cerca di 
una guida fedele, non avendo pi i propri parenti, onde potere entrare in 
Penne vestito da donna allo scopo di fare una visita al Sotto Prefetto, 
nascondendo sotto labito di donna il revolver ed il pugnale, onde cos 
uccidere il Sotto Prefetto a causa dello impegno di costui spiegato 
per il di lui arresto, ed avendo fatto arrestare tutti i di lui parenti, e 
tolta cos di avere guide di fiducia. Soggiunse anche che aveva intenzione 
di fare unaltra visita, ancora vestito da donna, al nipote del defunto 
Sacerdote Simone Perrotti, allo scopo di farsi consegnare lire 4000 
che gli aveva promesso quando fu ricattato, e che tuttavia non gli 
aveva dato.
A questo discorso il dichiarante Toppeta, gli rispose chegli  sarebbe 
stato da guida; al che il DAngelo replic che se ne sarebbe avvalso 
volentieri a condizione di essere fedele, e lasciandogli un pugnale 
per conservarlo, gli dichiar che tra due, tre giorni, sarebbe andato 
a trovarlo nella masseria dello stesso Toppeta sita in contrada 
Campetto, collo scopo di riprendersi il pugnale e di combinare i 
due affari, cio di entrare in Penne vestito da donna per uccidere 
il Sotto Prefetto, e farsi consegnare le lire 4000 dal nipote del 
defunto Perrotti.

Il Sotto Prefetto dispose immediatamente un servizio atto a far 
cadere Cuculetto nelle maglie della giustizia.
E programm quanto segue:
  un servizio di appostamento in casa del contadino Tommaso 
Toppeta in contrada Campetto, onde attendere la venuta del bandito 
DAngelo Emidio, ed assicurarlo alla giustizia. Essendo stato costui 
questa notte arrestato in unaltra casa dove stavano in appostamento 
i Reali Carabinieri travestiti, abbiamo fatto venire alla nostra presenza
il Toppeta Tommaso, ed avendolo analogamente richiesto, ci ha 
consegnato il pugnale che il giorno cinque aveva ricevuto dal bandito 
DAngelo come risulta dalle prime dichiarazioni, che per nostro ordine 
ha tenuto conservato nella stessa casa ove noi abbiamo fatto lo 
appostamento.
Detto pugnale che ci ha esibito e che noi abbiamo sequestrato  della 
lunghezza di 25 centimetri, con manico di legno bianco, annerito, con 
guardamano di ferro e con fodero di latta. La lamina  di acciaio con 
punta acuminata a due tagli.

Tommaso Toppeta, in merito a questa vicenda, dichiar al Pretore 
quanto segue:
Sono Tommaso Toppeta alias Cazzocchiaro, di Antonio, di anni 36, 
contadino di Penne.
Richiesto da questo Signor Sottoprefetto, io ho promesso i miei servigi 
per far arrestare Emidio DAngelo. Costui lo vidi per la prima ed unica 
volta il quattro di questo mese nella contrada Campetto. Era sbigottito, 
e portava il fucile a bilancia, fuggendo come se lo inseguissero. 
Mi riconobbe e si ferm meco a discorrere. Io avevo inteso poco prima 
delle fucilate e perci lo richiesi dellaccaduto. Egli mi fece vedere una 
carrozza ferma sulla discesa di Fiorano e disse  vengo dal fare a 
schioppettate, ho sparato il due botte, e cinque colpi di revolver, il sesto 
non ha preso fuoco -. Volle poi che lo seguissi, dopo avermi fatto promettere 
che gli avrei tenuto fede. Strada facendo mi raccont che il Sottoprefetto gli 
aveva fatto arrestare tutta la famiglia, e voleva vendicarsene. Nello scopo di 
ottenerne lo arresto finsi di volerlo assecondare nel progetto che faceva di 
vestirsi da donna per avvicinare il Sottoprefetto e D. Massimo Perrotti, ed 
uccidere ambedue. In questa intesa, mi consegn uno stile con fodera di 
latta, perch glielo custodissi fino al giorno di mettere in atto il progetto.
Tal cosa la riferii al Signor Sottoprefetto, il quale il giorno sette andante 
mese mand tre guardie di P.S. in casa mia per leventualit che mi si 
presentasse il DAngelo. Le guardie stettero meco tutto quel giorno e la 
notte successiva. La mattina dopo se ne andarono perch ebbero la 
notizia che il DAngelo era stato arrestato. Io consegnai loro lo stile 
di cui ho parlato.
Non mi consta che il DAngelo avesse un compagno.
Mostrato al nominato lo stile che andava unito al verbale del 5 
Dicembre della P.S., e domandato che ebbe prestato il giuramento 
nella forma di rito.
E questo lo stile datomi in custodia da Emidio DAngelo. 
Lo consegnai agli agenti della P.S. fin dal giorno cinque


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LARRESTO DI CUCULETTO 

Se lappostamento teso a Cuculetto dagli agenti della Pubblica 
Sicurezza in contrada Campetto, in casa di Tommaso Toppeta, 
non port alla sua cattura, quello messo in atto dai Reali Carabinieri 
la stessa notte del sette Dicembre 1873, nella masseria di Vincenzo 
Delle Monache in localit Vallescuro, and a buon fine.

Ecco il testo del verbale della "brillante operazione:
Oggetto: Processo verbale darresto dellevaso DAngelo Emidio.
Lanno del Signore mille ottocento settantatre, il giorno sette del 
mese di Dicembre, verso le ore otto pomeridiane in contrada 
Valle Scuro, tenimento del Comune di Penne.
Noi sottoscritti Pizzolato Angelo, Bontempi Domenico, Quaglia Raffaele, 
e Provasi Baldassarre, tutti quattro Carabinieri a piedi della descritta 
Stazione vestiti in abito borghese, dichiariamo a chi di spettanza che 
nel fare una perlustrazione nel luogo sopraindicato in traccia del 
nominato DAngelo Emidio, di Tommaso, di anni 29, contadino di 
questo Comune, evaso dal Bagno Penale di Gaeta il 19 Ottobre 
1873, riportato al N 2998, nota 45 dei catturandi anno corrente, 
siamo venuti a conoscenza che il medesimo era solito di andare a 
trattenersi di nottetempo in una piccola masseria in detta contrada 
del Signor Perrotti Massimo, fu Raffaele, di anni 30, proprietario di 
questo Comune, abitata dal colono Delle Monache Vincenzo, fu 
Giuseppe, contadino di anni 53, di questo Comune, per cui ci siamo 
portati in agguato nella stessa, ed infatti, verso le ore 8 pomeridiane 
del giorno suddetto il DAngelo Emidio, zitto, zitto si presentava alla 
porta della masseria, armato di fucile carico  a due canne e di un 
revolver pure carico a sei colpi, e dopo di avere bussato alla porta 
per ben tre volte e di avere risposto al colono essere Emidio DAngelo, 
gli apriva la porta e vedutosi nellagguato tesogli da noi militari, spian 
il fucile e spar un colpo che non colp alcuni, cos contemporaneamente 
Noi Pizzolato Angelo, gli abbiamo esploso un colpo di carabina che 
colpimmo il malfattore nella coscia destra causandogli una ferita con 
qualche spargimento di sangue, quindi gli fummo tutti sopra, ma pi 
prontamente Noi Pizzolato Angelo, e Bontempi Domenico, e cos fra 
tutti insieme ne abbiamo operato il di lui arresto col sequestro delle 
due armi sopraindicate, i N 9 colpi da revolver, una piccola fiaschetta 
di legno contenente polvere da sparo, e N 6 capsule da fucile sigillando 
il tutto con cera lacca rossa colle iniziali B. G., nonch di due anelli ed 
un orecchino.
Di quanto sopra ne abbiamo compilato il presente atto verbale per 
essere collarrestato ed oggetti presentato al Signor Pretore di questo 
Mandamento pel voluto procedimento, e copia rimessa ai nostri Signori 
Superiori.
Fatto chiuso, e sottoscritto in Penne, il giorno, mese ed anno, come 
sopra.

Nonostante fosse ferito, per Cuculetto, immediatamente dopo larresto, 
cominciarono gli interrogatori.
Sono Emidio DAngelo detto Cuculetto, di Tommaso, di anni 29, contadino 
di Penne, impossidente, so leggere e scrivere, non ho fatto il militare, 
sono stato condannato a venti anni di lavori forzati per omicidio in persona 
di certo Tenente, ed evaso dal bagno di Gaeta il venti Ottobre ultimo.
Sono fuggito insieme al compagno di pena Andrea Ursi di S. Gregorio 
Magno, eludendo la sorveglianza dei guardiani mentre stavamo ai lavori 
della strada del Camposanto, nella contrada denominata Montesecco.
Siamo giunti a Penne dopo dieci giorni di viaggio senza toccare il territorio 
di Catignano e di Vestea. LUrsi  rimasto con me otto o nove giorni, ed 
 partito come egli diceva per il Salernitano, a trovare la famiglia, facendo 
ritorno nello spazio di dieci giorni. Se  vero quello che egli racconta, ha 
viaggiato per la ferrovia. Arriv qui se non minganno, il diciannove o il 
venti Novembre, e rimase sempre meco a Penne fino a ieri notte quando 
fui arrestato.
Durante tutto questo tempo abbiamo scorrazzato la campagna di Penne, 
di Montebello, e di Loreto, accostandoci alle masserie sol quando avevamo 
bisogno di chiedere qualche cosa da mangiare, e riparando la notte, e 
qualche volta anche il giorno, nelle pagliaie che incontravo nelle contrade, 
senza tenere mai un punto fisso.
LUrsi fin dai primi giorni del nostro arrivo a Penne si era armato non so come, 
di un fucile ad una canna, ed in seguito ne aveva avuto uno a doppietta, che 
parimenti ignoro dove labbia presa.
Dopo la met di Novembre egli commise una grassazione, depredando un 
individuo sulla strada per Catignano di un fucile a due canne e di una borsa 
da caccia, e diede tanto larma che la borsa a me perch egli non ne 
abbisognava.
Credo non abbia commesso altri reati, io ho sempre vissuto di carit, 
senza fare alcun male.
Ieri sera insieme allUrsi mi portai alla masseria di Vincenzo Delle Monache, 
di propriet del defunto Canonico Simone Perrotti per avere qualche cosa 
da mangiare come mi era stato promesso giorni prima. Ursi rimase in disparte 
sotto le querce. Io bussai alla porta, e non appena il contadino ebbe aperto 
partirono quattro Carabinieri travestiti, uno dei quali, e non so dire chi, mi fer 
in una gamba con un colpo di fucile. Nel cadere a terra una delle canne del 
mio fucile si esplose, ma io non ho fatto alcuna resistenza ai Reali 
Carabinieri.
Non ci  stata persona che mi abbia dato ricovero in sua casa o favorito 
altrimenti, che colla elemosina di un tozzo di pane.
Il revolver di cui ero armato me lo regal un signore di Penne che non 
conosco.
In altri separati interrogatorii mi sono gi difeso dai varii addebiti che 
mi si fanno.
Riguardo alle armi ho gi indicato come le ebbi, e non ho nulla a variare 
o ad aggiungere. Stili non ne ho mai posseduti.
Dettagli che si hanno motivi per ritenere che Andrea Ursi sia rimpatriato 
da molto tempo, e che altri deve quindi essere il compagno che mi ha 
fatto parola, e che vuole fosse con lui anche ieri sera.
Ripeto che lUrsi fu assente da Penne non pi di dieci giorni, ed  tornato 
circa il venti di Novembre senza pi allontanarsi. Ieri sera li hanno veduto 
meco i lavoranti della conceria di Domenico Cantagallo, che son quattro 
fratelli nominati Fruscione. Mi sono portato l a ventiquattro ore per cercarvi 
Rosario Cantagallo e domandargli il motivo pel quale giorni dietro alla 
discesa di Fiorano, tenimento di Loreto, mi tir contro un colpo di fucile, 
cui non ho mancato di rispondere, ma non ce lho trovato. Se il mio 
compagno fosse un Pennese i Fruscioni lo avrebbero riconosciuto.
Gli ori che mi avete trovato addosso al momento dellarresto li ho comperati 
in Penne alla bottega di Gaetano De Paschinis per trentaquattro carlini. 
Denaro che portai dal bagno.
Gli anelli e questorecchino che mi mostrate sono miei.
Anche le armi sono mie. Le cariche del revolver le ebbi da quello stesso 
che me lo ha regalato.

Il medico Nicola Di Tonno, ancora una volta rientr in campo. Questa 
volta per visitare in carcere il DAngelo ferito. Cos scrisse nel suo referto:
Questuomo presenta una ferita darma da fuoco penetrante nel terzo 
inferiore della coscia destra. La palla di fucile da guerra  entrata dalle 
parte esterna della coscia ed  sortita dalla parte interna, attraversando 
i muscoli senza toccare losso. Per conseguenza la ferita esterna presenta 
un orificio pi largo e sfrangiata della interna. Tale lesione  stata prodotta 
da meno di un giorno, ed  guaribile in venticinque o trenta giorni, senza 
lasciare superstiti difetti, salvo incidenti. 
In tutto il resto del corpo non si riscontrano tracce di violenza.

In merito alle sue malefatte, per Cuculetto seguirono altri interrogatori da 
parte del Giudice del Tribunale di Teramo:

Per laggressione al guardaboschi.
Sono Emidio DAngelo, detto Cuculo, di Tommaso, di anni 29, contadino 
di Penne, impossidente, so leggere e scrivere (NdR - lo aveva imparato 
durante il periodo di reclusione nel carcere di Gaeta), non ho fatto il militare, 
sono stato condannato a venti anni di lavori forzati per omicidio in persona 
di certo Tenente, ed evasi dal bagno di Gaeta il venti Ottobre ultimo.
Nel d 29 Ottobre ultimo io stiedi a Pescara, ed in quella notte mi ricoverai 
nelle pianure di quel tenimento. Quel giorno fu il primo che io entrai negli 
Abruzzi, e nel seguente mattino del trenta mincamminai per Penne battendo 
la strada di Collecorvino. Ci posto  impossibile che io abbia commesso 
la grassazione in danno di Errico Frattaroli presso Catignano.
Venne con me in Penne il compagno di sventura Andrea Ursi della provincia 
di Salerno. Dopo alquanti giorni volle dirigersi in patria, donde fece ritorno 
presso di me verso la met di novembre, e mi regal il fucile a due colpi e 
la borsa da caccia, di cui ho parlato nellinterrogatorio che resi al Pretore 
di Penne nel d otto del corrente mese.
Io non dissi al Pretore di Penne che il fucile e la borsa regalatami da Ursi 
erano stati da costui depredati ad un individuo sulla strada di Catignano, 
ma dissi invece come ora ho dichiarato a voi. Sar quindi un equivoco di 
quel Magistrato, che ha compreso ed ha fatto scrivere una cosa per unaltra. 
Previa lettura e conferma, si  sottoscritto

Per laggressione al fattore del Duca Gaudiosi.
Non  vero che il giorno sedici scorso Novembre sulla strada per Catignano, 
sotto il Camposanto io abbia aggredito Pasquale Beati fattore del Duca 
Gaudiosi, persona a me sconosciuta, e che lo abbia depredato di un 
fucile a due canne, di una borsa di pelle per caccia e di due fiaschette, 
minacciandolo collo stile alla mano. E tanto falso laddebito che io 
proprio non ho tenuto mai unarma simile, ed infatti quando fui arrestato, 
mi si trov soltanto il fucile ed il revolver, e nessuna borsa da caccia.
Il fatto io lo inteso raccontare, e me ne dispiacqui col mio compagno 
Andrea Ursi, perch mi venne subito lidea di una grassazione da lui 
commessa con tanta imprudenza di pieno giorno, ben sapendo che 
il pubblico avrebbe designato me come paesano, e non lui quale autore 
del fatto. Egli non me lo neg, e mi fece regalo del fucile a due canne 
tolto allaggresso, perch egli n teneva gi un altro, di cui si era munito 
non so come, dopo il suo arrivo a Penne.
Il giorno della grassazione mi trovavo a Montebello dove mi ero portato 
gi dal giorno innanzi. 
Non lo posso dimostrare.
LAndrea Ursi col fucile mi ha regalato anche una borsa di pelle di uguale 
derivazione che perdei un giorno che venni inseguito dai Reali Carabinieri. 
Ci stavano alcuni sigari, pochi soldi, del pane, dei fichi, ed un portafogli.
Ho detto che non sapevo scrivere ma non  vero, perch ho imparato 
al bagno.
Siccome da un contadino che conosco solo di vista avevo risaputo che 
Arnoldo Guglielmi sinteressava di sapere chi mi aveva dato una camicia, 
gli scrissi due righe sopra un foglietto, e glielo mandai per un tale soprannominato 
Sciabolone, ma ci fu due o tre giorni prima della grassazione in discorso, 
sotto il ponte di S. Antonio.
Non conosco Fabiano Solaro, Donatantonio DAddazio, e Luigi Costantini. 
Del Sciabolone ho solo una lontana conoscenza.

Per il sequestro dellArciprete.
Io non ho fatto alcun male al Canonico Simone Perrotti, che ben 
conoscevo per essere mio paesano. E falso che insieme al mio 
compagno Andrea Ursi, evaso con me da Gaeta, abbia sequestrato 
il detto Canonico sullo stradale per Loreto, la sera del quattro scorso 
Novembre, e condottolo in una capanna della contrada Marzengo, 
si abbia estorta la somma di lire mille e duecento. Non ho testimoni 
da assegnare a discarico.
Non conosco Pasquale Zicola e la sua famiglia, n Antonio DAddazio 
e Vincenzo Ruscitti, che mi dite abitare al Colle della Stella ed al 
Marzengo, luoghi nei quali non mi sono aggirato mai.
Il quattro di Novembre, ed anche dopo per pi giorni, lAndrea Ursi 
fu sempre con me, si  poscia allontanato per recarsi nel paese 
suo, ed ha fatto ritorno da diciassette diciotto giorni. Batte la 
campagna tenendosi nascosto.
Con mio fratello Carlo mi sono trovato una sola volta sulle porte 
di Penne, il secondo giorno del mio arrivo, e non lho visto pi. 
Non ho dato denaro, n altro, sia a lui che al resto della mia 
famiglia. 

Per lassassinio dellArciprete.
Ho sentito dire che il Canonico Simone Perrotti fu ucciso la mattina 
del venticinque scorso Novembre nel fosso Serpacchio. Io non ho avuto 
alcun male da lui, n quindi avevo ragione di fargliene io. In quel giorno 
sono stato sempre nella contrada Teto, ben lungi dal fosso Serpacchio.
Non conosco i nominatimi Antonio Barbacane fu Matteo, Donato Mellone 
fu Berardino e Giuseppe Toppeta fu Antonio.
Non ho mai posseduto uno stile od altra arma simile.
Non ho testimoni a mia discolpa.

Per il conflitto a fuoco di Fiorano.
Non posso tacervi che nel d quattro dicembre ultimo, mentre io 
transitavo per la strada nuova in vicinanza della Madonna di Fiorano, 
mi imbattei con una carrozza. Allavvicinarsi della medesima, uno dei 
passeggeri spian contro me un fucile a due canne, ed esplose un colpo. 
Di che trovo aperto lombrello per ripararmi dalla pioggia, con la mano 
che teneva libera, trassi dalla tasca una pistola, la scaricai verso il mio 
aggressore e mi posi in fuga. Non so comprendere ora, come per questo 
fatto mi si attribuisca un altro reato, oltre quello di una tentata grassazione. 
Il carrozziere potr giustificarmi.

Quello di Fiorano per Cuculetto rappresent lepilogo degli eventi delittuosi 
messi a segno nella sua carriera criminale. Lessere stato preso a fucilate 
fu da lui considerato un vero affronto da chiarire subito con le sue vittime 
pennesi. Una sera infatti si present presso la Conceria Cantagallo per chiedere 
la ragione del comportamento del giovane titolare Rosario.
In merito a questo fatto, il Pretore di Penne raccolse la seguente testimonianza:
Sono Salvatore de Bonis, di Antonio di anni 26, conciatore di cuoiami di Penne.
Io ed i miei fratelli Emidio, Francesco, e Camillo lavoriamo alla conceria di 
Rosario Cantagallo. La sera del sette andante mese, giungemmo col circa 
mezzora di notte, e stavamo per aprire quando vedemmo due persone 
armate di fucili a due canne passarci dinanzi. Una di essi retrocedette e 
disse noi che voleva parlare col padrone e chiedergli scusa dapoicch laveva 
aggredito alla salita di Fiorano, e ne era dispiaciuto avendo risaputo che non era 
vero come gli si era dato ad intendere che il Rosario gli dava la caccia unitamente 
ai Carabinieri. Fattogli prima deporre il fucile, lo abbiamo lasciato avvicinare, ed in 
questo discorso ci siamo trattenuti circa un quarto dora adoprandoci noi a 
persuaderlo spiegandogli che il nostro padrone badava ai fatti suoi. Allultimo 
disse che sarebbe tornato fra qualche giorno allo stesso scopo di chiedere scusa 
al predetto nostro padrone. Intanto il suo compagno si teneva in disparte col dorso 
a noi rivolto e col collare alzato per coprirsi mezzo il volto. Emidio lo chiam col nome 
di Pietro, invitandolo ad avvicinarsi, ma quello con voce grossa gli rispose  presto 
che si fa tardi, - e se ne andarono. Ho detto di sopra che lindividuo col quale noi 
parlammo era Emidio DAngelo; lo riconobbi quando ebbi acceso il lume. Il suo 
compagno era un uomo grosso di spalle, e piuttosto alto. Meglio non so descriverlo 
perch stava alloscuro. DAngelo raccont che ne erano ventotto con lui, sette del 
Circondario di Teramo, altri di Loreto e della provincia di Chieti, iattanze alle quali 
non abbiamo creduto.
Portava un revolver alla cintola, ed un lungo coltello a mollettone che ci fece vedere. 
Disse che prima teneva uno stile, ma laveva lasciato.

Per la fortuna dei Cantagallo, Cuculetto non potette mantenere la promessa di 
ripassare dopo qualche giorno perch la sera stessa venne arrestato dai Reali 
Carabinieri.
E mentre per il bandito si chiudeva la porta dello stesso carcere in cui erano 
stati in precedenza rinchiusi tutti i suoi familiari, per costoro, si riapr. Infatti, in 
data 15 Dicembre 1873, la Camera di  Consiglio presso il Tribunale correzionale 
di Teramo, si pronunci come segue:
Letti gli atti a carico degli imputati di aiuto prestato a rei di crimini; letta la 
requisitoria del Pubblico Ministero uniforme alla presente ordinanza; udito il 
rapporto del Giudice Istruttore; poich per le relazioni di sangue dei sei detenuti 
in rubrica col latitante Emidio DAngelo colpito da mandato di cattura per crimine 
allepoca del voluto reato, ed ora attenuato, rientrano in quelle previste nellultima 
alinea dellart. 285 Codice penale; e quindi non vi  luogo ad esercizio di azione 
penale contro i medesimi; letto lart. 250 del rito penale; dichiara non darsi luogo a 
procedimento penale per inesistenza di reato contro tutti e sei rubricati, ed ordina 
che i medesimi siano posti in libert.

Il giorno 11 Dicembre 1873 il Direttore delle Carceri Giudiziarie di Teramo comunic 
al Procuratore del Re quanto segue:
Ieri sera verso le ore  9 e tre quarti veniva eccezionalmente aperto il portone di 
questo Stabilimento per ricevere, tradotto da buona scorta di Carabinieri, Emidio 
DAngelo il quale si dichiar ferito da archibugio.
Avendo questa mattina al medesimo detenuto passata la visita il Sanitario di 
questo Stabilimento, ha trovato la lesione organica nella coscia destra, come 
la S.V. Ill.ma rilever dallannesso certificato che il sottoscritto si fa dovere 
trasmettere per uso di legge.

Al Sig. Direttore delle Prigioni di Teramo.
Il Sottoscritto Medico Chirurgo presso queste Prigioni si fa dovere partecipare 
alla S.V. che nella visita sanitaria del giorno 11 volgente procedeva alla prima 
medicazione del detenuto a nome DAngelo Emidio, il quale presentava nel 
terzo inferiore della coscia destra, parte anteriore, una lesione traumatica 
consistente in due ferite lacero-contuse, a bordi sfrangiati.
La prima di esse ha sede nella coscia interna ed anteriore della detta regione, 
a circa otto centimetri dalla corrispondente rotula; offre un diametro di un 
centimetro ed ha i bordi rivolti allinterno. La seconda sita nella faccia esterna 
della ripetuta regione, due centimetri al di sopra dellaltezza segnata nello 
precedente, che 10 centimetri dalla rotula presenta un diametro di circa un 
centimetro e mezzo con bordi assai sfrangiati e rivolti allinfuori. Fra queste 
due ferite esiste un canaletto traumatico che le mette in comunicazione, 
diretto dal basso allalto e da dentro in fuori, ed interessante lo strato 
superficiale e profondo dei muscoli della parte anteriore della coscia.
In prossimit delle cennate ferite e lungo il tragitto del canaletto traumatico 
esiste notevole tumefazione dei tessuti molli con fenomeni infiammatori 
destati dalla lesione traumatica.
Non  a dubitare che la causa delle predette lesioni sia stata un proiettile 
esploso da unarma da fuoco, come fucile o simili, a non molta distanza; 
il quale penetrando nella ferita esistente nella fascia interna della coscia 
sort da quella che vedasi nella esterna producendo il notato canaletto traumatico. 
Opino che il tempo decorso dal ferimento ad oggi non sia maggiore di quattro 
a cinque giorni e che la guarigione possa verificarsi fra altri trenta giorni, salvo 
ulteriori conseguenze morbose. Prigioni di Teramo, 11 Dicembre 1873. 
Il Medico Chirurgo Pasquale Pirocchi.

Cuculetto ebbe subito da recriminare per il colpo sparatogli dai Carabinieri 
durante la concitata fase della sua cattura, tanto che si fece raggiungere in 
carcere dal Pretore di Teramo al quale volle raccontare la sua versione riguardo 
al ferimento subito. Questo  quanto risulta a verbale:
Ci siamo portati in questo col perito sanitario Sig. Pasquale Pirocchi, onde procedere 
agli atti di regola circa il ferimento riportato da Emidio DAngelo, e quivi giunti abbiamo 
rinvenuto il medesimo giacente in letto in una camera addetta ad ospedale. Alla nostra 
domanda ha risposto. Sono Emidio DAngelo di Tommaso e Angela Rosa Barbacane, 
bracciante, di anni 29, nativo di Penne.
Sono evaso dai bagni di Gaeta nel giorno venti Ottobre ultimo, senza fare alcun sfascio, 
dopodich il Guardiano mi aveva lasciato libero per un momento, ed io colto quella 
circostanza propizia, per amore della libert decisi di darmi in fuga.
Ritornato nelle vicinanze del paese natio, ho sempre girato per quei dintorni, senza 
nulla commettere in danno delle persone e delle propriet. Inseguito dalla pubblica forza 
trovavo tutti i mezzi di ricoverarmi ora in un punto ed ora in un altro. Avvenne che poco 
tempo addietro acquistai amicizia con un tale Vincenzo Monaco, contadino, dellet di 
circa anni quaranta, che abita in campagna, alla contrada in Casale, tenimento di Penne, 
il quale avendomi andare latitante, mi promise che qualche volta fossi andato a ricoverarmi 
nella sua abitazione. E difatti, avendolo alla promessa, la sera del sette stante, passate le 
ore ventiquattro, mi ritiravo nellabitazione dello Monaco, quando sullentrare dalla porta 
sentii due scariche di fucile, una delle quali and a vuoto, laltro mi fer con un proiettile 
in faccia alla coscia destra, e facendomi cadere a terra. Immediatamente venni assalito 
da quattro Carabinieri travestiti, i quali mi assalirono, e mimposero larresto.
Io ho distinto i due carabinieri che mi arrestarono, e sono un tale Pizzolato, e Bontempo, 
sia perch venni sparato a bruciapelo, sia perch gli altri due carabinieri si tenevano 
appostati alla parte opposta della porta dove io venni ferito, e sia perch il Pizzolato e 
Bontempo me lo confessarono.
Non intendo finalmente esporre querela contro i feritori, perch considero in fin dei conti 
che atteso le prevenzioni che ci erano contro di me, larma dei Carabinieri si trovava 
sempre in uno stato di timore, conseguentemente nelle circostanze ricorrevano alle armi.
Non ho testimoni da dare.

I due Carabinieri furono inquisiti fino a quando la Camera di Consiglio presso il 
Tribunale correzionale di Teramo si pronunci nella seguente maniera:
Letti gli atti a carico di Domenico Bontempo ed Angelo Pizzolato, entrambi Reali 
Carabinieri residenti in Penne, imputati di ferimento volontario a colpo di arma da 
fuoco in persona di Emidio DAngelo; letta la requisitoria del Pubblico Ministero, 
uniformi alla presente ordinanza; udito il rapporto del Giudice Istruttore; poich il 
Carabiniere Pizzolato fer il DAngelo nello stato di legittima difesa; poich il 
Carabiniere Bontempo non produsse alcuna ferita al DAngelo; letto lart. 250 
del rito penale; dichiara di non darsi luogo a provvedimento penale per inesistenza 
di reato contro i due Carabinieri predetti. 

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LARRESTO DI ANDREA URSI

Andrea Ursi, compagno di pena, devasione e di malefatte di Cuculetto, 
soggiorn a Penne solo per una decina di giorni. Qualche giorno dopo il 
sequestro del Canonico Perrotti, ritorn a San Gregorio Magno, suo paese 
natio in provincia di Salerno. Qui, non prima di aver commesso altri gravi reati, 
venne anche lui arrestato. Tutti i particolari della sua cattura sono contenuti nel 
verbale della Corte dAppello di Napoli qui di seguito riportato:
Andrea Ursi fu Pietro di anni 37 di S. Gregorio Magno.
Attesoch risulta che Andrea Ursi, da S. Gregorio, condannato nel 1861 a 
29 anni di ferri per omicidio, evase dallottobre 1873 insieme ad un altro, 
dalla strada nuova di Montesecco, mentre lavorava, e dopo aver percorso le 
contrade Teramane, pervenne nel territorio di S. Gregorio Magno spinto dal 
desio di vendetta contro tal Paolo Costantino causa unica della sua 
condanna che a suo dire, egli solo avrebbe meritato.
Le autorit si misero in moto per catturarlo e per nella notte del 17 dicembre 
1873 il Maresciallo dei Carabinieri Signor Giuseppe Benso si mise in 
appiattamento insieme ad altri compagni nei dintorni della casa della 
famiglia del dUrsi. Ben presto il Benso vide un uomo appiattato, che egli 
scambi per uno dei suoi carabinieri, e dopo poco questuomo gli fu sopra 
come un baleno e gli vibr cinque colpi di pugnale e dopo gli tir una fucilata 
a breve distanza, che fortunatamente non lo colp, e si diede poscia a 
precipitosa fuga.
Il Benso disse essersi poi assicurato che il suo feritore era appunto 
Andrea Ursi.
Le cinque ferite furon vibrate una nella guancia sinistra, altra nel collo, 
la terza nella mammella, e le altre due sulla scapola sinistra, le quali 
apportarono incompatibilit al lavoro per giorno 15.
Nel giorno 18 Dicembre 1873 il dUrsi simbattette con Luigi Robertazzi 
al quale disse andare in Salerno per una causa. Giunto in un vallone, 
nellagro di Buccino, esso dUrso gli spian contro il suo fucile, e 
lobblig a consegnargli larma che aveva con le rispettive munizioni.
Nello stesso giorno il dUrsi incontr nel castagneto di Palomonte 
tale Onofrio Pacelli e gli depred la somma di Lire 50 tra le 69 che 
erano in un portafoglio.
In un giorno dello stesso mese di Dicembre, il dUrsi mand a chiedere 
con minacce dincendio, lire 25 e taluni abiti ad Antonio Pignataro, 
il quale gli mand sole lire 10 ad onta delle ulteriori minacce fatte.
Nella sera del 23 Dicembre del medesimo anno i Carabinieri e talune 
Guardie Nazionali si misero in agguato allimboccatura di S. Gregorio 
perch erasi saputo che dovea in quella notte il dUrsi entrare in paese, 
e fra le guardie nazionali vi era tal Alfonso Alfano, al quale il dUrso da 
un orto vicino tir un colpo di fucile senza fortunatamente colpirlo, 
ma lAlfano gli rispose con un colpo di fucile e il dUrsi cadde a terra 
privo di sensi perdendo entrambi gli occhi per effetto della ferita che 
lo colp alla faccia.
Attesoch incerti sono glindizi per la imputazione di mancato omicidio 
in persona del Benso, inperocch oltre la dichiarazione di costui, 
contraddetta dal dUrsi che tutti gli altri reati ha confermato, non sha 
altro elemento valevole a sorreggere la detta imputazione.
Attesoch ben altrimenti vuolsi ritenere per il reato in persona dellAlfano, 
imperocch le dichiarazioni di Pasquale dAlessandro e di detto Alfano 
vengono rafforzate dal fatto permanente della ferita riportata in tale 
occasione dal dUrsi e dalla sua stessa implicita confessione. E che vi 
fosse stata la volont omicida ed i mezzi adatti a raggiungere lo scopo 
preposto risulta chiaro da considerare che un brigante non palesa avere 
che la intenzione di disfarsi di colui che laggrediva e metteva in pericolo
la sua vita, che un brigante non poteva aver carica larma se non a palla, 
e che finalmente trovavasi a breve distanza, e se il colpo venne meno 
ci deriv dallansia e dalla trepidazione provata nel momento in cui 
vedeva in pericolo la sua libert a tanto stento guadagnata.

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IL PROCESSO

Entrambi assicurati alla giustizia, per Cuculetto e Ursi si istruirono i primi 
atti per condurli davanti ai banchi di un tribunale. Un primo adempimento 
venne compiuto dal Pubblico Ministero presso la Corte di Appello di L'Aquila 
che si pronunci cos:
Letti gli atti a carico di Emidio DAngelo, detto Cuculetto, di Tommaso, 
di anni 30, contadino di Penne e di Andrea Ursi, fu Pietro, di anni 36, 
contadino di S. Gregorio Magno (Salerno); 

Imputati di

I.Grassazione accompagnata da percosse costituenti delitto, per avere nel 
  giorno 29 ottobre 1873, in contrada Collefreddo, tenimento di Civitaquana, 
  aggredito con violenza, e percosso il Guardaboschi Errico Frattaroli, e 
  depredato di un fucile, di una giacca, e di un sacco a pane;
II.Estorsione della somma di Lire 1200:00 con sequestro di persona in danno 
  del Canonico Simone Perrotti, nel d 4 e 5 novembre 1873. 

Il solo Emidio DAngelo inoltre di:

III.Grassazione a mano armata in pregiudizio di Pasquale Beati, 
   residente in Penne, nel d 16 novembre 1873;
IV.Di assassinio in persona del Canonico Simone Perrotti di 
    Penne, nel 25 novembre 1873;
V.Tentata grassazione avvenuta in tenimento di Loreto Aprutino in danno 
   di Luigi Fasoli di Chieti, Domenico e Rosario, padre e figlio, Cantagallo, 
   di Penne, nel d 4 dicembre 1873.

Osserva

Che pel I reato le offese riportate dallaggredito Frattaroli risultano dai verbali 
del relativo primo volume, e che la reit dei due imputati, DAngelo, ed Ursi, 
 provata colle dichiarazioni dei testimoni e dallatto di ricognizione;
Che pel II reato la prova generica risulta dai fogli del relativo primo vol.; e che 
la reit dei due imputati si  stabilita colle dichiarazioni dei testimoni;
Che per III reato trovasi il reperto di ricognizione della borsa di Pasquale Beati, 
e che Emidio DAngelo  convinto della reit di questa grassazione dal deposto 
dei quattro voluti complici, poscia scagionati dal biglietto esibito da Buccella 
solo il 18, che  di carattere del DAngelo. Oltre a ci il fucile depredato al Beati 
fu sequestrato a questimputato DAngelo nellatto del di lui arresto;
Che pel IV reato, esso  genericamente provato dai verbali corrispondenti, e che 
la reit del DAngelo chiosa apparisce dalle deposizioni dei tre testimoni 
Barbacane, Mellone e Toppeta, alla presenza dei quali egli trafisse il Canonico 
Perrotti;
Che pel V reato, trattandosi di reato mancato non trovasi nel Vol. 1 corrispondente 
che i soli atti di ricognizione; e che pel DAngelo la reit  stabilita dallimmediato 
contesto, dalla dichiarazione del carrozziere e dal riconoscimento che i tre aggrediti 
fecero dellimputato; che a carico del prevenuto Ursi Andrea dalla Sezione di Accusa 
di Napoli  stata pronunciata accusa pei reati nella sentenza indicata dal Procuratore 
Generale di quella Corte di Appello; che il reato pi grave di cui deve rispondere il dUrsi 
 quello segnato nella requisitoria, sicch si appartiene alla Corte dAssise di Teramo 
la competenza a conoscere questo reato e gli altri perpetrati sia in questo Distretto, 
sia in quello della Corte di Appello di Napoli.

Chiede

Che sia pronunciata laccusa contro i giudicabili Emidio DAngelo ed Andrea Ursi; 
e siano inviati insieme nel giudizio innanzi alla Corte dAssise, Circolo di Teramo 
per rispondere dei reati in rubrica, rispettivamente ascritti, ed il dUrsi anche di 
quelli pei quali  stato accusato dalla sentenza della Sezione daccusa di Napoli.
 
Il Canonico mandante del primo omicidio

Durante la fase istruttoria del processo a carico di Cuculetto, in un interrogatorio 
laccusato rilasci alcune dichiarazioni circa i motivi che lo indussero a 
commettere il suo primo omicidio che cost la vita a Francesco Di Giovanni 
detto Tenente. Di seguito  quanto venne messo a verbale:
Lanno mille ottocento settantacinque, il giorno diciotto del mese di Maggio, 
in Teramo, nel carcere giudiziario, Noi Camelio Cocchia, Presidente della 
Corte di Assise di Teramo, assistito dal Vice-Cancelliere Sig. Giovanni 
Rubini; veduti gli atti a carico dellaccusato Emidio DAngelo; veduta la 
sentenza del d 1 Ottobre 1874 che pone limputato in istato di accusa, 
e lo rinvia innanzi questa Corte di assise; veduto latto col quale il Pubblico 
Ministero accusa lanzidetto imputato di grassazione, assassinio ed altro; 
veduto latto di notificazione fatta allaccusato della Sentenza ed Accusa 
suddetta; veduti gli art. 456 e 457 del Codice di procedura penale, e in 
esecuzione di quanto con essi dispone, abbiamo fatto venire innanzi a Noi, 
nella sala degli esami laccusato libero e sciolto da ogni ligame, il quale 
domandato delle sue qualit personali ha risposto. Sono Emidio DAngelo, 
di soprannome Cuculo, figlio di Tommaso di anni 31 nato a Penne ivi domiciliato, 
di condizione contadino impossidente, so leggere e scrivere, non sono sposato, 
altra volta condannato a venti anni di lavori forzati per omicidio.
Interrogato sui fatti per i quali  stato rinviato a giudizio innanzi le Assise, e 
datogli lettura de precedenti interrogatori da lui resi ha risposto: Confermo 
tutti i precedenti miei interrogatori dei quali mi avete dato lettura, meno quelli 
relativi alla estorsione con sequestro della persona del Canonico D. Simone 
Perrotti ed allomicidio dello stesso, poich intendo ritrattarli e di confessare 
di aver commessi tali reati e ne dir anche la ragione.
Sono colpevole di omicidio volontario in persona di Francesco di Giovanni, fui 
condannato in Marzo del 1865, a venti anni di lavori forzati. Ora  a sapere che 
quellomicidio fu da me commesso per mandato del detto Canonico D. Simone 
Perrotti e di suo fratello D. Raffaele, i quali avvalendosi della inesperienza 
dellet mia giovanile di allora, tanto mi seppero lusingare da indurmi a 
commettere il reato previa promessa di ducati trecento in contanti, e di volermi 
dare a colonia un loro fondo. Anzi nel giorno dellavvenimento per vieppi 
determinarmi a commette il reato, mi tennero diverse ore in casa loro, mi fecero 
bere molto vino, e mi armarono di coltello che adoperai contro il di Giovanni. 
Con costui essi lavevano per continui danni commessi alla loro propriet ed 
anche ai Magazzini che detenevano in Penne.
Condannato irrevocabilmente, fui mandato al luogo di pena e proprio nel bagno 
di Gaeta, e sebbene avessi ripetute richieste  fatte al Perotti di pagarmi la 
somma promessa, non potetti mai avere alcuna somma; invece una volta 
fece pagare a mia madre la tassa di posta di una lettera da me scritta da 
Gaeta.
Dallindicato bagno mi riusc di evadere il 20 Ottobre 1873, insieme allaltro 
servo di pena Andrea Ursi, e con costui mi diressi verso la mia patria, non 
senza avergli, via facendo, manifestato che era mia intenzione di farmi 
pagare dal Perrotti la nominata somma, ancorch si fosse dovuto sequestrare. 
Infatti nel 4 Novembre 1873, in vicinanza di Penne trovai detto Canonico, dal 
quale, dopo molti stenti, potetti avere appena quattrocentoventi lire, ed in 
quella circostanza non molestai minimamente il Perrotti. N lo avrei 
molestato in seguito se costui non avesse con pubblici manifesti messo 
in premio di ottocento lire per chi mi avesse preso vivo o morto. Anzi 
neanche ci mi avrebbe spinto alla uccisione di lui, se nel 25 dello stesso 
mese ed anno, incontratomi con lui nelle vicinanze di Penne, non avesse 
fatto atto di volermi uccidere con un revolver.
Mi riservo di produrre i testimoni a mio discarico.
Invitato a scegliere un difensore ha risposto di essere difeso 
dal Signor Achille Ginaldi.

Riguardo a questo argomento venne prontamente interrogato Andrea 
Ursi il quale rispose:
Nulla debbo aggiungere agli interrogatori di cui mi avete dato lettura ed 
ai quali pienamente mi riporto.
Ripeto di non essere mai stato in Penne in compagnia di Emidio DAngelo, 
dal quale non ho quindi appreso il motivo per cui si recava in detto suo 
paese.

Il processo inizi a Teramo il 2 Novembre 1875. Nello stesso giorno furono 
ascoltati diversi testimoni. Altri ancora il giorno successivo. Alcuni testi 
chiamati a discolpa di Cuculetto, previo invio di certificazione medica, non 
si presentarono. A costoro la Corte concesse la prerogativa di essere 
interrogati a Penne.

Lanno 1800 settantacinque, il quattro Novembre, in Penne.
Noi Luigi DIppolito, Giudice di Assise di Teramo, alluopo delegato 
con ordinanza di ieri, assistiti dal nostro Cancelliere Giovanni Rubini, 
collintervento del Procuratore del Re, Sig. Andrea Piotto, rappresentante 
il Pubblico Ministero, dellavvocato locale Sig. Angelo Pellegrini, nominato 
dallaccusato Emidio DAngelo alludienza di ieri, per assistervi nel suo 
interesse, ci siamo recati nel Palazzo abitato dalla Signora Marchesa 
DAssergio, che per essere inferma non ha potuto presentarsi giusta 
linvito fattole, nella Cancelleria della Pretura.
La nobil Signora DAssergio ci ha ricevuti nel salotto della sua abitazione, 
ove le abbiamo fatto manifesto che deve essere sentita come testimone 
data a Difesa di Emidio DAngelo, di Penne, accusato di assassinio del 
Canonico D. Simone Perrotti e di altri crimini.
Quindi le abbiamo fatto una seria ammonizione sulla importanza del 
giuramento, rammentandole le pene stabilite contro i falsi o reticenti 
testimoni negli articoli 365, 366 e 369 codice penale.
Dopo ci essa testimone stando in piedi e con la mano destra sui 
Santi Evangeli ha giurato di dire tutta la verit e nullaltro che la verit.
A domanda quindi ha risposto chiamarsi Anna Pignatelli, de Duchi di 
Montecalvo del vivente Calvo, di anni 22, gentildonna, nativa di Napoli, 
domiciliata in Penne, maritata DAssergio; non conosceva gli antefatti, 
e non vi ha alcun rapporto, come neppure colle parti lese.
Ad opportuna domanda, ha risposto: Nulla conosco dei fatti della causa.
Ad altra domanda ha risposto: A me non costasi essersi il DAngelo 
incontrato con persone facoltose di qui, n che avesse preteso denaro. 
Ho inteso dire che si sia incontrato col Marchese Castiglione, al quale 
so di propria scienza che non abbia richiesto denaro od altro. In questa 
societ, venendo delle persone, dicevano di essersi incontrate col 
DAngelo, ma che per nessuno era da lui molestato.
Presa da curiosit, mi recai nella caserma dei Reali Carabinieri per 
vedere il DAngelo lorquando fu arrestato, e questi mi domand se io 
mi fossi la marchesa DAssergio; alla risposta affermativa, mi 
soggiunse che egli mi aveva incontrata il marted o il mercoled 
precedente al suo arresto, mentre andavo in carrozza con la mia 
cameriera che si chiama Brigida Paglino. Io fui presa da forte timore 
nel sentire di essermi incontrata col DAngelo, perch qui eravamo 
tutti intimoriti per la presenza del DAngelo in queste contrade, per 
tal modo che la mia passeggiata si riduceva a breve distanza dal 
paese e propriamente fino alla croce, che dista un trecento e pi 
metri dal paese medesimo
Il timore fu concepito da noi tutti perch si diceva essere il DAngelo 
fuggito dalla galera, per il medesimo si port da un Guardia Municipale 
addetto alla Pubblica Sicurezza per sapere da costui perch lo pedinasse, 
e non conosco altri fatti che avesse commessi. Ho appresa dalla voce 
pubblica che il DAngelo si fosse indotto ad uccidere il Canonico, perch 
questi non avevagli voluto pagare una somma concordata, e promessagli 
per la uccisione di un tal Francesco Di Giovanni, soprannominato Tenente.
Previa lettura e conferma si  sottoscritta.
Seguono gli interrogatori di altri testimoni che per motivi di salute non si 
erano presentati a Teramo:
Previa chiamata  comparso il testimone Signor Tommaso Castiglione, al 
quale abbiamo fatto noto che devessere inteso come testimone dato a 
difesa da Emidio DAngelo, accusato di assassinio in persona del Canonico 
D. Simone Perrotti e di altri crimini. Quindi gli abbiamo fatto una seria 
ammonizione sulla importanza del giuramento. Dopo di che ha giurato.
A domanda ha risposto chiamarsi Tommaso Castiglione, del fu Giuseppe 
Angelo, di anni 70, proprietario di Penne. Non conosco gli antefatti e non
ho rapporto alcuno, come neanche con le parti lese.
Conosco per voce pubblica che Emidio DAngelo, soprannominato Cuculetto, 
abbia assassinato il Canonico D. Simone Perrotti, perch il detto Canonico 
non volle dargli una somma promessagli allorch fu da esso DAngelo 
sequestrato.
Ripeto di non conoscere lEmidio DAngelo, per cui non posso dire se 
labbia alcuna volta incontrato. E certo per che nessuna somma mi  
stata mai richiesta n a nome del DAngelo, n di altri. Non ho inteso da 
alcuna persona facoltosa di qui, che le sia stato richiesto denaro dal 
DAngelo.
Quando il DAngelo sequestr il Canonico Perrotti, dalla voce pubblica 
ho saputo che il DAngelo avesse detto di aver ci praticato per non essere 
stato pagato di una somma che il Canonico gli doveva per luccisione di 
Francesco Di Giovanni, soprannominato Tenente.
Queste notizie le ho sentite girare pel paese. Anche dopo la uccisione 
del Di Giovanni a prima della evasione del DAngelo da Gaeta, si diceva 
che il medesimo DAngelo avesse ucciso il Di Giovanni per mandato 
del Canonico Perrotti, perch a costui il Di Giovanni aveva tagliato 
delle piante di ulivi.
Siccome il Canonico era molto interessato, a mio giudizio credo che 
abbia potuto incaricare il DAngelo ad uccidere il Di Giovanni per i patiti 
danni, ma al riguardo nulla mi consta di positivo.
Quando il DAngelo dopo la evasione scorrazzava per queste campagne, 
nessun cittadino si permetteva di uscire non solo dal paese, ma per 
cos dire neppure dalla casa per limmenso timore che si  provava.     

Il 6 Novembre 1875 fu emessa la seguente sentenza:
La Corte di Assise del Circolo di Teramo composta dai Signori Canelio 
Cocchia, Presidente, Luigi dIppolito e Francesco Calabria, Giudici. 
Nella causa a carico dei carcerati Emidio DAngelo, di soprannome 
Cuculo di Tommaso, di anni 31, contadino di Penne ed Andrea Ursi 
del fu Pietro di anni 39, contadino di S. Gregorio Magno; 

Accusati

I.di grassazione di un fucile, una giacca ed un sacco in danno di 
  Errico Frattaroli;
II.di estorsione, con sequestro di persona e maltrattamenti, della 
  somma di Lire 1200  in pregiudizio del Canonico D. Simone Perrotti. 

Il solo Emidio DAngelo accusato anche:

III.di grassazione di un fucile ed una borsa in danno di Pasquale Beati;
IV.di assassinio per premeditazione in persona del Canonico Simone Perrotti;
V.di tentata estorsione in danno di Luigi Fasoli, Domenico e Rosario.

Il solo Andrea Ursi accusato anche:

VI.di mancato omicidio volontario in persona di Alfonso Alfano;
VII.di grassazione di un fucile con le rispettive munizioni in 
     pregiudizio di Luigi Robertazzi;
VIII.di grassazione di lire cinquanta a danno di Onofrio Pacelli;
IX.di estorsione violenta della somma di lire dieci in pregiudizio di Antonio 
    Pignataro.
Con laggravante della recidiva a carico di entrambi gli accusati.
Dopo la lettura data dal Cancelliere in pubblica udienza ed in presenza 
degli accusati, della dichiarazione dei Giurati.
Dopo avere udite le conclusioni del Pubblico Ministero rappresentato dal 
Procuratore del Re Signor Luca Capponi, con la quale, in conseguenza 
del verdetto del Giur ha chiesto condannarsi Emidio DAngelo ai lavori forzati 
a vita, ed Andrea Ursi a trenta anni di lavori forzati. Entrambi alle conseguenze 
di legge.
Dopo uditi i Signori Achille Ginaldi, ed il Sig. Francesco Pistilli difensori degli 
accusati suddetti nellapplicazione della legge i quali si son rimessi alla 
giustizia della Corte.
E dopo aver uditi gli accusati stessi i quali hanno avuti la parola in ultimo.
Si  ritirata nella Camera di Consiglio, fuori la presenza del U. P., del Cancelliere 
e di ogni estranea persona immediatamente dopo terminati il dibattimento.
Sulla convenevole questione proposta dal Presidente, la Corte, attesoch
con la dichiarazione dei giurati, sono stati ritenuti colpevoli Emidio DAngelo 
e Andrea Ursi;

a.di grassazione di un fucile, di una giacca, e di un sacco a pane commessa 
   da due persone il 29 ottobre 1873, in tenimento di Civitaquana, in danno 
   di Errico Frattaroli;
b.di estorsione di . 1200 commessa il 4 novembre 1873 in quel di Penne, 
   in danno del Canonico D. Simone Perrotti, con minacce di morte, con 
   sequestro della persona del Perrotti e con cattivi trattamenti verso lo stesso.

Attesoch con le medesime dichiarazioni dei giurati Emidio DAngelo  stato 
ritenuto colpevole:

c.di grassazione di un fucile a due colpi, e di una borsa di pelle, commessa 
   con violenza e minacce non costituenti crimine o delitto, il 16 novembre 1873, 
   fuori Penne in danno di Pasquale Beati;
d.di assassinio per premeditazione in persona del Canonico D. Simone Perrotti, 
   commesso il 25 novembre 1873, con circostanze attenuanti.

Attesoch con le ridette dichiarazioni dei giurati Andrea Ursi  stato ritenuto 
colpevole:

e.di percossa volontaria in persona di Enrico Frattaroli commessa in 
   tenimento di Civitaquana, il 29 ottobre 1873, e portante incapacit 
   di lavoro per giorni venti;
f.di grassazione di un fucile colle rispettive munizioni in danno di Luigi 
  Robertazzi, commessa nel 18 dicembre 1873 nellagro di Buccino, da 
  una sola persona munita di arma apparente;
g.di grassazione di lire cinquanta, in danno di Onofrio Pacelli, commessa 
   anche il 18 dicembre 1873, nel Castagneto di Palomonte, da una 
   persona munita di arma apparente;
h.di estorsione di lire dieci in danno di Antonio Pignataro commessa con 
   minaccia dincendio della masseria di costui in giorno non precisato del 
mese di dicembre 1873, in S. Gregorio Magno, con circostanze attenuanti.

Attesoch la depredazione commessa da due persone, ancorch non armate, 
ed anche da una sola persona munita di arma apparente, e quella commessa 
con violenza e minacce non costituenti crimine o delitto, costituiscono la 
grassazione, sono previste dal n 4 dellart. 596 cod. pen. e pel successivo 
art. 597 n 4 detto Codice si puniscono coi lavori forzati a tempo estensibili 
ad anni quindici.
Attesoch la estorsione di denaro commessa con minacce di morte, con 
sequestro della persona, e con cattivi trattamenti al sequestrato,  previsto 
dagli art. 601, 602 e 603 Cod. pen. e si punisce col maximum dei lavori 
forzati a tempo.
Attesoch la estorsione di denaro commessa con minacce dincendio  
prevista dallart. 601 cod. penale e si punisce colla reclusione, ed anche 
coi lavori forzati a tempo a seconda dei casi, avuti massimo riguardo 
allimportanza del male minacciato.
Attesoch la percossa volontaria portante incapacit di lavoro per venti 
giorni,  prevista dallart. 543 cod. pen. e si punisce col carcere da un mese 
a due anni.
Attesoch lomicidio volontario  previsto dallart. 522 del cod. penale, e 
quando  commesso con premeditazione,  qualificato assassinio, visto 
lart. 526 medesimo Codice, e per laltro articolo 531 dello stesso Codice, 
si punisce colla morte.
Attesoch il condannato a pena criminale che commette altri crimini, soggiace 
alle pene stabilite pei nuovi crimini collaumento di uno o due gradi, art. 122 Cod. 
penale, non ascendendosi per mai alla pena di morte senza espressa 
determinazione della legge art. 84 ult. cap. Cod. Penale. Risulta dagli atti che 
allepoca dei commessi reati dAngelo e Ursi trovavansi precedentemente 
condannati a pena criminale.
Attesoch nel concorso di pi crimini punibili coi lavori forzati a vita, e con 
pene temporanee, si applica la sola pena a vita, art. 107 cod. penale.
Attesoch nel concorso di due o pi crimini importanti pi pene temporanee o 
dello stesso, o di diverso genere, si applica la pena pi grave, aumentata, secondo
il numero dei reati, e le qualit delle pene incorse, ed ove occorra di aumentare 
la pena temporanea oltre il maximum, di ciascuna di dette pene, laumento ha 
luogo entro il limite di anni cinque, art. 109 Cod. Penale.
Attesoch nel concorso di reati punibili di pena criminale, e correzionale, questa 
 assorbita dallaltra, art. 110 detto codice.
Attesoch la condanna dei lavori forzati a vita trae seco la perdita dei diritti politici, 
della potest patria, e maritale, e la interdizione legale del condannato, art. 3 del 
decreto 30 novembre 1865 n 2606.
Attesoch la condanna ai lavori forzati a tempo, se  pronunziata per crimini di 
grassazione ed estorsione porta seco linterdizione dai pubblici uffici, e durante 
la pena linterdetto legale del condannato, il quale dopo va soggetto alla 
sorveglianza speciale della Pubblica Sicurezza, per tempo non minore di tre, 
n maggiore di anni dieci, art. 21, 22, 45 e 46 Cod. Penale.
Attesoch i condannati sono tenuti al ristoro dei danni ed alle spese del 
giudizio, solidamente pei reati commessi in comune, art. 75 Cod. Pen. 
e 568 e 569 Cod. Proc. Penale.
Attesoch le sentenze di condanna ai lavori forzati a vita, e quelli di condanna ai 
lavori forzati a tempo pronunciate pei crimini di grassazione, o di estorsione, vanno 
stampate affine e pubblicate, nei modi e luoghi dalla legge indicati, art. 23 Cod. 
Penale.
Visti i citati articoli 596 n 4, 601, 602, 603, 543, 522, 526, 531, 122, 84, 684, 107, 
109, 110 Cod. Pen.  Art. 3 del decreto 30 novembre 1865 n 2606, 21, 22, 45, 
46, 75, 23 Cod. Pen. 568 e 569 Cod. Procedura Penale; la Corte,

Condanna

1.Emidio DAngelo, di Tommaso, di anni 30, contadino di Penne, ai lavori forzati 
a vita, alla perdita dei diritti politici, della potest patria e maritale, ed alla 
interdizione legale;

2.Andrea Ursi, fu Pietro, di anni 36, contadino di S. Gregorio Magno, in provincia 
di Salerno, a ventuno anni di lavori forzati, allinterdizione dai pubblici uffici, 
allinterdetto legale durante la pena, la quale espiata lo assoggetta alla sorveglianza 
speciale della pubblica sicurezza per anni tre.
Dichiara nellor detta pena criminale assorbita laltra correzionale in cui incorso 
esso Ursi.
Condanna i nominati dAngelo ed Ursi al ristoro dei danni verso le parti lese, 
ed alle spese del giudizio in pro dellErario dello Stato colla solidariet pei reati 
dei quali sono stati ritenuti correi.
Ordina restituirsi nei modi e termini di legge ai legittimi proprietari gli oggetti posti 
sotto sequestro di loro peculiare spettanza.
Finalmente ordina che la presente sentenza sia stampata, affissa e pubblicata 
nei modi e luoghi indicati dalla legge.
Deliberata in Camera di Consiglio e pubblicata alludienza del d sei novembre 1875.

Contro la condanna Cuculetto fece presentare ricorso alla Corte di Cassazione. 
La Suprema Corte, in data 26 settembre 1876, si pronunci cos: 
La Corte di Cassazione di Roma, dichiara inammissibile il ricorso intentato 
da DAngelo contro la sentenza della Corte dAssise di Teramo del 6 Novembre 
1875 e lo condanna nelle spese.

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AL CARCERE DI CIVITAVECCHIA

Cuculetto, una volta conclusosi il tempo dei processi, per scontare la pena inflitta, 
fu tradotto dal carcere giudiziario di Teramo allo stabilimento penale di Civitavecchia.
Il 1 Dicembre 1901, dal carcere, Emidio DAngelo scrisse una lettera di proprio 
pugno indirizzata al Procuratore Generale della Corte dellAquila. 

Di seguito si riporta integralmente la corrispondenza epistolare:

(sic)Illustrissimo Signore Procuratore Generale della Corte Aquila.
DAngelo Emidio di Tommaso, di Penne, Teramo.
Umilmente espone alla S. V. I. quando segue.
DAngelo Emidio, Detenuto nella casa di Reclusione di Civitavecchia, veniva 
catturato il 12 Dicembre 1873, e condannato dalla Corte di Teramo, per omidio 
Con sentenza 6 Novembre 1875 ai lavori forzati a vita. Per il ricorrente ritenendo 
di poter far parte ai benefici dellarticolo 39 del vigente Codice penale.
Pertanto si permette ricorre alla S.V. I. onde ottenere colla piu equa Giustizia di 
venire commodato linfelice che per si lungo tempo giace in si squallida miseria 
sotto il pondo di ferrea catena.
Speranzoso nel paterno cuore della S.V. I. col masimo rispetto nela ringrazia 
anticipatamente.
Tanto spero e l vra come Grazia comandato da Dio.
Dalla Signoria V. I. lumilissimo devotissimo suo servo.
DAngelo Emidio. 

 

In merito a questa istanza prodotta dal DAngelo, in data 6 marzo 1902, la 
Corte dAppello di Aquila, pronunci la seguente sentenza:

Sulla domanda di commutazione della pena perpetua in temporanea presentata 
da DAngelo Emidio di Tommaso, contadino di Penne, condannato dalla Corte di 
Assise di Teramo, con sentenza sei Novembre 1875, alla pena dei lavori forzati a 
vita per delitto di assassinio per premeditazione con circostanze attenuanti 
generiche;
La Corte Sezione di Accusa rigetta la istanza di DAngelo Emidio, tendente 
ad ottenere la commutazione della pena perpetua dei lavori forzati nellaltra 
della reclusione per anni trenta. 

Da quanto si evince, Cuculetto, oramai sessantaquattrenne, dal carcere di 
Civitavecchia scriveva spesso a Penne a sua sorella Arcangela che di anni 
ne aveva 54.
In data 8 novembre 1907 fu il direttore del carcere a scrivere al sindaco di 
Penne la seguente missiva:
Oggetto: Richiesta di notizie pel detenuto DAngelo Emidio, figlio di Tommaso 
e di Angela Rosa, nativo di Penne. 
Allo scopo di appagare il desiderio del detenuto in oggetto che vive da qualche 
tempo in uno stato di continua inquietudine, perch privo di notizie della sorella 
Arcangela e del di lei marito Gaudenzio Vincenzo dimoranti in codesto Comune, 
rivolgo preghiera alla S.V. perch voglia avere la compiacenza di assumere 
informazioni in proposito, e di comunicarmele, per mettermi in grado di soddisfare 
le legittime richieste di lui e di renderlo possibilmente tranquillo.

Una settimana dopo, lallora sindaco di Penne, Saverio De Leone, dopo aver 
attinto le informazioni, prontamente rispose:
Penne, 15 Novembre 1907. Signor Direttore dello Stabilimento penale di 
Civitavecchia.
La S.V. sar compiacente informare il detenuto DAngelo Emidio che la sorella 
Arcangela unitamente al marito stanno bene in salute, e che fra giorni risponderanno 
alla sua lettera.

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LA MORTE A PENNE

Emidio DAngelo non pass tutta la sua vita in carcere. Gli ultimi anni della vecchiaia, dopo 
essere stato graziato, li trascorse in libert a Penne, assistito dalle suore del convento di Santa Chiara della 
Congrega di Carit. Il convento annesso alla chiesa di Santa Chiara fu trasformato 
nell'Ospedale San Massimo nel 1913. Fu l che Cuculetto mor alla rispettabile et 
di 82 anni, il 1 novembre 1925 intorno alle ore 13.

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